“Golpe bianco” in Libia: sfiduciato il premier Zeidan
MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images
“Golpe bianco” in Libia: sfiduciato il premier Zeidan
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“Golpe bianco” in Libia: sfiduciato il premier Zeidan

Il premier libico paga con la sfiducia la fuga della petroliera Morning Glory dal porto di Sidra. Lo sostituirà il ministro della Difesa Abdullah al-Thinni. Ecco cosa è accaduto in Libia nelle ultime ore

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La parola fine sul mandato del premier libico Ali Zeidan è stata scritta nel tardo pomeriggio di ieri, nel momento in cui la petroliera battente bandiera nordcoreana Morning Glory ha preso il largo dal porto di Sidra, una ventina di chilometri a ovest di Ras Lanuf, con a bordo un carico di circa 230mila barili di greggio acquistati illegalmente dai gruppi armati che da luglio presidiano questo e altri importanti terminal petroliferi del Paese. 

L’ennesimo fallimento del primo ministro, ormai da mesi in balia delle spinte separatiste e delle milizie autonome che hanno messo con le spalle al muro il governo centrale di Tripoli, ha fatto scattare una nuova conta dei voti all’interno del Congresso Nazionale Generale per ottenerne la sfiducia. E dopo gli scossoni della scorsa settimana, quando decine di uomini armati di coltelli e bastoni invasero le stanze del parlamento ferendo alcuni deputati, questa volta il “ribaltone” si è avvenuto. In un colpo solo il Congresso ha sfiduciato Zeidan, nominato al suo posto il ministro della Difesa Abdullah al-Thinni per un reggenza ad interim di quindici giorni e approvato la road map presentata dal Comitato costituzionale dei Sessanta per tenere le elezioni a luglio, mentre la nomina del futuro presidente spetterà al nuovo parlamento. 

D’altronde il colpo inferto all’immagine e all’economia del Paese, derubato alla luce del sole dai separatisti di Ra’s Lanuf di un carico di petrolio il cui valore si attesterebbe attorno ai 40 milioni di dollari, non poteva non essere pagato a caro prezzo dal primo ministro. Né ha retto la tesi difensiva a cui ha provato ad aggrapparsi fino alla fine la cerchia vicina al premier, secondo cui sarebbero state le avverse condizioni metereologiche a impedire alle navi della marina libica di braccare la petroliera nordcoreana.  

- Il profilo del nuovo premier Abdullah al-Thinni

La scelta di Abdullah al-Thinni non è stata ben accolta da tutto il parlamento e ha provocato dei malumori anche nell’opinione pubblica. Alcuni deputati hanno parlato di golpe bianco da parte dell’opposizione, altri imputano al neo premier rapporti troppo stretti con alcune potenze occidentali che dalla caduta dell’ex dittatore Gheddafi si sono dimostrati sostanzialmente incapace di garantire stabilità economica e sociale al Paese. Secondo il quotidiano libicoLibya Herald, Al Thinni sarebbe stato scelto per le sue doti di negoziatore (oltre al fatto di comandare le forze armate). A dicembre ha scongiurato lo scontro tra le tribù Tebu e Zwai, protagoniste di una lotta per il giacimento di Sarir che aveva lasciato per settimane senz’acqua Sirte e Bengasi. Mentre a gennaio ha raggiunto un compromesso con i manifestanti tuareg, che da settimane occupavano il giacimento di Sharara chiedendo il riconoscimento del governo e l’erogazione delle carte d’identità. 

Adesso gli spetta il difficile compito di frenare la pressione esercitata dalle milizie separatiste nell’area di Ra’s Lanuf, dove a dettare legge è l’ex rivoluzionario Ibrahim Jadran, che da luglio scorso ha in mano non solo il terminal di Sidra ma anche quelli di Brega e Zuetina. Jadran da tempo chiede al governo la formazione di una commissione indipendente in cui siano rappresentati i governatorati regionali del Fezzan, della Cirenaica e della Tripolitania e una equa distribuzione dei proventi derivati dalla vendita all’estero del petrolio.

- Il ruolo della Corea del Nord

In questo scenario, resta anche da chiarire il ruolo di Pyongyang in questa vicenda. Già l’estate scorsa il governo nordcoreano aveva provato a eludere gli embarghi internazionali commissionando a Cuba un carico di armi, salvo poi essere scoperto all’imbocco atlantico del Canale. In gioco ci sono anche altre ipotesi. Pochi giorni fa un portavoce della compagnia di Stato libica National Oil Corporation (NOC) ha affermato che la Morning Glory sarebbe di proprietà di una società saudita, anche se l’ambasciatore di Riyadh a Tripoli ha negato qualsiasi tipo di coinvolgimento del Regno. Mentre secondo alcuni analisti potrebbe trattarsi di una semplice imbarcazione di contrabbandieri, considerato che a queste latitudini del Mediterraneo sono comuni i casi di navi di trafficanti che issano bandiere di Paesi “neutri” per l’area del Maghreb e del Medio Oriente in modo da schivare i controlli. La sensazione, però, è che l’operazione sia stata organizzata dalla Corea del Nord, che solo muovendosi lungo i canali dei traffici illeciti internazionali può sperare di sopravvivere all’isolamento economico in cui versa ormai da anni.  

- La crisi petrolifera e la “fuga” di Zeidan

Sullo sfondo di quanto sta accadendo, e in attesa che inizino a trapelare le prime indiscrezioni sul futuro politico della Libia, si fa sempre più complicata la situazione economica del Paese. A causa degli scioperi e delle occupazioni di giacimenti e terminal da luglio a oggi la produzione della NOC è passata da una produzione di 1,4 milioni di barili al giorno a 230mila. Quella provocata dai separatisti è dunque una vera e propria emorragia per il settore petrolifero libico, che né Zeidan né la comunità internazionale sinora sono riusciti a tamponare. 

Rimane di questa vicenda l’immagine sfocata dell’ormai ex premier, passato nell’arco di una settimana dalla Conferenza internazionale per gli aiuti alla Libia svoltasi a Roma lo scorso 6 marzo a ritrovarsi a bordo di un jet privato partito ieri sera da Tripoli. Qualcuno l’ha definita una vera e propria fuga, considerato che su di lui pende un divieto di espatrio emesso dalla procura generale per un’accusa di corruzione. Transitato a Malta, Zeidan sarebbe poi atterrato in un Paese dell’Unione Europea, sembra in Germania.

Si lascia alle spalle un mandato a dir poco tormentato, che ha rischiato un tragico epilogo quando il 10 ottobre 2013 venne rapito per alcune ore da membri della Camera dei rivoluzionari libici, una milizia di ex ribelli ancora oggi molto influente in Libia. Dopo sedici mesi “consegna” al suo successore un Paese in preda all’anarchia, in cui non vi è più alcuna certezza se non quella del petrolio: l’ultimo tesoro libico che però in questo momento è nelle mani di gruppi armati autonomi, con cui non sarà affatto semplice trovare un accordo.  

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