Immigrazione: ondata di sbarchi, si teme per l'estate
Ansa/Marina militare
Immigrazione: ondata di sbarchi, si teme per l'estate
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Immigrazione: ondata di sbarchi, si teme per l'estate

Da ottobre l'operazione Mare Nostrum ha salvato oltre 14 mila disperati. Quasi tutti chiedono asilo perché fuggono dalle guerre. E i centri di accoglienza scoppiano

Ci risiamo. Nei mesi invernali il tema immigrazione è nascosto dalle polemiche politiche e finisce sui giornali quando torna il sole e, con esso, gli sbarchi. Stavolta, però, l’allarme negli uffici del ministero dell’Interno e di quello della Difesa è scattato da parecchie settimane e non solo dopo gli ultimi sbarchi: in appena cinque mesi, cioè dall’inizio dell’operazione Mare Nostrum che tiene impegnata la Marina dal 18 ottobre scorso, sono stati soccorsi poco meno di 14 mila immigrati, quasi tutti recuperati a bordo delle navi militari. Oltre 8 mila solo dal 1° gennaio.

I costi, a carico del bilancio della Difesa, sono enormi: da 10 a 14 milioni al mese, a seconda dei mezzi impegnati e del tipo di intervento. Anche se un inverno piuttosto mite ha agevolato il fenomeno, si suppone che altre decine di migliaia di disperati arriveranno nei prossimi mesi. «Il vero problema che ci impegnerà in futuro» spiega a Panorama Domenico Manzione, sottosegretario all’Interno con delega all’immigrazione, «è quello dei richiedenti asilo. Ormai il flusso principale non è di chi cerca lavoro, ma di chi scappa dalle guerre».

- Pochi i rimpatri assistiti.

Dopo i quasi 63 mila del 2011 a causa della guerra in Libia e delle cosiddette primavere arabe, il 2012 fu l’anno della grande illusione, con appena 13.200 arrivi. Dall’anno scorso, invece, l’acuirsi della guerra in Siria e le tensioni nel Maghreb e in alcuni paesi del Centro Africa hanno intensificato il lavoro dei trafficanti che continuano a convogliare profughi verso la Libia o l’Egitto mentre gli accordi per i rimpatri assistiti funzionano solo con Tunisia, Egitto e Nigeria.

- Solo tre mesi nei Cie.

L’Italia è in affanno e il governo si sta orientando verso due possibili soluzioni: una modifica della legge Bossi-Fini per ridurre la permanenza nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione, e un più ampio accordo con gli enti locali per ospitare chi otterrà l’asilo. Manzione, un magistrato indicato come tecnico da Matteo Renzi già nel governo di Enrico Letta, anticipa che la permanenza nei Cie dovrebbe essere ridotta dagli attuali 18 mesi a tre, e non due come recentemente ha ripetuto il responsabile Welfare del Pd, Domenico Faraone. «La polizia spiega che se non si riesce a identificare una persona entro tre mesi, non è più possibile farlo e quindi di fatto è inutile tenerli nei Cie» spiega Manzione.

I centri sono stati più volte oggetto di contestazioni e di incidenti, tanto che oggi ne sono in funzione solo cinque su 11 perché negli altri sono in corso lavori di ristrutturazione. Su di essi sono in arrivo anche modifiche amministrative: da un lato è in preparazione un regolamento che valga per tutti i Cie, mentre ora ciò che è permesso fare (come l’uso del cellulare) è rimesso al prefetto o al questore del luogo; dall’altro, saranno modificati i criteri dei bandi per scegliere il gestore: 30 euro al giorno al ribasso, in modo che i costi scendano quanti più sono gli immigrati ospitati.

-Le richieste d’asilo e i costi.

I Cie rischiano di essere il problema minore se, come sembra, aumenterà in maniera esponenziale il numero di chi avrà diritto all’asilo nelle diverse tipologie consentite: rifugiato, protezione sussidiaria e motivi umanitari. Nello scorso febbraio è stato annunciato per quest’anno l’ampliamento della rete Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, che toccherà i 16 mila posti, circa 7 mila in più degli attuali. La rete riguarda enti locali di tutte le regioni, tranne la Valle d’Aosta, e 71 province su 100. Calcolando le presenze nei Cie, nei centri di assistenza e per richiedenti asilo e nella rete Sprar si arriva a oltre 26 mila persone. Gli altri immigrati hanno avuto destini diversi: espulsioni dall’Italia, ricongiungimento con la famiglia, permesso ottenuto in un altro paese, oltre a chi ha fatto perdere le proprie tracce.

Secondo Manzione, per abbreviare i tempi bisogna  aumentare le commissioni che valutano le richieste d’asilo («l’ideale sarebbe una in ogni prefettura») ed «evitare di ricorrere alla concentrazione degli immigrati nei centri, tranne in caso di emergenza, andando verso una "diffusione" sul territorio. Per questo occorre la massima collaborazione degli enti locali: loro sopportano delle spese e, se fossero certi del rimborso, sarebbero ben lieti di farsi carico del problema».

Parlare di maggiori spese in tempi di tagli aprirà una discussione tra Viminale e ministero del Tesoro, ma il continuo afflusso di immigrati costringerà presto il governo a decidere. Anche perché dall’Europa arriverà un aiuto poco più che simbolico: nei giorni scorsi, su un totale di 5,8 miliardi, il Parlamento europeo ha destinato all’Italia appena 310 milioni per il fondo asilo e 156 milioni per il controllo delle frontiere dal 2014 al 2020. Cioè per sette anni.

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