Cesare Battisti: perché l'estradizione è difficile

Ecco come il terrorista italiano, condannato per 4 omicidi e latitante da 36 anni potrebbe essere salvato dai giudici brasiliani

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Cesare Battisti in una foto del 2012 – Credits: EPA/NECO VARELLA

Con la solita enfasi, ha già dichiarato che "l'estradizione è una condanna a morte".

Cesare Battisti, dal Brasile, ha salutato così la notizia di una sua possibile riconsegna all’autorità giudiziaria italiana.

Sul procedimento legale che dovrebbe portarlo a scontare la sua pena in Italia, il terrorista (mai pentito né dissociato) dei Pac, i Proletari armati per il comunismo, che i nostri tribunali nel 1993 hanno condannato in via definitiva all’ergastolo per quattro omicidi volontari e aggravati, ha dichiarato che i suoi legali "non sanno ancora niente", perché le autorità brasiliane "finora non hanno fornito loro alcuna informazione".

A che punto siamo

Quel che è certo è che Battisti, da 36 anni latitante per la giustizia italiana e arrestato in Brasile il 4 ottobre per il suo illegittimo tentativo di fuga in Bolivia (l’accusa nei suoi confronti era stata in quel caso di traffico di valuta e riciclaggio), oggi è formalmente tornato un libero cittadino.

Ma nel frattempo è stato anche privato dello status di “residente permanente in quanto rifugiato politico” che aveva ricevuto nel 2009 dall’allora presidente Luis Inacio Lula da Silva, poi caduto in disgrazia e condannato a sua volta lo scorso luglio a dieci anni di galera per malversazioni.

Quello status è stato revocato il 12 ottobre dall’attuale presidente brasiliano, Michel Tetmer, il quale ha dato anche l’ordine che Battisti sia estradato al più presto in Italia.

La decisione politica, però non basta. Perché la parola passa ora ai giudici del Tribunale supremo federale brasiliano: più o meno l’equivalente della nostra Corte di cassazione.

Negli ambienti giudiziari italiani si respira ottimismo, e al momento prevale l’opinione che Battisti possa presto essere consegnato alla giustizia che l’ha ritenuto colpevole.

L'incongnita dell'habeas corpus

Ma non è detto: i magistrati potrebbero infatti decidere di accogliere la richiesta di “habeas corpus”, avanzata dai legali del condannato lo scorso 25 settembre, e cioè quando il governo italiano aveva ripresentato la richiesta di estradizione al ministero della Giustizia del Brasile.

Il Tribunale supremo federale potrebbe quindi esprimersi contro la limitazione delle libertà personali di Battisti, e contro l’estradizione. Nella loro istanza, i legali del terrorista sostengono infatti che non sia possibile rivedere la protezione ufficiale concessa otto anni fa da Lula.

Esiste poi un preciso ostacolo giuridico all'estradizione: il codice penale brasiliano prevede un massimo di trent’anni di detenzione, anche per crimini gravi come l'omicidio, mentre in Italia Battisti dovrebbe scontare un ergastolo. Se la condanna nel nostro Paese non dovesse essere ridotta, la procedura rischia di essere negata.

Di cosa è accusato

Condannato negli anni Settanta per una serie di reati comuni, Battisti aveva iniziato la sua carriera criminale come "semplice" rapinatore.

Si era poi “convertito” alla lotta armata durante una delle sue prime reclusioni in carcere, ma gli inquirenti italiani e i magistrati che si sono occupati di lui continuano a dirsi convinti che l’ideologia sia servita al criminale comune come paravento estetico: un furbo sistema per "nobilitare" una vita violenta, dedicata prevalentemente all’arricchimento personale.

In realtà, l’aura di terrorista rosso è servita a Battisti anche per ottenere un lungo periodo di protezione in Francia, dove per anni è stato protetto e blandito dagli ambienti della “gauche caviar” parigina.

Sicuramente non hanno nulla di romantico i quattro omicidi attribuiti a Battisti dai tribunali italiani.

La sua prima vittima è Antonio Santoro, un maresciallo della polizia penitenziaria ucciso il 6 giugno 1978 a Udine. Il delitto viene rivendicato dai Pac e secondo la sentenza il terrorista è uno dei due killer.

Il 16 febbraio 1979 vengono commessi altri due omicidi: a Milano viene ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani, che un mese prima aveva ucciso un rapinatore (e nella sparatoria viene gravemente ferito Alberto, il figlio 15enne del gioielliere, da allora costretto su una sedia a rotelle); vicino a Venezia viene freddato Lino Sabbadin, un macellaio di Mestre che si era opposto con le armi a un tentativo di rapina.

Per il delitto Torregiani Battisti viene condannato come co-organizzatore, per l'altro i giudici gli contestano la "copertura armata" all'esecutore materiale.

L'ultimo omicidio attribuito a Battisti risale al 19 aprile 1979: a morire è Andrea Campagna, un agente della Digos, che viene ucciso per strada a colpi di pistola. I Pac rivendicano l'azione come punizione di un "torturatore di compagni e di proletari", ma il povero Campagna non aveva mai avuto ruoli operativi che potessero in qualche modo giustificare l'accusa.

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