Trump vs Clinton: quozienti intellettivi a confronto

Dopo il deludente dibattito in tv tra Trump e Clinton, è lecito dubitare dell’intelligenza politica di entrambi. Ma com’è il QI di un presidente?

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Donald Trump e Hillary Clinton al secondo dibattito tv a St.Louis - 9 ottobre 2016 – Credits: GettyImages

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Quanto dev’essere intelligente un presidente degli Stati Uniti? Questo curioso titolo è apparso su Scientificamerican.com il 26 maggio 2015 a firma di David Z. Hambrick, professore del Dipartimento di Psicologia della Michigan State University ed editorialista del New York Times. La domanda che si poneva il professore era precedente alla comparsa sulla scena di Donald Trump, prima cioè il candidato repubblicano demolisse ogni visione politically correct su come dovrebbe comportarsi un candidato che ambisce alla presidenza degli Stati Uniti e su quali valori dovrebbe incarnare. Ma è precedente anche alla vittoria alle primarie di Hillary Clinton, che da mesi insegue la poltrona della Casa Bianca puntando tutto sulla sua statura politica e sul suo profilo di donna fiera e democratica, in opposizione al “bullo newyorchese” (copyright Time magazine).

Il fattore “Quoziente Intellettivo”
Hambrick
nel suo articolo citava uno studio del 2006 dello psicologo dell’Università della California Davis Dean Keith Simonton, il quale aveva utilizzato un approccio di ricerca istoriometrico per stimare la correlazione tra Quoziente Intellettivo (QI) e successo presidenziale, indagando sui primi 42 presidenti degli Stati Uniti, da George Washington a George W. Bush.

 Simonton affermava di aver scoperto che le stime del QI degli ex presidenti variavano “tra 118 – valore medio di un diplomato al college – e uno stratosferico 165, molto oltre il valore di soglia considerato per definire un genio”. I valori più bassi erano quelli di Ulysses S. Grant, Warren Harding e James Monroe. I tre più elevati quelli di John Quincy Adams, Thomas Jefferson e John F. Kennedy. Ma quel che colpiva dello studio era l’affermazione secondo cui “l’IQ è correlato positivamente con una misura della ‘statura presidenziale’ definita sulla base di diverse classifiche della capacità di leadership presidenziale, e la correlazione è molto diretta. Quanto più era intelligente il presidente, tanto più questa statura era elevata”. Insomma, il QI di un candidato sarebbe predittivo o quantomeno indicativo della sua possibile futura performance come statista.

Il confronto televisivo Trump-Clinton
E veniamo quindi al dilemma odierno. Dopo due dibattiti in cui Trump e Clinton se le sono date di santa ragione, sappiamo che entrambi i candidati alla Casa Bianca non sembrano all’altezza del compito: l’uno per l’incredibile mole di “parole in libertà” che si è permesso, nonostante la carica che intende ricoprire richieda moderazione; l’altra per l’incredibile quantità di “azioni scorrette” che si è permessa come First Lady prima e Segretario di Stato poi, salvo poi rinnegarle con forza. È mancata a entrambi la capacità di dimostrare una superiorità morale e un’abilità comunicativa che portasse la discussione oltre il mero pettegolezzo teso solo a screditare l’avversario. Colpa forse del loro intelletto?

 Nessuno dei due ha saputo approfittare degli scivoloni dell’altro, così come nessuno ha saputo posizionarsi laddove gli americani vorrebbero vedere collocato un presidente, e cioè a metà tra una figura carismatica e un eroe hollywoodiano. Abituati all’eloquio poderoso di Barack Obama, che ha portato la narrazione (se vogliamo la retorica) dell’America presente e futura a un livello kennediano, il secondo dibattito televisivo prima del voto dell’8 novembre ci ha riportato così in basso che è lecito nutrire seri dubbi sull’intelligenza politica di entrambi.

I QI degli ex presidenti
Se però dobbiamo attenerci agli schemi illustrati da Hambrick, scopriamo che uno dei due è nettamente superiore all’altro e potrebbe prevalere. Per quel poco che può valere questo gioco statistico, lo schema del professore regge se confrontiamo i Quozienti Intellettivi degli sfidanti con i vincitori delle scorse elezioni presidenziali: Bill Clinton, Quoziente Intellettivo di 137, divenne presidente battendo il suo avversario George H.W. Bush, fermo a un modesto 98. Suo figlio George W. Bush, QI pari a 125, nel 2000 sconfisse l’avversario Al Gore, che pure ne aveva uno superiore (134) ma nel 2004 recuperò con John Kerry, indietro di soli due punti a 123. Infine, Barack Obama, con un QI di 130 ha avuto la meglio sia sul repubblicano John McCain (QI 125) al primo mandato, sia su Mitt Romney (QI 122) al secondo.

 Ma quando si scopre che il Quoziente Intellettivo di Hillary Clinton è pari a un ottimo 140, bisogna fermarsi a riflettere e guardarsi bene dal correre alla sala scommesse per puntare tutto sulla sua vittoria: il suo avversario repubblicano, Donald Trump, ha infatti un quoziente di ben 156 punti. Come la mettiamo adesso? Per fortuna loro, i sostenitori della Clinton possono trovare ancora conforto nelle parole del professor Hambrick, il quale aggiungeva che “il QI non è l’unico predittore del successo in questo lavoro. Sono in gioco anche molti altri fattori, tra cui l’esperienza, la personalità, la motivazione, le capacità relazionali e soprattutto la fortuna”. Infatti, “la Costituzione non prevede alcun test del QI e probabilmente non lo prevedrà mai”. E ci mancherebbe altro.

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