Ambrogio Cartosio, nuovo procuratore di Termini Imerese

Dalla procura di Trapani dove ha chiesto e ottenuto il sequestro della Iuventa al nuovo impiego. Il suo punto fermo: evitare la presunzione di colpevolezza

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Il procuratore facente funzioni di Trapani, Ambrogio Cartosio, durante la conferenza stampa sul sequestro della nave Iuventa, 02 agosto 2017 – Credits: ANSA/RUGGERO FARKAS

Maurizio Tortorella

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Da qualche giorno, a Termini Imerese, c’è un nuovo procuratore della Repubblica che detesta i riflettori, ma il cui volto merita di essere illuminato: si chiama Ambrogio Cartosio, detto “Gino”.

I lettori di Panorama e di questa rubrica forse si ricorderanno di lui: quasi esattamente sette anni fa, nel luglio 2007, In-Giustizia pubblicò la lettera con la quale Cartosio annunciava le sue dimissioni dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, dov’era stato sostituto procuratore per 18 anni, e spiegava ai colleghi i motivi veri per i quali il Consiglio superiore della magistratura aveva appena respinto la sua domanda per l’ufficio di procuratore aggiunto nella stessa Palermo.

Nella lettera, piena di una dignitosa irritazione, Cartosio raccontava i trucchi burocratici che il Csm aveva impiegato per fermarlo, e la profonda ingiustizia di quella decisione (censurata anche da un Tar, che lo aveva inutilmente rimesso in gioco). Soprattutto, Cartosio spiegava la sua personale visione della giustizia e della professione di magistrato: al lavoro con umiltà e senso del dovere, e sempre lontano dai riflettori.

Ebbene, da allora Cartosio ha fatto molte cose. Nell’ottobre 2011 è diventato procuratore aggiunto a Trapani. In quella sede, ha condotto indagini anche sulle Organizzazioni non governative (Ong) impegnate sulle rotte dell’immigrazione via mare.

E ancor prima del collega Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania, Cartosio ha segnalato alla politica e all’opinione pubblica il ruolo ambiguo che molte Ong adottano nei confronti degli scafisti: “Allo stato delle nostre acquisizioni” aveva detto Cartosio in un’audizione in Senato, all’inizio di maggio “registriamo casi in cui soggetti a bordo delle navi delle Ong che sono evidentemente al corrente del luogo e del momento in cui si troveranno imbarcazioni di migranti: evidentemente ne sono al corrente da prima, e questo pone un problema relativo alla regolarità di questo intervento”.

Poi, lo scorso 2 agosto, Cartosio ha ottenuto il sequestro della nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet: la nave è stata bloccata al largo di Lampedusa dalla Guardia costiera italiana, che l'ha scortata fino al porto. “È accertato” ha spiegato Cartosio “che in molti casi gli interventi della nave non avvengono a fronte della sussistenza di un imminente pericolo di vita. I migranti vengono scortati dai trafficanti libici e consegnati non lontano dalle coste all'equipaggio che li prende a bordo della Iuventa. Non si tratta dunque di migranti salvati, ma consegnati”.

Secondo le indagini inoltre, gli operatori della Iuventa avrebbero riconsegnato almeno tre imbarcazioni ai trafficanti di uomini, lasciandole alla deriva e permettendo il loro recupero.

Adesso Cartosio, appena insediato nel suo nuovo ufficio a Termini Imerese, continua a stupire positivamente. Perché nel discorso di presentazione ai nove magistrati della sua Procura, ha manifestato un’opinione coraggiosamente controcorrente: “I pm non possono costruire brillanti carriere sulle infamie gettate addosso a chi è solo indagato”, ha detto.

L’opinione pubblica, ha aggiunto Cartosio, “ha ovviamente il pieno diritto di essere informata”. A partire da quando si procede “a compiere arresti, perché non siamo in un Paese dittatoriale in cui le persone spariscono come desaparecidos”. Ma l’informazione “dev’essere contemperata con il massimo rispetto per le persone che vengono arrestate”. Il problema è che “sono la Procura e la polizia giudiziaria a indicare unilateralmente come autori di un reato. Saranno poi i giudici a stabilire se il soggetto è veramente colpevole”.

Insomma, Cartosio ha ricordato ai suoi sostituti che va evitata la “presunzione di colpevolezza”, ormai diventata “una vera e propria malattia sociale”, e i pubblici ministeri, nel rapporto con la stampa, dovranno mantenere “la massima continenza. Non devono seguire le lusinghe delle apparizioni su organi di stampa e tv, lusinghe che possono far fare carriere brillanti, ma a volte si tratta di carriere costruite su un’infamia gettata addosso a persone che poi nel tempo si rivelano diverse da com’erano state dipinte”.

Tanto per essere chiaro con i suoi magistrati, Cartosio ha ribadito: “Questo ufficio darà tutte le informazioni necessarie, ma non saranno ammessi protagonismi, non sarà ammesso, soprattutto, che la reputazione delle persone venga infangata facilmente. E devono essere proprio i magistrati dell’accusa a farsi carico di arginare questo fenomeno”.

Ecco, il Csm potrebbe forse cercare d’imparare qualcosa da questa piccola lezione, ricevuta dall’ottimo magistrato che sette anni fa ritenne, ingiustamente, indegno di una promozione (forse perché non debitamente sostenuto da una corrente).

Ma si sa, il Csm non ama i magistrati alla Cartosio.

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