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I grandi processi del 2014

Dalla condanna di Amanda e Raffaele fino a quella di Alberto Stasi per l'omicidio di Chiara Poggi, 4 casi giudiziari che hanno diviso l'opinione pubblica

La condanna di Amanda e Raffaele

30 gennaio 2014: Dopo 11 ore di camera di Consiglio i giudici della Corte d'Assise d'Appello di Firenze hanno condannato Amanda Knox a 28 anni e sei mesi di carcere e Raffaele Sollecito a 25 anni per l'omicidio di Meredith Kercher.

Una sentenza che accoglie la tesi della Cassazione, che aveva respinto la condanna d'Appello della corte di Perugia di assoluzione per i due giovani che si sono sempre detti innocenti.

Nessuno dei due imputati era in aula. Amanda si trova dal giorno dopo la sentenza di assoluzione nella sua casa a Seattle. Raffaele Sollecito invece dopo aver sostenuto la sua innocenza in tutte le fasi del processo ha preferito attendere la sentenza lontano dall'aula e dalle decine di telecamere e giornalisti che hanno affollato l'aula.

Ma la battaglia legale non è ancora finita. E' certo infatti che i due condannati faranno a loro volta ricorso in Cassazione.
"E' stata una bella botta, faremo ricorso, Amanda e' innocente". Così ha commentato uno dei difensori di Amanda Knox, Luciano Virga, alla lettura della sentenza.

La parola fine non è stata ancora scritta. Sono già in molti a chiedersi come si comporterà il nostro paese e soprattutto come si comporteranno gli Stati Uniti in caso di richiesta di estradizione per Amanda.

Soddisfatti i familiari della vittima. Il fratello e la sorella di Meredith, presenti in aula, hanno sorriso dopo la lettura della sentenza.
In primo grado, a Perugia, Amanda venne condannata a 26 anni e Raffaele a 25. In Appello vennero assolti. La Cassazione ha poi annullato quella seconda sentenza ordinando un nuovo appello, quello di Firenze

La vergogna del Processo Eternit

ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOAnsa

19 novembre 2014. La Cassazione ha annullato senza rinvio, dichiarando prescritto il reato, la sentenza di condanna per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny nel maxiprocesso Eternit. Sono stati annullati anche i risarcimenti per le vittime. La prescrizione è maturata al termine del primo grado.
Schmidheiny era stato condannato dalla Corte d'appello di Torino il 3 giugno 2013 a 18 anni di reclusione per la morte da amianto di circa mille persone, soprattutto in Piemonte
La decisione della Prima sezione penale della Cassazione ha suscitato le proteste dei numerosi familiari delle vittime dell'amianto presenti nell'Aula magna. "Vergogna, vergogna" hanno detto in tanti, urlando subito dopo la lettura del verdetto.
"Il pg dice che non è possibile giudicare un disastro provocato dall'amianto perché lo si è cessato di lavorare tanti anni fa, ma si dimentica che l'amianto è una bomba a orologeria a lungo periodo: non è possibile che coloro che l'hanno innescata siano trattati come dei gran signori". Così Bruno Pesce, coordinatore dell'Afeva (associazione familiari e vittime dell'amianto) di Casale Monferrato, ha commentato la richiesta del pg della Cassazione di annullare le condanne del processo Eternit. "Siamo sconcertati, non ce l'aspettavamo", aggiunge. "Per quanto ci sforziamo di approfondire questa richiesta, continuiamo a ritenerla incomprensibile. Il problema è che vediamo ancora tanta diffusione dell'amianto sul territorio, dagli smaltimenti abusivi agli scarti dell'Eternit, dalle tonnellate e tonnellate di cemento-amianto. È veramente incredibile che non si tenga conto di questo"
Paolo Liedholm, nipote di Nils, grande calciatore e allenatore svedese che vive a Casale Monferrato e ha perso la mamma nel 2008 per una grave malattia legata all'amianto, ha commentato così la sentenza della Cassazione: "Ora lo hanno stabilito con chiarezza: se si vuole uccidere qualcuno in Italia il miglior mezzo è l'amianto perché è legale".
"In Svezia tutto questo non sarebbe neanche successo - precisa Liedholm- perché dopo pochi ammalati sarebbe intervenuta l'autorità amministrativa e avrebbe chiuso la fabbrica. In Italia, invece, la si tiene aperta e si fa un processo penale dopo 20 anni, quando tutto invece é prescritto..."

Caso Scazzi: i ricorsi dopo l'Appello

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 Il 14 novembre scorso, le porte di un'aula di giustizia si sono riaperte a Taranto per l’ennesima udienza del processo d'appello sulla morte di Sarah Scazzi. In quella stessa aula di giustizia è entrato ancora da uomo libero solo Michele Misseri, oggi sessantenne, padre di Sabrina e marito di Cosima.

In primo grado la Corte di Assise di Taranto gli ha inflitto otto anni di reclusione ritenendolo colpevole di concorso in soppressione di cadavere. Intanto Sabrina oggi ha 28 anni, è in carcere da più di quattro e con la prospettiva di finire lì i suoi giorni perchè ha sulle spalle una condanna all'ergastolo. La madre 59 anni, è entrata nella stessa cella della figlia pochi mesi dopo.

Fu Misseri a confessare il delitto e a far ritrovare i resti della povera Sarah, ma pochi giorni dopo chiamò in correità la figlia indicandola, di fatto, come la reale autrice dell'omicidio.

Misseri è il "perno" di tutta l'inchiesta e del processo, anche se il giudizio di primo grado ha visto la condanna di nove imputati accusati di reati diversi.

 Tutti hanno fatto ricorso, ma per un imputato la Corte di assise di appello dovrà dichiarare l'estinzione del reato perchè Cosimo Cosma, nipote di Michele Misseri, al quale erano stati inflitti sei anni per concorso in soppressione di cadavere, è morto il 7 aprile scorso per una grave malattia.

Gli altri imputati che hanno cercato di far valere le loro ragioni dinanzi ai giudici di appello sono Carmine Misseri, fratello di Michele, condannato a 6 anni per concorso in soppressione di cadavere; l'ex legale di Sabrina, Vito Russo jr, al quale vennero inflitti 2 anni per favoreggiamento personale; e infine altri tre condannati per favoreggiamento, Giuseppe Nigro, Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano. 

L'omicidio di Chiara Poggi: condannato Stasi

ANSA/DANIEL DAL ZENNAROAnsa

17 dicembre 2014: Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di carcere per l'omicidio dell'ex fidanzata Chiara Poggi, uccisa a Garlascoil 13 agosto 2007. Questa la sentenza emessa dalla Corte d'Assise d'appello di Milano al termine di una camera di consiglio durata 5 ore.

A Stasi non è stata comminata l'aggravante della crudeltà, contestata dalla procura generale, che aveva chiesto una pena di 30 anni.

È l'esito di un percorso processuale incerto e aperto fino all'ultimo. Una storia giudiziale lunga più di sette anni, che si è combattuta senza esclusione di colpi tra difesa e parte civile, la quale finalmente ha visto riconoscere la bontà delle sue argomentazioni quando tutto sembrava perso dalla Cassazione, che ha azzerato le prime due sentenze di assoluzione e riaperto la partita.

Una partita in cui un ruolo centrale l'ha giocato la prova scientifica, chiamata a mettere pezze sulle diverse toppe dell'indagine, ma che come spesso accade nei delitti di sangue si è rivelata fonte di dubbi piuttosto che di certezze.

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