Esteri

Medio Oriente: gli Usa, l’Iraq e la "matrigna di tutte le battaglie"

Mentre Obama promette di sconfiggere lo Stato Islamico espugnando Mosul, il mondo sciita avanza e accerchia l’Arabia Saudita

Isis

Luciano Tirinnanzi

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Il Segretario di Stato americano John Kerry è sicuro, ci vorranno ancora alcuni mesi ma lo Stato Islamico (IS) sarà presto sconfitto. Gli Stati Uniti e l'Iraq hanno infatti iniziato i preparativi per un attacco in grande stile per riprendere Mosul entro l'estate. Secondo il Centcom, il Comando Centrale della Difesa, occorre ancora un po’ di tempo prima che la selezione e la formazione delle unità militari combattenti irachene sia pronta per quello che viene ritenuto – forse imprudentemente - l’assalto finale contro IS.

Il piano degli americani è volto alla conquista di Mosul, la capitale irachena dello Stato Islamico dove tutto ha avuto inzio. Riprendere Mosul significherebbe davvero la sconfitta dei miliziani sunniti capeggiati da Al Baghdadi ma, per fare ciò, bisognerà prima tagliare le linee di rifornimento dei militanti dello Stato islamico, che ancora oggi controllano la seconda città più grande dell'Iraq così come le provincie di Ninive e Anbar, al confine siriano.

Il generale Lloyd Austin, oggi a capo del Comando centrale dell’esercito, ha dichiarato al Wall Street Journal che la campagna internazionale contro IS ha già inflitto danni significativi e che le forze irachene hanno recuperato circa 450 chilometri quadrati di territorio nella provincia di Mosul.


Le truppe di terra

Ma la vera notizia è che il Pentagono sta vagliando l’ipotesi di schierare truppe di terra americane per affiancare gli iracheni e guidarli nell’attacco per riprendere Mosul. Un’ipotesi sulla quale "non abbiamo ancora deciso" aggiunge il generale, ma che di certo il presidente in persona sta maturando.

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, Barack Obama non poteva essere più esplicito: “chiedo al Congresso di mostrare al mondo che siamo uniti, approvando una risoluzione per l'uso della forza contro Isis […] Continueremo a dare la caccia ai terroristi e a smantellare le loro reti, ci riserviamo il diritto di agire unilateralmente nel caso di minacce dirette contro di noi o i nostri alleati”.

Ma il presidente dice anche di aver imparato la lezione degli ultimi 13 anni e che oggi “invece di inviare truppe di terra, si fanno partnership per impedire ai terroristi di poter contare su porti sicuri”. Dunque, la decisione sui “boots on the ground” non è ancora presa, ma già due intere divisioni militari irachene sono pronte ad avanzare per ingaggiare la campagna primaverile nella provincia di Ninive. Una battaglia i cui esiti potrebbero essere decisivi per il futuro del Califfato.

 

La situazione generale 

In questo passante della storia, non va trascurato che è ancora in Iraq che si combatterà “la madre di tutte le battaglie”, anzi la matrigna. Ma questo è un fatto naturale, poiché il Paese mediorientale rappresenta il proverbiale vaso di Pandora che, una volta aperto a suon di bombe (mittente George W. Bush), ha dato inizio a una pluriennale guerra fratricida tra sunniti e sciiti in tutta la regione del Medio Oriente, che è ancora in una fase espansiva. Tutto è iniziato qui e, forse, qui si concluderà. Ma il punto è quando? Non esistono margini sufficienti per poter affermare che la prossima campagna a guida americana sarà risolutiva e questo per una serie di ragioni.

Analizzando i Paesi coinvolti, oggi la situazione è la seguente: l’Iraq sunnita ha visto il suo territorio degenerare in una dittatura della Sharia per mano di Abu Bakr Al Baghdadi che adesso tiene in scacco parte del Paese. La popolazione sciita si è dunque attestata a sud di Baghdad e nel resto del meridione e il governo è stato costretto ad attuare una politica d’inclusione con le minoranze curde in testa (funzionali a combattere IS) che non sappiamo quanto reggerà, proprio per il suo essere strumentale.

L’Iran degli Ayatollah, baluardo del mondo sciita, finanzia e supporta il governo ufficiale iracheno in questa guerra, e ha schierato proprie truppe scelte sul campo. Teheran al contempo plaude al golpe in Yemen, dove gli sciiti Houti hanno preso il controllo della capitale e costretto il presidente e il governo a dimettersi. Al momento, lo Yemen è dunque senza governo e in una condizione di precario equilibrio che ricorda da vicino la Libia del dopo Gheddafi, dove esercito, tribù e radicali islamici si fronteggiano periodicamente senza che una parte riesca a prevalere sull’altra.

 

Il ruolo dell’Arabia Saudita 

Tutto questo impatta direttamente sul Paese più importante di tutto il Medio Oriente sunnita, l’Arabia Saudita. Garantita senza traumi la successione al trono interna alla famiglia reale - questa notte è stata annunciata contemporaneamente la dipartita del novantenne Re Abdullah e la sua sostituzione con il ministro della difesa, Salman Bin Abdulaziz - adesso Riad può e deve concentrarsi sull’accerchiamento in atto da parte del mondo sciita, che cresce minaccioso ai confini.

Protagonisti l’Iran, che si affaccia non solo al di là del Golfo ma ha giù un piede in Iraq, che potrebbe diventare un avversario pericoloso quando riuscirà a eliminare IS. E adesso si aggiunge anche l’instabile Yemen golpista. Senza contare la lotta, a dire il vero più che altro economica, da parte del Qatar, piccolo grande competitor di Riad. Se poi si aggiunge che echi di battaglie future si preparano in sordina anche in Afghanistan e Pakistan, il quadro non può che essere allarmante.

 

Il contagio delle armi e del radicalismo religioso rischia da un lato di aggravare l’instabilità generale del Medio Oriente e, dall’altro, disegna già oggi una geografia inedita che cambierà radicalmente il volto e la geopolitica di questa grande regione. Forse per sempre. Dall’esito della “matrigna di tutte le battaglie”, che con tutta probabilità si combatterà in Iraq nel 2015, sapremo dove sta andando il Medio Oriente. Ma quale direzione prenderà il futuro dell’Islam è presto per dirlo e, in fondo, neanche la sconfitta dello Stato Islamico garantirà la fine di questo caos. A ricordarcelo, c’è ancora un Paese che una volta si chiamava Siria.

 

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