Esteri

Perché l'Isis (e la Russia) minacciano ancora l'Europa

L'allarme dei servizi segreti britannici, dopo l'attentato a Parigi, mette in guardia l'Europa (anche da Mosca)

Isis Europa Russia

Eleonora Lorusso

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Indebolito in Medio Oriente l'Isis punta a colpire l'Europa, con nuovi e "devastanti" attacchi, sempre "più complessi" e difficili da prevenire o fermare. È un allarme serio quello dell'MI5, il servizio segreto interno britannico, lanciato in occasione del vertice con i responsabili europei dell'intelligence a Berlino, in Germania. La dimostrazione è l'ultimo attentato a Parigi.

Ma non basta: il pericolo arriva anche da Mosca con possibili cyber incursioni o azioni non convenzionali, come accaduto con il caso della ex spia russa, Skripal, avvelenata con gas nervino a Salisbury, in Gran Bretagna. 12 sono gli attacchi terroristici sventati in un anno, da quello di Westminster a Londra a marzo del 2017, 25 quelli complessivi scoperti per tempo negli ultimi 5 anni. In tutta Europa, come ricordato dal Guardian, sono invece 45 le azioni messe in atto dal 2016.

Ma perché lo Stato islamico mira a colpire in modo sempre più diretto? Secondo il capo degli 007 del Regno Unito, Andrew Parker, la minaccia terroristica è legata alla"ideologia omicida" del Califfato.

Perché l'Isis si rafforza in Europa

Dopo le sconfitte militari sul campo, in Iraq e Siria, il Califfato sembrava aver perso capacità operativa, ma al contrario sono bastati pochi mesi per riorganizzarsi in modo nuovo: non più in Medio Oriente, bensì proprio nel cuore dell'Europa, tramite cellule terroristiche "dormienti", ma pronte a entrare in azione in qualsiasi momento tramite i foreign fighters.

Difficile ridurre a zero il rischio in caso di attacchi da parte di lupi solitari, come accaduto a Parigi il 12 maggio, quando un uomo ha ucciso una persona tentando di compiere una strage, armato di coltello, per le strade della capitale francese.

Vengono chiamati così (o "cani sciolti") gli autori di sempre più frequenti attacchi nelle città europee. A volte hanno legami con cellule organizzate, ma in altri casi agiscono autonomamente.

Rappresentano una minaccia difficile da fronteggiare per le modalità con cui colpiscono: dai dirottamenti degli aerei sono passati ad azioni improvvisate nelle strade di Londra, Parigi o Bruxelles. Mirano a uccidere, con semplici coltelli o usando tir, come accaduto a Nizza, ai mercatini di Natale a Berlino o lungo la rambla di Barcellona.

Dopo questi casi in molti luoghi sono stati chiusi i centri cittadini con paletti, misure di blocco o con la presenza (sempre più massiccia) di forze dell'ordine e militari. Ma queste misure non sono sufficienti a scongiurare il pericolo, che potrebbe arrivare anche sotto altre forme.

La minaccia russa

Nel mirino dell'intelligence è finita anche Mosca, con la quale Londra vive da settimane una situazione di fortissima tensione, dopo l'avvelenamento della ex spia russa, Skripall, insieme alla figlia a Salisbury. Parker ha accusato la Russia di "flagranti violazioni di leggi internazionali", parlando di "azioni aggressive e funeste" e puntando il dito anche contro le future minacce che possono provenire dal paese guidato da Putin.

Il caso, dunque, non è affatto chiuso, nonostante non se ne sia più parlato, anche perché e autorità britanniche avrebbero imposto ai media un D-Notice, un vincolo al "silenzio stampa" su quanto accaduto. Una decisione motivata ufficialmente dalla necessità di proseguire le indagini, salvaguardando la Sicurezza Nazionale. A riferirlo è stato il giornalista di Channel 4, Alex Thomson, via Twitter.

A questo si aggiunge l'allarme sui cyber attacchi, sempre di matrice russa. Da qui l'appello a unire le forze europee in un rinnovato impegno anti-terrorismo.

L'analisi dei rischi

Per rispondere alle minacce dell'Isis, la risposta dei Paesi occidentali punta da un lato a rafforzare l'information sharing, ovvero la condivisione di informazioni riservate tra le organizzazioni di intelligence; dall'altro a "decapitare " i vertici del Califfato, a partire dal leader Abu Bakr al Baghdadi. Sulla guida dei miliziani delle bandiere nere pende una taglia da 25 milioni di dollari. Ma la sua uscita di scena avrebbe un valore ben maggiore della posta economica messa in palio.

Eliminare il capo dell'Isis, con la sua cattura o anche con la sua morte, rappresenterebbe una vera vittoria sugli jihadisti: non solo toglierebbe forza e vigore ai terroristi, ma li lascerebbe senza guida e sancirebbe la sconfitta ideologica. In un movimento nel quale proprio l'ispirazione è fonte di reclutamento di nuovi affiliati, la mancanza di una leadership segnerebbe una battuta d'arresto. A ciò si unirebbe la difficoltà di una riorganizzazione del Califfato, che richiederebbe tempo.

A condurre un'attenta valutazione sul potenziale delle azioni terroristiche è stato l'Institute for the Study of War (ISW), insieme al Critical Threats Project (CTP), presso l'American Enterprise Institute, negli Usa. Nel report elaborato si indicano le principali minacce per l'America e i suoi partner europei, che provengono proprio dai foreign fighters, fuggiti da Siria e Iraq, dopo la caduta di Raqqa e delle altre roccaforti dell'Isis come Mosul.

A preoccupare sono soprattutto i miliziani delle organizzazioni jihadiste salafite. Di queste fanno parte anche cellule di al Nusra, altro gruppo che opera a livello individuale, ma nella stessa sfera dell'Isis e di al Qaeda.

Secondo l'analisi dell'ISW, la forza del Califfato e degli altri gruppi organizzati collegati è che non sono solo terroristi, ma veri ribelli che mirano a sostenere i governi musulmani in loco, puntando poi a colpire l'Occidente per diffondere la loro ideologia (e odio) nel mondo. Il loro obiettivo sarebbe quello di imporre un "Califfato globale" fuori dai confini mediorientali.

La sicurezza occidentale

La linea di Washington e dei governi europei è dunque anche e soprattutto quella di garantire la sicurezza dei propri cittadini in patria. Per fare ciò, però, occorre anche agire in modo da eliminare l'Isis e al Qaeda nelle loro basi regionali. Grazie a guide spirituali (e militari) carismatiche, riescono a fare adepti anche in gruppi minori che sono pronti a unirsi alla causa della jihad, anche tramite foreign fighters.

Secondo gli esperti dell'Institute for the Study of War, distruggere le singole cellule che operano in Occidente è fondamentale, ma non sufficiente: occorre anche agire contro i vertici in Medio Oriente, in grado di reclutare sempre nuovi martiri. Da qui l'esigenza di combattere anche sul terreno iracheno e siriano.

Come già accaduto con Al Qaeda e i suoi vertici (con la cattura e morte di Osama Bin Laden), gli Stati Uniti puntano da tempo proprio all'eliminazione di strutture, mezzi e soprattutto uomini-chiave dell'Isis. Buona parte degli uomini forti del Califfato è stata messa fuori gioco con attacchi mirati, sia da parte delle forze statunitensi stesse, sia con l'ausilio delle milizie IDF curde sul campo. Un valido sostegno è arrivato poi dall'intelligence irachena.

Si inquadra in quest'ottica la recente cattura di 5 esponenti di rilievo dell'Isis, uno dei quali preso in Turchia: come riferito dal New York Times, si tratta di Alwaan al Ithawi, pseudonimo di Abu Zeid al-Iraqi, sposato con una donna siriana e pronto a guidare dal suo nascondiglio segreto le azioni di baghdadisti sia in Medio Oriente che in Europa.

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