Il "rinascimento" di Gherardo Colombo
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Il "rinascimento" di Gherardo Colombo
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Il "rinascimento" di Gherardo Colombo

L'ex magistrato gira l'Italia spiegando la sua visione di una società migliore, più "femminile"

Ascolti Gherardo Colombo e pensi che una società diversa sia realmente possibile. Una società dove non siamo più l’uno contro l’altro. Dove non dobbiamo più sgomitare per trovarci un posticino e difenderlo con le unghie e i denti. Dove il senso di appartenenza è naturalmente forte.

Ascolti Gherardo Colombo e percepisci in lui l’integrità. Non tanto e non solo per la congruenza, che traspare dai suoi modi, quanto per quello sguardo d’insieme, maturato in oltre trent’anni di magistratura, che l’ha portato a scegliere di lavorare fuori dalle aule di Palazzo di Giustizia per spiegare il significato delle regole e un diverso modo di intendere la comunità.
 

Rigoroso come un uomo di legge sa essere, ma non dogmatico, Colombo richiama alla mente l’archetipo del padre di cui oggi questa nostra società infantilizzata ha estremamente bisogno. Il padre che porta nella vita del figlio una direzione, una norma che lo contiene liberandolo dall’ansia, una regola che può condividere perché proprio attraverso l’esempio e le parole del padre ne comprende il significato.

«Si fatica ad essere trasparenti perché non si cresce e non si sviluppa autonomia di pensiero e senso di responsabilità. Facciamo sempre riferimento a qualcosa all’esterno di noi e se trasgrediamo è perché non capiamo il senso delle regole, peraltro imposte secondo un sistema educativo basato sull’ubbidienza più che sulla comprensione e la condivisione».

Questo fa il magistrato in scuole, teatri, oratori e carceri. Lo fa creando relazioni, arte femminile per antonomasia, perché per rifondare il patto civile di convivenza e recuperare una prospettiva occorre tessere relazioni, perché quel diverso modo di intendere la comunità non si basa sulle gerarchie, ma proprio sulle relazioni dove ciascuno, secondo le proprie possibilità, contribuisce allo sviluppo individuale e al fiorire della società. Fiorire, sì, come nel Rinascimento. E un rinascimento potrebbe essere anche se oggi si preferisce usare la parola rinnovamento.
 

Un padre che educa tenendo insieme legge e desiderio ben sapendo che la legge separata dal desiderio diventa disumana e viceversa, il desiderio che assurge a imperativo categorico diventa narcisismo esasperato, godimento oltre ogni eccesso, disagio diffuso come quello che stiamo vivendo da trent’anni a questa parte.

Un padre che percorre l’Italia in lungo e in largo per almeno 400 volte all’anno raccontando che l’alternativa alla giustizia punitiva, quella che infligge il male nel tentativo illusorio di fare del bene, esiste. Non è cosa astrusa e anzi trae fondamento dalla Costituzione dove sta scritto a chiare lettere che siamo tutti uguali di fronte alla legge perché abbiamo tutti pari dignità. Una dignità che il carcere cancella nella convinzione che va bene così. Ma, dati alla mano, il 68 per cento di coloro che escono da un periodo più o meno lungo di detenzione ripete il reato contro un 19 per cento di coloro che “riparano” invece in altri modi, uno fra tutti, non l’unico, l’affidamento ai servizi sociali.

E la vittima che cosa ne ricava dal carcere? Restituzione della dignità? No, non così. Perché avvenga, occorre ricucire il tessuto sociale, là dove strappato, attraverso una mediazione che permetta alla vittima di essere “riparata”, ovvero di riacquistare il senso della propria dignità, persa attraverso il reato subìto, e al responsabile di diventare consapevole del male perpetrato senza che perniciosi sensi di colpa annullino anche la sua, di dignità. La domanda da porsi è che cosa vogliamo dalla pena così come è inflitta oggi nel nostro Paese.

«Perché continuiamo a preferire il carcere se non rieduca?». La riflessione arriva come una secchiata di acqua gelida. «Non è che attraverso il carcere cerchiamo la dimostrazione del nostro essere innocenti? Il male sta là, ben rinchiuso, e noi che siamo dall’altra parte dei cancelli, noi che giudichiamo, siamo salvi». Crediamo di esserlo come se il male non toccasse anche noi. «Io ho in mente una società in cui si cerca di andare avanti insieme, di fare in modo che le persone, se non stanno bene, stiano bene». Ad averne, di padri così.

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