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Gli Usa e la guerra all'Isis dopo la strage di Parigi

I repubblicani chiedono che venga cambiata la strategia della Casa Bianca, ma Barack Obama è riluttante

La strage di Parigi pone un interrogativo agli Stati Uniti: cosa fare nella guerra contro l'Isis? L'amministrazione Obama ha fatto sapere che non ci sarà un radicale cambio di strategia. Aumenteranno gli sforzi, ma non verrà modificato l'approccio che è stato seguito finora.

La strategia di Obama

In poche parole andranno avanti i raid aerei, il limitato uso delle truppe speciali in Siria e in Iraq, l'addestramento delle milizie locali e il tentativo di coinvolgere i paesi della regione. E, dopo il colloquio con Vladimir Putin (la buona notizia del fine settimana), ci potrebbe anche essere un vero coordinamento con la Russia per risolvere la crisi siriana e per combattere il Califfato.

Non ci sarà l'invio di un contingente di terra. Nonostante le richieste dei suoi generali, Obama ha sempre resistito a questa ipotesi e lo farà ancora. Il riluttante guerriero non vuole che ci siano caduti americani in Siria e Iraq. Finora ha puntato a creare le condizioni per isolare l'Isis, cercando di convincere i paesi alleati degli Usa (Turchia e Arabia Saudita) a eliminare ogni ambiguità nei confronti del Califfato e coinvolgendo nei nuovi equilibri regionali anche l'Iran (che già combatte contro le milizie di Daesh) nonostante l'avversione nei confronti di Teheran dei paesi sunniti dell'area.

Questa strategia è però definita come fallimentare da parte dei repubblicani. Secondo il GOP, finora non ha portato ad alcun risultato.  Dopo il primo originario errore - il ritiro dei soldati americani da Baghdad che ha lasciato il campo libero all'Isis  - Obama ne ha fatti altri nella gestione del conflitto con il Califfato. Dopo mesi e mesi di bombardamenti l'Isis rimane comunque forte. E ora ha deciso di esportare la sua guerra anche in Europa (non ha le capacità di farlo negli Usa). Per questo, dicono i repubblicani, gli Stati Uniti devono cambiare rotta.

Cosa propongono i repubblicani

Come? La questione è che neppure i candidati repubblicani alla Casa Bianca sembrano vedere tante altre strade da seguire. Criticano Obama, ma allo stesso tempo non spingono troppo su di un massiccio invio di soldati. Sanno che l'opinione pubblica statunitense è piuttosto stanca di conflitti armati lontano da casa. Jeb Bush è apparso il più esplicito. Il fratello del presidente che invase l'Iraq nel 2003 e figlio di quel George H. che guidò il paese nella Prima Guerra del Golfo non ha dubbi: l'America dovrebbe dichiarare (ufficialmente) guerra all'Isis.

La sua ricetta è chiara: "Varare una no-fly zone sulla Siria, armare direttamente i peshmerga curdi, allearsi con i capi delle tribù sunnite, partecipare alle operazioni con l'esercito iracheno, coinvolgere i governi europei e arabi alleati. Ma soprattutto prendere la leadership. E'questo quello che io voglio da lui! Che prenda la leadership". Una dichiarazione dal forte sapore elettorale, della serie "se fossi io alla casa Bianca...", ma allo stesso tempo la rappresentazione di un approccio al conflitto abbastanza diverso da quello che ha avuto Obama in questi mesi.

Molto più prudente Marco Rubio. Il senatore della Florida si è limitato a dire che deve essere fatto ogni sforzo per combattere l'Isis e per difendere l'America. Gli altri candidati repubblicani per ora hanno fatto arrivare messaggi di solidarietà e vicinanza ai francesi. Tutti, a parte i due outsiders che l'hanno messa subito sulla politica interna americana. Donald Trump ha detto che se i parigini avessero avuto armi da fuoco con loro, non ci sarebbe stato il massacro (negli Usa è sempre forte il dibattito sul possesso di fucili e pistole). Ben Carson ne ha approffittato per dire che gli Usa dovrebbero bandire dal loro territorio tutti i rifugiati dal Medioriente.

Hillary Clinton sulla difensiva

In sostanza, nessuno sembra avere un'idea precisa (e ben diversa daquella di Obama) per sconfiggere il Califfato. Neppure Hillary Clinton. Sabato sera ha partecipato al secondo dibattito con gli altri candidati democratici. L'ex segretario di stato è apparsa la più preparata e solida nell'affrontare il tema (e non poteva essere altrimenti), ma ha giocato sulla difensiva. Ha sposato la linea di Barack Obama (guerra aerea e coinvolgimento della Turchia e dei paesi del Golfo), ma oltre questo non è andata.

I silenzi della Clinton e le prudenze della maggiora parte dei candidati repubblicani fanno pensare a due cose. La prima è che l'approccio di Barack Obama era forse l'unico possibile da seguire se non si vogliono perdere le vite di altri soldati americani in Medioriente. La seconda è che il prossimo presidente degli Usa (chiunque sia) dovrà seriamente prendere in esame l'ipotesi di inviare truppe di terra per sconfiggere l'Isis.

 







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