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MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images
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Il referendum e il ritratto bugiardo dell'Italia

Nella confusione prima del voto del 4 dicembre, il premier cerca di dimostrare che in caso di vittoria del No il paese andrebbe a rotoli. Ma non è vero

C'è, com'era prevedibile, un gran baccano intorno al referendum. Il fronte del Sì continua a bombardare gli elettori con presagi da apocalisse in caso di vittoria del No. È tutto un tragediare, su ogni fronte immaginabile. Non è più una consultazione popolare, oramai siamo a uno scenario da Giudizio universale: il 4 dicembre o si fa l'Italia o si muore, continuano a dirci quelli del Sì. Politicamente siamo davanti a una "strategia della tensione" oggettivamente insopportabile. Non mi stancherò di ripeterlo: il 4 dicembre, anche se vince il No, non morirà nessuno e l'Italia se la caverà egregiamente.

Credetemi: possiamo fare a meno di Matteo Renzi e della sua corte. Sì, ce la possiamo fare e non ne sentiremmo per nulla la mancanza. Perché siamo un grande Paese, governato assai male, ma pur sempre un grande Paese. Siamo però condannati a vivere giorni complicati: il tempo che ci separa dal 4 dicembre sarà ancora più chiassoso e confuso.

Nel gran minestrone che è diventato il referendum, il premier ci sta infilando di tutto pur di dimostrare che, se dovesse perdere, l'Italia andrà a rotoli. Senza parlare di tutti i cibi alterati  che stanno avvelenando la zuppa. In questa pietanza maldigesta si dice ad esempio che se vince il No "i mercati ci puniranno", che "gli investimenti si bloccheranno", che "sarà un po' come la Brexit" (e magari!). Si è giunti persino a manipolare un ragionamento del Financial Times per sostenere che se passa il No "l'Italia esce dall'euro".

Balle su balle, previsioni ottime per il Mago Otelma ma non per chi dovrebbe spiegare ai cittadini il vero contenuto della riforma. Chi ancora non è vittima del sonno della ragione sa, a cominciare dai giornali schierati con Renzi, che dal 5 dicembre a causa delle scelte di questo governo "chiunque prenderà in mano le redini dell'Italia si troverà un'agenda da far tremare i polsi" (affermazione tratta da La Repubblica). Perché la legge di Stabilità è disseminata di mine a cominciare dagli aumenti dell'Iva, perché ci illudiamo di spingere una crescita per giunta gracilina continuando a far lievitare un debito pubblico spaventoso, perché non c'è neanche la parvenza di un serio taglio alla spesa improduttiva, perché le tasse aumentano invece di calare....ooops: le tasse!

Vorrei continuare a sgranare il rosario delle illogicità ma devo dedicarmi alle tasse. Perché, nel famoso minestrone referendario, Renzi ci infila anche una diminuzione delle tasse nei mille giorni di governo a riprova di un cammino virtuoso che sarebbe interrotto ove mai dovesse sloggiare da Palazzo Chigi. Trattasi di una menzogna. Si è incaricato di dimostrarlo sullo scorso numero di Panorama Luca Ricolfi, col rigore dei numeri.

A Oscar Giannino che durante una trasmissione su Radio24 gli contestava la circostanza, il presidente del Consiglio ha replicato con la solita arroganza e ha ribadito con la altrettanto solita baldanza che da quando governa lui le tasse sono andate giù. In questo post il professor Ricolfi spiega a Renzi la grandezza, oggettivamente smisurata e imbarazzante, della sua ignoranza: il prelievo fiscale non solo non è diminuito, ma anzi è aumentato dal 2014 a oggi con una prospettiva nefasta per i prossimi anni.

Il professor Ricolfi è un analista rigoroso e libero. E la prova è facilmente rintracciabile nei suoi interventi sotto qualsiasi governo: è persona misurata, aperta al confronto e mai incline al ricorso agli aggettivi per puntellare i suoi ragionamenti sempre tenacemente agganciati ai numeri. Stavolta mi ha sorpreso: ha pescato nel vocabolario l'aggettivo "penoso" e lo ha appiccicato addosso a Renzi.

Il presidente del Consiglio ci sta ad ammettere l'errore, guadagnare una consonante passando da "penoso" a "pensoso" e così scoprire la bellezza di saper compiere un atto rivoluzionario da autentico "virtuoso"? Si attende risposta.

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