Donne & tecnologia, l'hackaton di Bangalore
Donne & tecnologia, l'hackaton di Bangalore
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Donne & tecnologia, l'hackaton di Bangalore

Quanto avvenuto in India è la dimostrazione che serve ed esiste una visione femminile della tecnologia

Oltre cento donne alla maratona informatica di Bangalore, nel sud del’India, non fanno notizia. Neppure se si tratta di un “hackathon” tutto al femminile. Neppure se hanno lavorato per tre giorni consecutivi a progetti umanitari open source, cioè su software non a pagamento. E neppure se l’evento fa parte del IV incontro mondiale di donne informatiche organizzato dalla “Grace Hopper Celebration of Women in Computing” che annovera “Systers”, la più grande comunità virtuale di donne esperte di computer, attualmente più di tremila in 54 stati del mondo. Non fanno notizia, ma a ben vedere la notizia c’è.
 

Facciamo, però, un passo indietro, per spiegare che l’hackathon, e cioè la maratona informatica, è un evento con finalità perlopiù didattiche e sociali in quanto opportunità di contribuire allo sviluppo di progetti umanitari con l’aiuto di volontari esperti nel settore. Vi partecipano menti eccelse del mondo dei computer, molte delle quali sono donne e si trovano proprio in India, in un paese e in un settore – l’informatica – dove si fatica enormemente a raggiungere la parità.
 

In particolare, le cento donne hanno lavorato a tre progetti, rispettivamente alla creazione di una piattaforma tecnologica “aperta” per fornire servizi finanziari ai poveri, con l’intento di aiutare almeno due miliardi e mezzo di persone; alla realizzazione di mappe dettagliate per garantire maggiore sicurezza alle donne, soprattutto a coloro che sono spesso in viaggio per lavoro, e alla messa a punto di un servizio web che fornirà ai paesi più poveri informazioni utili riguardanti farmaci, vaccinazioni e visite mediche.
 

E la notizia? La notizia è che le professioniste che lavorano in questo settore non vogliono omologarsi ad un modo di essere maschile né conformarsi ad una visione maschile dell’esistenza che, nonostante i martellanti condizionamenti culturali e sociali, non appartiene loro. L’ha spiegato bene anni fa Anita Borg, fondatrice dell’Institute for Women and Technology e di “Systers”, quando  venne criticata per le sue scelte giudicate discriminatorie. Anita non si scompose e spiegò che le donne si trovano tutti i giorni a confrontarsi quasi esclusivamente con partner maschili senza possibilità alcuna di vivere un aspetto comunitario femminile in ambito lavorativo fondamentale per loro. Perché la relazione fra uomini e donne migliori, è necessario infatti che le donne si parlino, abbiano dei modelli femminili a cui aderire e un mentore donna che permetta loro di accrescere autostima e indipendenza di giudizio. “Systers” è nata per questo e sembra funzionare.
 

Come dire che le donne hanno bisogno di ritrovarsi fra donne per legittimare e nutrire lo sguardo d’insieme e la forza connettiva caratteristici del femminile. Oggi, infatti, abbiamo tutto ciò che serve: conoscenze, informazioni, tecnologia, per l’appunto, competenze, denaro, ma ci manca una relazione significativa fra tutti questi aspetti. Abbiamo la conoscenza, ma non la comprensione. Abbiamo le risorse ma non l’intenzione consapevole di usarle per il bene comune. Manca l’intelligenza del cuore, lo sguardo d’insieme, appunto. E allora, in concreto, che cosa fare? Jodi Forlizzi, professore associato in design and human computer interaction all’Università di Pittsburgh, esorta le donne a non dimenticarsi di essere ciò che sanno essere, e cioè “sensitive”, che vorrei liberamente tradurre con “in contatto con la propria guida interiore così come insegna la loro intrinseca natura”, perché quando ci permettiamo di essere noi stesse diamo al mondo tutto l’aiuto che possiamo dare. E non è poco.

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