La transizione ecologica non crea nuovo lavoro
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La transizione ecologica non crea nuovo lavoro
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La transizione ecologica non crea nuovo lavoro

Con la conversione molte aziende moriranno, altre licenzieranno. Inoltre, quante tasse nuove saranno disposti a sopportare gli italiani per essere indirizzati verso i consumi verdi? Per accelerare si cercherà una più profonda traccia nella programmazione verde che si articola tra capitalismo, Stato, tecnologia e industria. E non escludiamo la possibilità che si possa andare verso una società meno libera, più burocratica, dirigista e gerarchica.

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Le bollette elettriche segneranno un rincaro esorbitante nei prossimi mesi. L'allarme è stato suonato anche dal ministro Roberto Cingolani, tra i più onesti dell'esecutivo nel segnalare l'iceberg dell'ecologismo. La pandemia ha accelerato la corsa verso le tecnologia green e l'elettrificazione. Su quest'ultima la Cina, all'avanguardia, ha costretto tutti a inseguire. La politica europea ha scelto di fare un grande balzo in avanti, forse mal calcolando le conseguenze per la propria industria e per il mercato del lavoro. La scelta ambientalista forse può fornire un orizzonte escatologico, il desiderio di una terra più vivibile, sana e sostenibile, sia con sfumature di destra che di sinistra, e meno "presentista" rispetto al mero interventismo economico dello Stato. Al tempo stesso la nuova emergenza green garantisce alla classe politica il pretesto per uno Stato d'eccezione permanente funzionale all'infusione top-down, con una sorta di «modernizzazione dall'alto», di riforme e al mantenimento della presa sulle leve di comando. L'operazione, tuttavia, non appare priva di rischi politici.

Il primo è che l'aspirazione ambientalista è per sua natura di matrice globale e, come è noto, solo una parte del mondo, quella occidentale appunto, è disposta a piegarsi ad una diversificazione di consumi e ad orientarsi verso nuove tecnologie verdi. Col pericolo che alcuni paesi seguano una strada vanificata dal mancato impegno degli altri nel rapportarsi con i cambiamenti globali. Il secondo rischio è quello della deriva tecnocratica, con una letale combinazione tra la costruzione di un complesso tecnologico-industriale-ambientale e politiche restrittive e costose per quella parte di popolazione più periferica e più debole sul piano socio-economico. In questo caso il timore è quello di avere da un lato provvedimenti che andrebbero per gran parte a favore dei grandi attori del capitalismo pubblico e privato, di imporre dirigisticamente una vulgata pedagogica e dei provvedimenti regolatori paternalistici a una popolazione per gran parte inerte e insensibile. Una situazione che minerebbe probabilmente la legittimazione politica del nuovo ambientalismo e che rischierebbe di non attuare alcuna concreta azione di redistribuzione del reddito, dei pesi fiscali e delle opportunità lavorative né di aprire nuovi spazi di mercato per le piccole imprese. Che ne sarà, ad esempio, della filiera dell'automotive italiana, oggi ancor centrata sul motore a scoppio, che si snoda da Torino passando per l'Emilia e arrivando fino alla Campania? È evidente che la conversione nell'elettrico non riuscirà a garantire gli stessi posti di lavoro che ci sono oggi, soprattutto tra gli operai. Alcune aziende moriranno, altre licenzieranno. Inoltre, quante tasse nuove saranno disposti a sopportare gli italiani per essere indirizzati verso i consumi verdi?

Troppo spesso nel dibattito pubblico si sovrappone la transizione ecologica esclusivamente alla mobilità elettrica, alla componentistica, ai materiali di costruzione. C'è tutto questo naturalmente, ma non soltanto questo. Esiste una più profonda traccia nella programmazione verde che si articola tra capitalismo, Stato, tecnologia e industria.

Proprio come la bolla digitale ha sostenuto la crescita economica negli ultimi dieci anni, l'azione sul cambiamento climatico è destinata a diventare il tema globale chiave dei prossimi anni sul piano politico ed economico. In questo contesto, per la politica guidare lo sviluppo green e controllare le tecnologie necessarie diviene fondamentale per spingere la crescita economica in un mondo in trasformazione. O, per essere più cinici, permettere allo Stato e al capitale di creare una nuova bolla economica fondata sulla collusione tra pubblico e privato.

Come alla fine della seconda guerra mondiale le due grandi potenze del globo iniziarono una competizione tecnologica, bellica e spaziale dando vita ad un complesso militare-industriale che avrebbe fornito una spinta vertiginosa allo sviluppo economico nella seconda metà del ventesimo secolo, allo stesso modo oggi, dopo la grande frenata della pandemia e la stabilizzazione del capitalismo digitale, si cerca una via per dispiegare nuove strategie economiche, industriali e tecnologiche. A quel complesso militare-industriale, che tanta influenza ha avuto sulla conformazione del potere negli ultimi settant'anni, ne conseguirà uno tecnologico-industriale-ambientale.

E' evidente che dopo il ciclo keynesiano del dopoguerra e quello neo-liberale iniziato negli anni Ottanta da anni sia in gestazione una nuova fase. Un ciclo che è passato prima per l'esplosione dei monopoli e oligopoli del capitalismo digitale, per l'osmosi tra settore privato e pubblico che caratterizza questo sviluppo e per le politiche espansive della banche centrali e che oggi giunge a compimento con le politiche ambientaliste, fondate su incentivi e finanziamenti che riflettono una scelta ben precisa dalla politica. La pandemia ha accelerato questo processo di cambio di paradigma economico poiché ha costretto il mercato a chiedere l'aiuto dello Stato, tanto in termini monetari quanto sul piano degli stimoli fiscali, per fronteggiare le strategie di chiusura decise dalla politica stessa. D'altronde senza questa cooperazione e senza forme protezionistiche non si sarebbe probabilmente riusciti ad ottenere i vaccini in modo così rapido. Ciò che oggi si vede all'orizzonte è una nuova emergenza che sarà funzionale al completamento del ciclo. Non è un caso se anche sul piano lessicale si è passati da climate change a climate crisis e a cui probabilmente conseguirà una climate emergency. Questa finalizzazione del ciclo consisterà nella costruzione di un nuovo dirigismo verde, dove lo Stato pianificherà e programmerà, o quantomeno cercherà di farlo, una nuova espansione economica in nome della tutela dell'ambiente. E' possibile che nel breve termine arrivi una forte ripresa economica e che magari ci sia un salto tecnologico davvero capace di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni occidentali. I benefici maggiori sul piano economico, occupazionale e posizionale ricadranno con buona probabilità su quella "aristocrazia della competenza specialistica" formata dalle università e su quel capitalismo avanzato e consapevole di larga taglia che sono tra i primi sostenitori della transizione ecologica. Tuttavia, sappiamo anche che ciò che si pretende di sapere è sempre conoscenza incompleta e ciò vale anche per gli studi sul cambiamento climatico e per le politiche verdi pilotate da un nuovo centralismo. I rischi che abbiamo elencato, sommati a tutti gli altri fattori che abbiamo analizzato, non escludono la possibilità che si possa andare verso una società meno libera, più burocratica, dirigista e gerarchica e al tempo stesso comunque alla mercé dei cambiamenti naturali. Nonostante gli sforzi di pianificazione un salto nel buco nero, o meglio verde, non può essere escluso.

wind turbine GIF by Sandia National Labs Giphy

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