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Il caso Regeni e la voce formica dell'Italia

Il fallimento del vertice tra Roma e El Cairo è la prova del fatto che il caso si trascinerà a lungo. E di un Paese, l'Italia, che conta troppo poco

Nei giorni in cui Giulio Regeni è stato catturato, torturato e ucciso è stato fermato anche uno statunitense e subito rilasciato. Ora, che cosa è successo nel momento in cui Giulio, faccia a faccia coi suoi aguzzini, ha esibito il passaporto italiano e detto che avrebbe risposto alle domande solo alla presenza dell’ambasciatore d’Italia (questa la ricostruzione che appare nella mail inviata a Repubblica nei giorni scorsi)?

Dietro di lui non c’erano gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania… C’era un paese, il nostro, che conta poco. Che non fa paura. Che sulla bilancia dei calibri nazionali equivale a una carezza, una piuma. Quel passaporto tricolore non è servito come lo scudo nel quale Giulio sperava.

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Giulio aveva girato il mondo, attraversato molte esperienze, per lo più in Stati di tradizione liberale (ricercatore di Cambridge, aveva vissuto negli USA). Occidentale cresciuto nei college, orientamento liberal nel senso americano (di sinistra), al Cairo si appoggiava all’American University che ha fama di ospitare non pochi “analisti” internazionali (spesso legati ai servizi stranieri). Svolgeva la sua ricerca sul campo indirizzata allo studio dei sindacati indipendenti, ostili al regime di al-Sisi.

Il contesto egiziano certo non sfuggiva a Giulio: l’Egitto come paese mediorientale retto da un generale ex capo dei servizi di sicurezza esterna, impegnato a preservare la propria integrità attraverso una capillare, costante attività di controllo e repressione, e in una guerra (specie nel Sinai) contro gruppi terroristici affiliati allo Stato Islamico.

Al-Sisi, sulla carta, sarebbe un forte alleato regionale nella lotta dell’Occidente contro il terrorismo. La sua influenza sugli assetti di un paese per noi strategico come la Libia, i solidi rapporti economici (l’Italia è primo partner europeo e terzo mondiale dell’Egitto), le prospettive più che rosee sul fronte dello sfruttamento dell’energia dopo la scoperta del giacimento di Zhor, concorrono nel rendere “imbarazzante” (direbbero i diplomatici, professionisti dell’eufemismo) l’opacità su cause e responsabili dell’accanimento su Giulio, un italiano, fino a ucciderlo.

È interesse del Cairo e di Roma che si arrivi a una verità. E oggi, dopo il fallimento del vertice tra gli investigatori di Roma e del Cairo con il richiamo per consultazioni dell'ambasciatore al Cairo Maurizio Massari da parte del Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni, se questa verità ancora non emerge, forse è perché risulterebbe ancor più imbarazzante del non conoscerla.

Che siano colpevoli apparati della sicurezza egiziana leali ad al-Sisi, oppure infedeli, contaminati da rapporti col regime precedente dei Fratelli musulmani, il presidente egiziano si trova in ogni caso a dover prendere decisioni difficili, tali da produrre un effetto domino all’interno di strutture fondamentali dello Stato. La goffaggine con la quale sono state proposte finora all’Italia una serie di spiegazioni tutte poco credibili, è la dimostrazione dello scarto fra la comunicazione di un regime e quella di una democrazia.

Le versioni di comodo hanno vita breve, da noi. Altre versioni non ve ne sono, né possono esservene. Tanto che la visita a Roma degli investigatori egiziani si è dimostrata fallimentare. L’Italia, del resto, non ha strumenti investigativi sufficienti per contestare le verità egiziane o proporne una sua. A meno che non spunti un capro espiatorio, che qualche alto dirigente degli apparati egiziani non si dimetta accettando di assumere su di sé il peso della vicenda, o lo staff di al-Sisi non riesca a escogitare colpi di scena investigativi (diversi dalle ricostruzioni risibili degli ultimi due mesi), il caso continuerà a trascinarsi a lungo.

Salvatore Girone, il marò rimasto in India (Massimiliano Latorre è rientrato solo “grazie” a un ictus), aspetta dal febbraio 2012 la formalizzazione di un capo d’accusa. Quattro anni di umiliazione del suo passaporto italiano (e dell’uniforme). Il corpo martoriato di Giulio sul bordo della strada fra Il Cairo e Alessandria, e la ripetizione retorica di appelli alla “verità vera”, così come le minacce di non meglio definitive “misure immediate”, sono soltanto l’incongruo alzare la voce della formica.

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