FBI: l'indagine mafia Italia-Usa in diretta
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FBI: l'indagine mafia Italia-Usa in diretta
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FBI: l'indagine mafia Italia-Usa in diretta

L’hanno chiamata "New bridge", il nuovo ponte, perché il collegamento storico fra la malavita italiana e americana era già stato messo alla prova con una serie di operazioni congiunte fra polizia di Stato e Fbi, culminate nella maxiretata del 2008 fra Palermo e New York

L'operazione sulle due sponde dell’Atlantico è scattata nella notte fra lunedì 10 e martedì 11 febbraio a New York, alle prime luci dell’alba in Italia. L’hanno chiamata "New bridge", il nuovo ponte, perché il collegamento storico fra la malavita italiana e americana era già stato messo alla prova con una serie di operazioni congiunte fra polizia di Stato e Fbi, culminate nella maxiretata del 2008 fra Palermo e New York.

Quello era l’"old bridge", il vecchio collegamento mafioso della compagine ripiegata in America ("gli scappati", così li chiamavano) dopo la conquista del potere da parte dei corleonesi. Una volta usciti dai giochi Totò Riina e Bernardo Provenzano, gli uomini del clan Inzerillo che avevano trovato protezione a New York sotto le insegne della storica famiglia Gambino, erano tornati in Sicilia a riallacciare i fili criminali interrotti per decenni. Le cose non erano andate secondo i loro piani. Ma la natura della criminalità organizzata, si sa, non tollera vuoti, e così la vecchia alleanza di Cosa nostra è stata presto soppiantata da nuovi sodalizi. Il "new bridge" verso l’America lo ha costruito la cosca Ursino, storica famiglia della ’ndrangheta di Gioiosa Ionica, provincia di Reggio Calabria, che si è inserita nei canali lasciati sguarniti dalla vecchia alleanza in dissoluzione.

La geografia del crimine si è spostata dalla Sicilia alla Calabria, ma la sponda oltreoceano è sempre il clan Gambino, una delle cinque storiche famiglie mafiose americane assieme ai Colombo, i Lucchese, i Bonanno e i Genovese. Il Servizio centrale operativo (Sco) della Polizia di Stato e l’Fbi con la squadra mobile di Reggio hanno arrestato 17 persone in Italia e 7 a New York. Le accuse vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al riciclaggio, fino al traffico internazionale di droga. Ma nell’inchiesta della Procura di Reggio Calabria spuntano anche falsari, banche svizzere, narcotrafficanti messicani, opachi intermediari con nomi in codice che si muovono fra Miami, le Bahamas, Santo Domingo, la Repubblica Dominicana e poi giù fino alla Guyana e alla Colombia, lungo le grandi rotte globali della droga. Il core business era equamente ripartito fra la cocaina e l’eroina; la prima doveva andare dal Sudamerica alla Calabria per essere smerciata in Italia e non solo. L’eroina, invece, faceva il giro opposto, dall’Italia agli Stati Uniti. Per inserirsi nel mercato serviva però un intermediario fedele con le conoscenze giuste. Questi era Franco Lupoi, detto Frank, suocero di Antonio Simonetta, esponente della cosca ionica, e amico di Francesco Ursino, figlio del boss Antonio, detenuto nel carcere di Tolmezzo (Udine).

Tutti e tre sono finiti in manette. Lupoi, calabrese nato a New York, aveva le chiavi per accedere al collaudato network della droga dei Gambino e metterlo al servizio della ’ndrangheta. Non deve sorprendere che fra gli arrestati ci siano anche i membri di una cellula beneventana affiliata ai calabresi, un impiegato di banca di origine greca e un americano di origine cinese ("Quello lì con gli occhi a mandorla" lo chiamano gli affiliati) che poco hanno a che vedere con l’immaginario classico della mafia italoamericana, genere Padrino: l’operazione "New bridge" testimonia la natura liquida dell’organizzazione, capace di stringere alleanze trasversali con ramificazioni in tutti i settori del crimine, a qualunque latitudine. È quello che spiega a Panorama il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri: "Non ci sono barriere né steccati in questi traffici, le barriere sono nella nostra testa. Questa inchiesta dimostra che la ’ndrangheta sta allargando la sua rete, sfruttando anche la crescente domanda di eroina negli Stati Uniti".

La grande operazione prevedeva che le famiglie calabresi acquistassero una partita di cocaina da 1 milione di euro. Sarebbe salpata dal porto di Georgetown, in Guyana, per arrivare a Gioia Tauro. Dopo discussioni sulle modalità per portare in Italia quella che in codice i mafiosi chiamano "la Mercedes" (molti riferimenti alla droga sono automobilistici: c’è la ruota, il test drive, l’incidente) si decide per la frutta in scatola. Barattoli di ananas e cocco. Probabilmente una parte sarebbe stata rietichettata e spedita in Canada, dove la ’ndrangheta sta mettendo in pratica da tempo la sua vocazione internazionale.

La copertura del pesce oceanico della Guyana era troppo sospetta per i gestori di una pescheria sul Mar Ionio; il carbone complicato da giustificare; le lastre di marmo pure. Attraverso Alexander Chan, il cinese che trafficava a Chinatown, e con l’aiuto di Anthony Drossos "il greco", Lupoi entra in contatto con un narcotrafficante messicano che l’Fbi sta cercando di identificare. Lui organizza la spedizione dalla Guyana nei barattoli di frutta, ma l’operazione subisce una battuta d’arresto quando, siamo nel novembre del 2012, la polizia della Malesia intercetta una partita di cocaina da 7 milioni di dollari in rotta verso il Mozambico. I 76 chili di droga sono dentro barattoli di ananas e cocco marchiati New So CoCo, la stessa azienda della Guyana con cui è entrato in contatto Lupoi attraverso il suo uomo a New York e il mediatore messicano.

Le conversazioni allarmate all’interno della cosca rivelano agli investigatori che li ascoltano il progetto criminale. L’operazione infine salterà, ma la connessione malesiana è una delle svolte di un’indagine multistrato coordinata fra le forze investigative italiane e americane. Nei fascicoli della procura ci sono migliaia di intercettazioni telefoniche e ambientali, trascrizioni di sms ed email, ricevute di bonifici, un gigantesco apparato di informazioni che dà l’idea della fluidità di un’organizzazione che si muove agile da una sponda all’altra dell’oceano.

"L’Fbi, la polizia e lo Sco hanno affinato ancora di più la capacità di inquadrare la criminalità italiana all’estero" spiega a Panorama Andrea Grassi, direttore della divisione operativa dello Sco, arrivato a New York con alcuni dei suoi uomini per seguire l’operazione "e, dal punto di vista della conoscenza dei fenomeni criminali, questa operazione mette in evidenza il complesso legame fra una ’ndrangheta sempre più influente e la Cosa nostra americana".
La foga di avviare il business americano era tale che Lupoi si è adoperato intensamente per trovare clienti a cui piazzare l’eroina. Assieme all’affiliato Alex Chan ne ha consegnato 1,3 chili a un tizio che si era conquistato nel tempo la fiducia del circolo mafioso, tanto da essere coinvolto nel viaggio in Italia che Lupoi organizza per sistemare certi affari. Era un agente dell’Fbi infiltrato, nome in codice Jimmy.

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