La fine di Renzi in Europa
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La fine di Renzi in Europa
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La fine di Renzi in Europa

Su Gaza e sulla vicenda dell'aereo malese solo silenzio, mentre si combatte sulla nomina della Mogherini

La presidenza italiana dell’Unione Europea è cominciata ed è già finita. Matteo Renzi ha fatto il suo show inaugurale citando i miti greco-romani, celebrando l’improbabile connubio tra generazioni Telemaco” e Erasmus, rimbeccando i sarcasmi di un tedesco in aula senza dargli del kapò ma titillando l’orgoglio tricolore, presenziando in inglese (maccheronico) al primo appuntamento ufficiale (Digital Venice), partecipando ai vertici dei capi di governo “battendo i pugni sul tavolo” e “facendo la voce grossa” per spingere la nomina del ministro degli Esteri, Federica Mogherini, alla carica di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della UE (casella a quanto pare appannaggio dell’Italia secondo il manuale Cencelli di Bruxelles).

Nel frattempo però si sono presentate due tragiche occasioni perché l’Italia, presidente di turno dell’Unione e quindi “voce” dell’Europa sulle questioni internazionali, facesse valere il suo ruolo: la guerra israelo-palestinese a Gaza e, ancora di più, la guerra in Europa con l’abbattimento di un velivolo delle linee aeree malesi a opera con ogni probabilità di un missile terra-aria russo Buk in mano ai ribelli indipendentisti dell’Ucraina orientale (da Mosca assistiti e diretti). Morti 298 tra passeggeri e membri dell’equipaggio: 202 erano europei (189 olandesi, 9 britannici, 4 belgi). Il governo dell’Aja si è difeso dalle accuse di eccessiva debolezza mosse dalla stampa nazionale sostenendo che aspettava la reazione europea. Che, di fatto, non c’è stata. Adesso tre paesi hanno finalmente preso l’iniziativa, incalzando la Russia a collaborare altrimenti partiranno altre sanzioni. Ma sono i soliti: Germania, Francia e Gran Bretagna. E il rispetto che Renzi esigeva per l’Italia sulla nomina della Mogherini dov’è finito? Chi non si fa rispettare non può pretendere rispetto.

La presidenza italiana ha detto qualcosa di memorabile, anzi anche solo di flebilmente percepibile sulla guerra a casa nostra? Poche righe nel sito del ministero degli Esteri. Un silenzio assordante da parte di praticamente tutte le istituzioni italiane che nei 6 mesi di presidenza di turno presiedono quelle omologhe dei 28 paesi dell’Unione. Matteo ha trovato la voce solo per tentare, senza successo, di imporre un nome palesemente inadeguato e non gradito come Mr. o Mrs. Pesc, e per affossare la candidatura (quella sì possibile) di Enrico Letta alla presidenza del Consiglio UE. Per sviluppare una retorica della flessibilità in assenza di proposte concrete, e sbandierare ovunque quel 40.8 per cento di voti (italiani) ottenuti alle europee che, palesemente, non impressionano e non commuovono nessuno al di là delle Alpi.

Con quale credibilità (e in quale lingua) pensa Renzi di presentarsi in autunno a Bruxelles a trattare la “flessibilità”, quando non è in grado di afferrare il timone nel momento in cui dovrebbe? Non l’abilità, ma la labilità in politica estera e nei consessi internazionali di questo governo e del suo leader si sta rivelando clamorosa. In più, tardano a vedere la luce tutte le riforme annunciate da Renzi secondo un cronoprogramma ormai chiaramente disatteso in ogni scadenza. In queste condizioni (e con una crescita ridimensionata dalle stime perfino di Bankitalia) dobbiamo solo pregare che non scatti per l’Italia quel Programma dal quale dopo tanti sacrifici sta uscendo perfino la Grecia dopo Irlanda, Portogallo e in parte Spagna. Altro che Mrs. Pesc, flessibilità e leadership italiana.

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