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Expo tra mafia e riciclaggio: nomi e numeri delle indagini

In carcere sono finite 7 persone, 4 ai domiciliari. Cosa Nostra si sarebbe infiltrata negli appalti della Fiera di Milano

Il connubio tra criminalità organizzata e criminalità economica, con l'effetto di portare Cosa Nostra ad infiltrarsi negli appalti della Fiera di Milano per le manifestazioni fieristiche e per i capannoni di Expo 2015, e un "fiume di contanti in nero" che, in parte, dalla Lombardia ha preso la strada verso la Sicilia fino a raggiungere le tasche della famiglia di Pietraperzia. È questo il quadro dell'indagine coordinata dalla Dda milanese che ha portato in carcere 7 persone e 4 ai domiciliari. Ecco, pagina dopo pagina, tutti i dettagli.

Le accuse

Le accuse, diverse da indagato a indagato, sono associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, appropriazione indebita, riciclaggio, anche con l'aggravante di aver agevolato la mafia.

I nomi degli indagati

I militari del Gico della Guardia di Finanza, oltre al sequestro preventivo di beni per oltre 5 milioni di euro, hanno portato in carcere Giuseppe Nastasi, amministratore di fatto del consorzio di cooperative Dominus, il suo socio e stretto collaboratore Liborio Pace, l'avvocato (nonchè ex presidente della camera penale di Caltanisetta) Danilo Tipo e alcuni presunti riciclatori come Alessandro Moccia e il bresciano Francesco Zorzi. Ai domiciliari invece sono finiti, tra gli altri, il padre di Nastasi, Calogero, Giuseppe Lombino e Simona Mangoni, definiti negli atti dell'inchiesta prestanomi a capo delle società cosiddette cartiere della galassia del consorzio, utilizzate per accumulare denaro in nero usato dallo stesso Nastasi per spese personali, come l'acquisto degli arredi di casa, o depositato su conti esteri in Slovacchia, Slovenia, Romani e Liechtenstein, Paesi nei quali sono in corso rogatorie.

Chi ha seguito le indagini

Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal gip Maria Cristina Mannocci, su richiesta del procuratore aggiunto Ilda Boccassini, capo dell'antimafia di Milano, e dai pm Paolo Storari e Sara Ombra, titolari delle indagini nelle quali, come è stato precisato in conferenza stampa questa mattina, non ci sono responsabilità penali di Expo o Fiera Milano spa per conto della sua controllata Nolostand che la Procura di Milano ha chiesto e ottenuto di commissariare. Semmai, come ha spiegato Boccassini, ci sono "negligenza e sciatteria"  per i mancati controlli su chi fossero le società e i loro amministratori ai quali affidare in appalto o subappalto i lavori, come Pace, già noto alle cronache giudiziarie, anche se poi scagionato, per essere legato alla famiglia di Pietraperzia, e come Nastasi vicino agli Accardo (risultano "favori e cortesie nei confronti di Nicola") la "potente" famiglia di Partanna "in forte vicinanza" con quella di Messina Denaro di Castelvetrano.

Il giro dei soldi: 18 milioni di "cani"

Come riassume il gip nel suo provvedimento, la Dominus, con un fatturato complessivo di oltre 20 milioni di euro in tre anni, ha ricevuto lavori quasi esclusivamente da Nolostand o direttamente o tramite società consorziate: poco più di 18 milioni dal 2013 all'ottobre 2015 per un consistente numero di allestimenti per il polo fieristico milanese e lavori - in quantità più ridotta - di montaggio o smontaggio per Expo 2015 o per alcuni padiglioni presenti all'esposizione universale e cioè quelli del Quatar, della Francia, della Guinea Equatoriale, di Birra Poretti, del Palazzo Congressi, dell'Auditorium, di Carlsberg e così via.
Tale somma, versata regolarmente, tramite società cartiera e fatturazioni per operazioni inesistenti - a questo proposito gli indagati usano "terminologia cinofila" del tipo "devo farti vedere un cane" per parlare di documentazione contabile falsificata - , sarebbe stata trasformata in fondi neri, ritornati al mittente, Nastasi, e poi o "ripuliti" o depositati su conti esteri o in parte partiti per il Sud.

Il ruolo di Cantone

Dici Expo, e pensi a Cantone. Perchè il nome del magistrato chiamato a presiedere l'Autorità nazionale anticorruzione è legato a quello dell'esposizione e l'Anac da lui guidata ha avuto il compito di vigilare sulla regolarità degli appalti e il potere di commissariare quelli sospetti. Dunque, quei controlli hanno funzionato? La risposta la da lo stesso Cantone. Nella certezza, come dice lui stesso, che "anche con la più stretta vigilanza, nulla è esente da rischi". Come stanno esattamente le cose? "Non è emerso nessun collegamento tra l'attività della Procura e quella svolta dall'Anac. Nessun appalto oggetto d'indagine per possibili infiltrazioni è fra quelli che erano oggetto delle verifiche dell'Autorità", risponde Cantone, interpellato dall'ANSA. "Quelle al centro dell'inchiesta sono situazioni - spiega - che esulano dal perimetro di controllo affidato all'Anac per Expo.
Gli accertamenti degli inquirenti riguardano o subappalti che non dovevano essere oggetto di verifica da parte di Anac o lavori in padiglioni esteri sottratti alla legislazione nazionale, ai fini di un nostro controllo. Si tratta di situazioni su cui l'Autorità non sarebbe potuta entrare con i propri strumenti. Sottolineo, quindi, come le indagini della Procura non mettano in discussione la regolarita' degli appalti fatti da Expo e controllati da Anac".

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