I dissidenti del Pd e la sirena del potere
ANSA/ANGELO CARCONI
I dissidenti del Pd e la sirena del potere
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I dissidenti del Pd e la sirena del potere

Renzi promette riforme, ma la realtà sembra smentirlo. Però chi, nel partito, non è d'accordo con lui, non ha nessuna voce in capitolo

L’Italia continua a andare ad fondo: meno 0.3 per cento mentre il governo prevedeva una crescita dello 0.8 nel 2014, e la disoccupazione (soprattutto giovanile) alle stelle. Intanto i dissidenti del Pd vanno all’attacco di Renzi sull’art. 18 con la loro battaglia recessiva e di retroguardia. Formassero un nuovo partito con la sinistra residua di Vendola e i fuoriusciti grillini. Ma pochissimi sono pronti a farlo: dovrebbero rinunciare a potere e prebende. Allora basta con la sceneggiata! E Renzi mantenga una buona volta le promesse. L’opposizione lo aiuterà, non ha più alibi. Il tempo stringe. 

Invece lo vedo intervistato da Ballarò nel cortile di Palazzo Chigi, e continuo a provare sentimenti contrastanti. Gli credo o non gli credo? È abile nel coniare slogan. L’ultimo è la "riforma della fiducia", facile da fare perché l’ottimismo non si genera per decreto, basta avere fede. Ma non vedo la carne viva delle promesse che si fanno realtà. 

In inglese si dice “deliver” il mettere in pratica. Contano i risultati. Renzi è stato finora incapace di “deliver”, applicare le ricette, realizzare le riforme. L’Europa ci aspetta. Il Fondo monetario internazionale ci aspetta. Noi tutti aspettiamo di vedere se una rivoluzione sia possibile. Se Renzi che finora potrebbe averci illusi (e delusi) darà seguito ai suoi buoni propositi. 

Noi speriamo di sì, ma non ne siamo sicuri. Il punto è che fare le riforme dipende solo da lui. Allora cosa aspetta? 

Togliamoci dalla testa che D’Alema, Bersani, Cuperlo, la Bindi o altre cariatidi del Partito democratico ex Pds ex Ds ex Pci, divisi perfino tra loro, abbiano davvero voce in capitolo. Fa male vedere l’ombra incanutita di D’Alema sul podio nella parte del conservatore di sinistra quando nel 1997 proprio lui provò ad aprire al “New Labour” di Blair e intraprendere un percorso di sia pur timida riforma. 

Intanto le ultime uscite di Renzi hanno edulcorato la pillola dell’abolizione dell’art. 18, forse annacquandola, ammettendo fra l’altro il reintegro dopo il licenziamento per ragioni disciplinari oltre che discriminatori (nota bene: mai come negli Stati Uniti, dove non c’è l’art. 18 e il lavoro è flessibile per antonomasia, la discriminazione è punita e non tollerata).

Ecco, forse sarà davvero il caso che chi non ci sta nel Pd a sostenere la riforma di Renzi (sempre che Matteo non s’innamori delle proprie stesse parole pensando che bastino e non sia necessario anche “deliver”) rifondi il Partito della Sinistra. Ma la sirena del potere sarà sempre più forte, e tutti quelli che ora alzano la voce invocando a sproposito la dignità del lavoro e l’importanza del Sindacato contro Renzi, taceranno per non perdere seggi in Parlamento, cariche di partito, prebende in enti e associazioni. 

Sarebbe triste se alla fine della fiera tutto si sarà ridotto all’ennesima messa in scena. Alla faccia dell’Italia che “si spezza la schiena”. 

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