La legge dei no-Tav
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La legge dei no-Tav

Livio Pepino, ex leader di Magistratura democratica, ha litigato con l’ex collega Gian Carlo Caselli sui violenti in Val di Susa. Poi un senatore del Pd l’ha accusato di esserne «il mandante» e lui ha querelato. Tutto (anche) per amore di un figlio antagonista

Il cognome, a metà strada fra il piccante e il diminutivo, è esattamente come il suo carattere: un bel mix contrastato. Perché Livio Pepino, ex magistrato trasformatosi in polemista di prima forza, è di sicuro uomo multiforme. Pretore d’assalto negli anni Settanta, quindi pubblico ministero, giudice minorile e infine sostituto procuratore generale a Torino, dal 1991 al 1996 Pepino è stato anche presidente e (molto più a lungo) uno dei fari ideologici di Magistratura democratica, storica corrente giudiziaria di sinistra, nonché membro del Consiglio superiore della magistratura dal luglio 2006 al luglio 2010. Nel novembre di quello stesso anno, dieci prima del termine, è andato in pensione: oggi, a 69 anni, Pepino è uno dei numi tutelari della protesta no-Tav in Val di Susa. Schierato al fianco degli antagonisti, scrive libri, collabora con mille siti della galassia e con il Manifesto, partecipa a manifestazioni, ingaggia dure battaglie politiche e legali. Nel 2009, quando ancora era al Csm, Pepino aveva speso tutta la sua autorevolezza perché il processo d’appello per le violenze della polizia alla scuola Diaz di Genova, poi terminato con dure condanne nel 2010, restasse nelle mani di Salvatore Sinagra, un altro giudice di Md che (come hanno lamentato i difensori) fu prorogato nel ruolo di presidente della corte malgrado norme e regolamenti ne imponessero il pensionamento. Nel 2013 Pepino ha poi incrociato la lama con l’ex amico e compagno di corrente Gian Carlo Caselli, fino allo scorso dicembre procuratore a Torino e duro inquisitore dell’ala violenta dei contestatori no-Tav, che per primo ha indagato (e in alcuni casi arrestato) con l’accusa di essere veri e propri terroristi.

Oggi Pepino duella con Stefano Esposito, un senatore torinese del Pd da sempre favorevole ai cantieri dell’alta velocità. A metà gennaio è accaduto che Esposito, più volte minacciato dagli anarco-insurrezionalisti della Val di Susa, si sia trovato tre bottiglie molotov sulla soglia di casa: «È facile individuare i mandanti» ha denunciato il senatore, esasperato dallo stillicidio d’intimidazioni cui da anni è sottoposto. «Basta leggere chi continua a difendere questo modo di fare: ci sono le librerie piene di libri contro la Tav, che giustificano azioni violente, e il libro di Pepino basta leggerlo; scrive contro Caselli che reprime questi fenomeni». Lui, Pepino, ha pepatamente querelato.

Esposito insiste: «Il suo libro è la bibbia dei no-Tav, per loro è una copertura ideologica, quasi un codice alternativo al vero codice penale». Il saggio in questione s’intitola Non solo un treno... La democrazia alla prova in Val di Susa. Pepino l’ha pubblicato nel 2012 per le Edizioni del Gruppo Abele con Marco Revelli, uno storico torinese molto, molto gauchista. Da tempo Revelli ha un ruolo centrale nella vita di Pepino: assieme, nel 2012, hanno varato l’iniziativa politica «Cambiare si può», un’aggregazione alla sinistra del Pd che ha raccolto 14 mila aderenti ma un anno fa è uscita malconcia da un tentativo di unificazione con Rivoluzione civile, lo sfortunato partito di Antonio Ingroia. Il tentativo è fallito quando s’è capito che l’ex procuratore aggiunto palermitano avrebbe imbarcato anche Antonio Di Pietro, che Pepino stima un po’ troppo di destra.

Non solo un treno... contesta alla base «il diritto penale del nemico» e il concetto stesso di ordine pubblico. Il libro, dove suona un lessico affine a quello dell’antagonismo, consegna al lettore (dopo una generica, preventiva abiura alla violenza fisica) una serie di giustificazioni alla lotta, anche dura, e soprattutto molte utili prescrizioni legali: per esempio, ricorda che le norme penali stabiliscono la «non punibilità» dei reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale «quando i fatti contestati sono commessi in reazione ad atti arbitrari», e le attenuanti per atti violenti, se compiuti «per motivi di particolare valore morale o sociale». Questi motivi Pepino li trova tutti nel sacrosanto diritto di contestare un’opera pubblica, la ferrovia in Val di Susa, dai no-Tav ritenuta sbagliata e perniciosa per la salute dei valligiani.

A Torino in molti sono convinti che a influenzare e a riscaldare le idee dell’ex magistrato sia soprattutto suo figlio Daniele, 38 anni. Leader dell’antagonismo anarcoide in Val di Susa, Daniele ha casa (compratagli dalla famiglia) a San Giuseppe di Chiomonte, a pochi passi dal contestatissimo cantiere della Tav, dove ha fondato una comunità. Lavora nell’editoria: ha seguito lui il progetto grafico di Grammatica dell’indignazione, un saggio curato dal padre per il gruppo Abele. E il suo nome compare in un’informativa «riservata», redatta nell’autunno 2012 dalla Digos torinese. Ecco come lo descriveva l’allora questore, Aldo Faraoni: «Elemento carismatico del locale movimento anarchico d’ispirazione insurrezionalista (...), particolarmente sensibile alle problematiche connesse alla Tav e all’immigrazione, è solito porsi in evidenza nel corso di pubbliche manifestazioni per atteggiamenti d’insofferenza verso le istituzioni in generale e le forze dell’ordine in particolare. Negli ultimi periodi l’anarchico è stato oggetto di discussione con interventi in contrapposizione tra suo padre, Livio Pepino, e il parlamentare del Pd Stefano Esposito, in relazione alla presunta presenza di Daniele nel Kurdistan tra i guerriglieri del Pkk».

Proprio dalla Turchia parte la storia di un’altra querela di Pepino contro Esposito. Sì, perché nel 2012 il senatore aveva detto e scritto che Daniele era «andato dai guerriglieri curdi», e sui blog dell’antagonismo piemontese aveva «gridato viva, viva, viva quando il Pkk ammazzava qualche soldato». Esposito concludeva chiedendosi se il figlio di Livio Pepino non viaggiasse all’estero soltanto «per migliorare lo studio delle tecniche di guerriglia e per approfondire il concetto di guerra civile totale».

Il 9 maggio scorso, in tribunale, è stato lo stesso pubblico ministero a chiedere e ottenere l’archiviazione della querela. Il giudice ha stabilito che i fatti raccontati da Esposito non fossero diffamatori, «in quanto confermati dalle email scritte dallo stesso Pepino in ordine al suo viaggio e alla permanenza in stato estero, presso esponenti del Pkk».

Del resto, Daniele così scriveva nelle sue email: «Il confronto con simili esperienze costituisce un bagaglio di stimoli e conoscenze più che mai utile e prezioso»; e ancora «l’ottica da cui è inscindibile è quella della guerra civile»; e ancora «l’ottica è quella di garantirsi degli spazi di autonomia, costruire retrovie che serviranno all’apertura di un fronte interno in Occidente, garantirsi le postazioni da cui attaccar battaglia». Adesso il «legal team» che a Torino difende i no-Tav insiste, sostenendo che le email di Daniele siano state «violate» telematicamente da Esposito. Mentre papà Livio al senatore ha chiesto un risarcimento di 100 mila euro in sede civile.

Daniele è impropriamente entrato in un’altra vicenda, quella di un pacco-bomba inviato al cronista della Stampa Massimo Numa, come Esposito nel mirino dei no-Tav. Il 3 ottobre 2013 gli era stato recapitato un bel po’ d’esplosivo nascosto in un hard-disk, accompagnato da una lettera in poche righe che avrebbe dovuto invogliarlo a collegare il dischetto al computer, con conseguente esplosione: «Contiene filmati girati nel camping di Chiomonte (la base dei no-Tav, ndr) da cui è possibile individuare il figlio di un noto magistrato e altri cattivi maestri». Un menù goloso, per un piatto un po’ troppo pepato.

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