Esteri

Chi è Yuri Guaiana, l'attivista fermato in Russia sul caso gay in Cecenia

Tentava di consegnare oltre 2 milioni di firme di chi chiede verità e giustizia sulla persecuzione degli omosessuali nella repubblica caucasica

Yuri Guaiana

Redazione

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"‪Grazie a tutte e tutti. Spero che la stessa attenzione rivolta a me, sia ora data alla Cecenia e ai diritti umani delle persone #LGBT, e non solo, in #Russia e ovunque siano violati‬": questo l'auspicio che Yuri Guaiana ha espresso sulla sua pagina Facebook al rientro da Mosca, dove l'11 maggio ha subito un fermo di polizia di diverse ore, è stato interrogato e infine, dopo il rilascio, ha fatto rientro in Italia in serata.

Su di lui le (false) accuse pendenti di "manifestazione non autorizzata" e "resistenza a pubblico ufficiale". Con altri 4 attivisti russi, Yuri cercava di consegnare le firme di una petizione che chiede verità e giustizia sulle persecuzioni dei gay in Cecenia, dove "si sta consumando un crimine contro l'umanità".

 

Chi è Yuri Guaiana

Milanese con natali comaschi, Yuri Guaiana, classe 1974, è da sempre un militante radicale per i diritti civili, impegnato in particolar modo sulle tematiche LGBT. Laureato in Scienze Politiche e con un dottorato in Storia contemporanea, nel 1999, da segretario dell'Arcigay di Como, organizza la prima manifestazione nazionale per chiedere una legge sulle Unioni Civili.

Dal 2011 al 2016 è segretario nazionale dell'Associazione Radicale Certi Diritti, in prima fila nella battaglia per il matrimonio egualitario, della quale è oggi responsabile per le questioni transnazionali. Dal 2013 è membro del Board di ILGA-Europe, l'associazione delle associazioni LGBT europee. Durante il mandato della giunta Pisapia, è stato Vicepresidente della Zona 2 di Milano, eletto con i Radicali.

Perché era a Mosca: la persecuzione dei gay in Cecenia

Da attivista della ONG All Out, Guaiana era a Mosca per consegnare (simbolicamente) al Procuratore generale della Federazione russa oltre 2 milioni di firme raccolte online in calce a diverse petizioni - tra cui quelle di All Out, Avaaz e Change - che chiedono una seria inchiesta sulle persecuzioni delle persone omosessuali, o presuntamente tali, in atto in Cecenia.

Come ha denunciato in primis la giornalista Tetyana Maksymyuk sul quotidiano russo indipendente Novaya Gazeta, nella piccola repubblica caucasica oltre un centinaio di uomini hanno infatti subito nei mesi passati, per mano delle autorità, arresti, torture all'interno di prigioni segrete e - almeno in 3 o 4 casi - la morte.

"I cittadini russi meritano di vivere in libertà e in uno stato di diritto." - ha detto Guaiana da Mosca - "La Russia deve rispettare i trattati internazionali che ha sottoscritto. Nessuno deve sacrificare la propria libertà e la vita solo a causa di quello che si è e di chi si ama, né in Cecenia né da nessun'altra parte."

La denuncia del giornale su cui scriveva Anna Politkovskaja ha portato diverse personalità politiche a esprimersi pubblicamente per chiedere un intervento diretto al presidente russo Vladimir Putin. Tra loro, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, la premier britannica Theresa May e l'Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri, Federica Mogherini.

Lo "zar di Russia" ha annunciato che avrebbe chiesto "personalmente" al Procuratore generale e al Ministro dell'Interno di aiutare la garante dei diritti umani, Tatyana Moskalkova, a controllare "queste voci di abusi". Il leader ceceno Ramzan Kadyrov, alleato di ferro di Putin, si è detto a quel punto "pronto" a cooperare con le autorità, salvo poi ribadire che nella repubblica a prevalenza islamica "non esistono persone di orientamento sessuale non tradizionale".

Perché è stato fermato: "accuse false"

Insieme a quattro attivisti dell'associazione Open Russia (Alexandra Aleksieva, Marina Dedales, Nikita Safronov e Valentina Dekhtiarenko), il militante radicale è stato fermato dalla polizia nella mattinata dell'11 maggio dopo aver percorso, trasportando gli scatoloni delle firme, solo poche centinaia di metri in direzione degli uffici della procura.

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Anche se Yuri e gli altri attivisti hanno accuratamente evitato di violare le norme vigenti in Russia - tra cui l'ambigua legge contro la propaganda dell'omosessualità, che dal 2014 di fatto ha messo un veto su qualsiasi discorso pubblico sui temi dei diritti LGBT - sono stati immediatamente fermati da un folto gruppo di militari e sono stati trasportati a bordo di un cellulare nella stazione di polizia competente.

Dopo essere stati interogati, per gli attivisti è stato disposto un fermo amministrativo, con l'accusa di aver organizzato una "manifestazione non autorizzata" e di aver opposto resistenza a pubblico ufficiale. Guaiana ha definito "false" entrambe le accuse. Una conferma ci viene dalle immagini diffuse da Radio Free Europe.

Il rilascio: "la battaglia continua"

Poco dopo che la notizia del fermo ha iniziato a diffondersi in rete, il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova è intervenuto comunicando che la Farnesina era a conoscenza del caso e aveva attivato la nostra rappresentanza diplomatica a Mosca.

Il Console generale italiano Papadia de Bottini ha infatti raggiunto Guaiana, che nel tardo pomeriggio è stato rilasciato insieme agli altri quattro. Per Yuri è partita a quel punto la corsa verso l'aeroporto: "Devo lasciare la Russia il prima possibile, c'è un processo a mio carico", ha dichiarato all'ANSA, parlando anche di timori per eventuali attacchi omofobici.

In una conferenza stampa con altri militanti radicali a Milano, il 12 maggio, l'attivista LGBT ha precisato che "il processo agli attivisti russi è stato indetto per il 29 maggio, io potrò affrontarlo da contumace ma loro no. Per loro la pena prevista è fino a 15 giorni di reclusione e un'ammenda fino a 1.000 euro." E ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché "faccia pressioni, perché faccia di tutto affinché i cittadini ceceni e russi possano vivere liberi".

La "battaglia" per la difesa dei diritti degli omosessuali in Cecenia "non finisce qui e ci rivolgeremo alle istituzioni europee" per chiedere, tra le altre cose, "l'invio di osservatori", ha assicurato l'attuale segretario di Certi Diritti, Leonardo Monaco.

"L'Italia deve attivarsi nella protezione internazionale per il riconoscimento dello status di rifugiati ai gay perseguitati in Russia, e a tal fine servono anche procedure d'urgenza sui visti", ha confermato Marco Cappato, a sua volta già arrestato in Russia 10 anni fa mentre protestava contro il divieto alla svolgimento di un gay pride. "Non dimentichiamo - ha aggiunto - che la Federazione Russa siede come l'Italia nel Consiglio d'Europa e quindi un'azione politica incisiva è possibile: ad esempio si potrebbero mandare degli osservatori".

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