Il no della Ue a Gerusalemme capitale

Netta chiusura dell'Alto rappresentante per gli affari esteri europeo Federica Mogherini alla richiesta di Israele che la Ue segua l'amministrazione Trump

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu con l'Alto rappresentante per gli affari esteri della UE, Federica Mogherini - 11 dicembre 2017 – Credits: EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images

Redazione

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È stato un "No" netto quello che l'Unione Euopea, attraverso la voce di Federica Mogherini, l'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, ha detto a Israele dopo la colazione del 10 dicembre con Benjamin Netanyahu. Un incontro in cui il premier israeliano ha chiesto che anche i 28 Paesi della Ue seguissero la decisione presa dall'amministrazione americana di spostare la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

La posizione della Ue

I 28 Paesi della Ue hanno ripetuto che la loro posizione resta quella del passato: ovvero il riconoscimento di due Stati, uno palestinese e uno israeliano, entrambi con capitale a Gerusalemme.

"So che Netanyahu si aspetta che altri seguano la decisione del presidente Trump, di muovere l'ambasciata a Gerusalemme" ha detto seccamente Mogherini. "Può tenere le sue aspettative per altri, perché da parte degli Stati dell'Unione europea questa mossa non arriverà".

"È la nostra consolidata posizione e continueremo a rispettare il consenso internazionale su Gerusalemme sino a quando lo status finale della città santa sarà risolto con negoziati diretti tra le parti", ha aggiunto Mogherini che ha condannato la violenza contro gli ebrei, "anche in Europa", così come in Israele e contro i cittadini israeliani, dicendo che l'annuncio americano "potrebbe creare più spazio per le forze radicali".

Il fattore economico

Nonostante Budapest nei giorni scorsi avesse preso una posizione contro un documento di condanna a 28 sulla mossa di Washington, bloccandolo, l'Unione resta compatta sulla soluzione a due Stati. Almeno otto Paesi, guidati dal belga Didier Reynders chiedono anzi compensazioni per le infrastrutture destinate alle comunità palestinesi distrutte, e finanziate dai loro Paesi. Un conto stimato in 1,2 milioni di euro.

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