Mohamed Fikri, il sospettato perfetto è innocente
Mohamed Fikri, il sospettato perfetto è innocente
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Mohamed Fikri, il sospettato perfetto è innocente

Per più di due anni è stato l'unico indagato per l'omicidio di Yara Gambirasio. Ora che è stato prosciolto racconta come venga trattato da appestato E chiede i danni allo stato

di Matteo Ghidoni

Il fascicolo di Mohamed Fikri, unico indagato nel caso sull’omicidio di Yara Gambirasio, è stato archiviato il 12 agosto scorso. Secondo il pm Letizia Ruggeri, «Fikri non ha visto niente e non ha partecipato a niente». Il gip Patrizia Ingrasci, che ha firmato l’uscita di scena del piastrellista marocchino, ha dichiarato che «l’archiviazione della posizione di M.F. non sposta nulla nell’equilibrio delle indagini».

Gli inquirenti hanno scelto di seguire la cosiddetta pista di Gorno, tortuosa e impegnativa, che passa per le analisi di migliaia di campioni di dna e centinaia di interrogatori e arriva a Salice Terme, paese in provincia di Pavia in cui Giuseppe Guerinoni, con tutta probabilità il padre biologico dell’assassino, avrebbe soggiornato diverse volte in gioventù. Proprio a Salice l’autista di autobus della Val Seriana potrebbe avere conosciuto una donna, con cui avrebbe concepito un figlio illegittimo: il presunto omicida, stando a quanto ricostruito, che dovrebbe avere oggi una cinquantina di anni.

A quasi 36 mesi di distanza dalla sera del 26 novembre 2010 in cui la giovane promessa della ginnastica ritmica sparì, per essere ritrovata morta 90 giorni dopo in un campo a pochi chilometri da casa, le indagini non sembrano avere una direzione precisa. Così, mentre gli inquirenti hanno comparato le tracce biologiche trovate sul corpo di Yara con il codice genetico di Andrea Pizzocolo (il ragioniere killer di Lodi fermato per l’omicidio di Lavinia Simona Ailoaiei e sospettato di diversi altri omicidi a sfondo sessuale) escludendo la compatibilità, il dramma di Brembate perde uno dei suoi protagonisti. Al piastrellista nordafricano, indagato per 908 giorni e poi prosciolto «perché il fatto non sussiste», però non basta l’archiviazione del caso.

In un bar di Camposampiero, nel Padovano, città in cui è ospitato da un amico nell’attesa di decidere del suo futuro, Fikri, pulito e curato, barba appena fatta e capelli ben pettinati, parla dei suoi progetti, della sua versione dei fatti e dell’etichetta di presunto omicida che gli rimane appiccicata addosso. Ma, nonostante gli argomenti duri e le parole a volte pesanti, il modo di fare di Fikri è rimasto composto e riservato, con un invidiabile controllo su se stesso e sulle proprie emozioni. «Mi hanno marchiato a vita, ora lo Stato mi deve risarcire» dice subito.

Ora che il suo caso è stato archiviato, come si sente?

Non del tutto bene. Ero in Marocco quando ho saputo dell’archiviazione. Ero contento e sono tornato in Italia, pensando che qui per me la situazione fosse cambiata, però non è andata così. Il mio permesso di soggiorno è stato bloccato e nessuno mi fa lavorare. Questa situazione non ha niente a che vedere con la crisi, mi è capitato di fare colloqui con aziende che mi volevano assumere, è andato tutto bene fino al momento in cui ho presentato i miei documenti. Appena hanno capito che io sono lo stesso Fikri di cui hanno sentito parlare al telegiornale, mi hanno allontanato.

Durante questi anni è stato indagato, in molti hanno sospettato di lei, la sua fidanzata se n’è andata e diversi amici hanno smesso di parlarle. Non ha mai pensato di andarsene dall’Italia?

Se le cose continueranno così, tornerò nel mio paese. Ho sempre avuto fiducia nella giustizia italiana, ma l’archiviazione non basta a restituirmi la reputazione e in questo modo non riesco a vivere. Amo l’Italia, ho lavorato tanto per ottenere i documenti e ora sto provando a ricostruire la mia vita, ma quando vieni macchiato da un’accusa come quella di omicidio, ti rimane addosso per sempre. Dovevo sposarmi con la mia compagna, invece lei mi ha lasciato perché i suoi genitori non sopportavano che stesse con un uomo sospettato di un crimine così brutale. Quando vado in giro ho spesso paura che qualcuno possa commettere delle follie, pensando di vendicare quella povera bambina. Sono arrabbiato con lo Stato italiano, non l’ho ancora fatto ma chiederò dei danni.

Quanto chiederà?

Chiederò quello che è giusto, quello che ho perso.

Perché secondo lei i genitori di Yara si sono opposti all’archiviazione del suo fascicolo?

Li capisco, provano molto dolore. Però devono anche tenere conto del fatto che io non ho colpe e che questo processo mi ha rovinato la vita.

Inizialmente lei è stato indagato per omicidio, poi per favoreggiamento, ma da entrambe le accuse è stato scagionato. Perché il gip di Bergamo Ezia Maccora avrebbe dichiarato che lei era «spinto a nascondere ciò che ha visto, o di cui era venuto a conoscenza, per proteggere e/o favorire la persona che ritiene in qualche modo coinvolta nel delitto»?

Inizialmente mi avevano accusato di sapere qualcosa, poi mi hanno indagato per omicidio, infine per favoreggiamento. Sembra che avessero bisogno di un colpevole, non è giusto, io non so niente e non ho mai coperto nessuno. Sembra che qualcuno mi volesse incastrare.

Dov’era lei la sera in cui Yara Gambirasio è stata rapita?

Non conosco l’ora precisa in cui l’hanno rapita. Io ho lavorato con il mio capo, Roberto Benozzo, tutto il giorno. Intorno alle 7 di sera siamo andati insieme a cena in un ristorante, la proprietaria ha già confermato di averci visti seduti al tavolo. E pensare che non avrei neanche dovuto lavorare, quando mi hanno chiamato stavo preparando le valigie per andare in vacanza in Marocco, come faccio ogni anno.

La notte in cui Yara è scomparsa è stato notato da una testimone un furgone bianco attorno alla zona della palestra in cui si allenava la ragazzina. Il 26 novembre 2010 alle 18.28 le telecamere di sorveglianza di una banca di Brembate di Sopra hanno ripreso il passaggio di un furgone bianco, che procedeva in direzione opposta rispetto alla casa dei Gambirasio e alla palestra in cui Yara si allenava. Pochi minuti più tardi lo stesso furgone veniva immortalato mentre percorreva di nuovo le strade del quartiere in direzione opposta. Una coincidenza vuole che lei fosse proprietario di un furgone bianco che, come la sua automobile, non è mai stato perquisito.

Io non avevo nessun furgone bianco, il mio capo ne aveva uno con cui lavoravamo, ma nella zona del cantiere ne passavano diversi.

È vero che nel momento in cui lei è stato arrestato, nel 2010 su un traghetto diretto a Tangeri, aveva imbarcato con sé un furgone bianco di proprietà di suo cugino?

Sì, quel furgone era mio e di mio cugino. Volevamo aprire un’attività in Marocco, ma con il mio arresto è andato tutto a monte. Il mezzo è stato riportato nella zona di Treviso e venduto.

Quindi lei era proprietario di un furgone bianco...

Sì, ma quello non c’entra niente con Bergamo e con il cantiere. Prima di essere imbarcato è sempre rimasto nella zona di Treviso.

All’interno dei polmoni di Yara è stata trovata della polvere proveniente probabilmente da un cantiere edile, o da un mezzo che transitava spesso nel cantiere. Ha notato qualcosa di strano lì attorno? Sospetta di qualcuno?

Se avessi avuto qualche sospetto, lo avrei detto dal primo giorno. Per lo Stato italiano ora lei è innocente... Chiedo alle persone di prenderne atto e di avere fiducia in me. Sto cercando lavoro e vorrei che qualcuno mi offrisse una possibilità.

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