"Io, nipote del presidente tunisino, condannato ingiustamente per truffa in Italia"

La stampa italiana non gli ha dato possibilità di replicare. Ora però Caid Essebsi Mohamed Sadreddine ha deciso di parlare: l'intervista

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Caid Essebsi Mohamed Sadreddine, nipote del presidente tunisino – Credits: LOOKOUT NEWS

Per Lookout news

Il 18 febbraio 2017 un articolo apparso sul quotidiano La Repubblica titolava: «Si faceva scorrazzare in giro a bordo di auto di lusso, ovviamente con autista. Ma non saldava mai i conti. Condannato a due anni di carcere». Seguivano le cronache del Corriere della Sera sul «rampollo tunisino». Il riferimento è a Caid Essebsi Mohamed Sadreddine, imprenditore quarantasettenne e nipote del più noto Beji Caid Essebsi, primo presidente democratico della Tunisia, insediatosi dopo la pluriennale dittatura di Ben Ali.

 Il quale, condannato in primo grado, non ci sta a essere dipinto come un truffatore. «Rilascio questa intervista in accordo con i miei avvocati Cristiano Pazienti, Cristiano Conte e Nabnabil Ackrimi» dice con tono piuttosto rammaricato ai microfoni di Lookout News. «Sono appena rientrato in Tunisia, e ci tengo a precisare che ho viaggiato regolarmente, passando i controlli di polizia senza alcun problema e senza che sia stato raggiunto da un avviso di garanzia nei miei confronti».

 Il caso che lo riguarda e che lo ha visto imputato, risale a oltre dieci anni fa ed è relativo a fatture non saldate per un totale di 47mila euro.

«Si tratta di fatti alcuni dei quali risalenti al 2005, ma sinora sono stato ascoltato solo una volta in aula, nel 2016. Mai interrogato da polizia, pubblico ministero, Gip, Gup, nessuno».

Ma non è questo ciò che lo preoccupa: «Se devo risarcire, risarcirò. Seppur ritengo ingiusta la sentenza emessa, darò mandato ai miei legali di risarcire la parte civile. Però darò anche mandato d’impugnare la sentenza perché sono innocente, si è trattato di un contratto mal gestito per il noleggio di un’imbarcazione. In ogni caso, quello che mi stupisce è che sono stato assolto su altri dieci capi d’imputazione, ma di questo non è stata data notizia. Sono fiducioso che le accuse nei miei confronti, alcune delle quali molto fantasiose, cadano in appello. Ho piena fiducia nella magistratura italiana. La situazione è ancora confusa e da chiarire».

 Sono i titoli dei giornali italiani a bruciare di più, anche perché il caso ha scosso la Tunisia, dove alla vicenda è stato dato grande rilievo: «I miei legali hanno cercato di ottenere un diritto di replica da Repubblica e Corriere, cioè le più importanti testate italiane, senza ottenerlo. Mentre in Tunisia, dove la libertà di stampa è arrivata soltanto da pochi anni, la possibilità di replicare mi è stata accordata nel minuto stesso in cui l’ho chiesta. Mentre i giornali italiani hanno pubblicato fatti in larga parte falsi. Hanno persino lasciato credere che fossi stato arrestato. Chi manipola queste informazioni e chi se ne approfitta? Io lo vorrei proprio sapere».

 Alla domanda, se ritiene che vi sia una precisa volontà politica di screditare la figura del presidente Essebsi, risponde: «Quando scrivono “condannato Caid Essebsi” senza specificare quale dei due, zio o nipote, o quando ti definiscono “rampollo”, c’è la volontà di offrire una lettura ambigua. Perché dare tanto risalto a una notizia di valore così limitato? Vogliono sfruttare il fatto che mio zio è presidente della Repubblica e trovo strano che la notizia esca a una settimana dalla visita del presidente in Italia, un timing sospetto. Chi ne sta approfittando? Io sto difendendo la mia persona ma voglio anche tutelare la mia famiglia e più in generale il mio Paese. Questi articoli fanno molto male».

 

Questa mossa non potrebbe essere partita dalla stessa Tunisia, magari per creare un caso politico?

«Onestamente non lo so, io sono lontano dalla politica tunisina. Posso solo dire che senz’altro la notizia ha suscitato un clamore ingiustificato, e mi chiedo il motivo. Anche perché è un fatto italiano, minore, un problema contrattuale commerciale tra due soggetti privati».

 Non è che questa storia avrà ripercussioni sulla politica tunisina, magari in vista di un suo impegno nel partito Nidaa Tounes?

«Ad oggi non ho ambizioni politiche, perché non ho mai intrapreso quella carriera e certo non mi posso reinventare oggi come politico. Si tratta di una vocazione e io non l’ho coltivata. Se dovessi aiutare il mio paese, però, lo farei. Sono fiero di essere tunisino, specialmente dopo aver visto come si è comportata la stampa nazionale sul caso che mi riguarda, perché mi ha criticato ma con onestà intellettuale e garantendomi quella libertà di parola che è mancata in Italia. Inoltre, non c’è stata nessuna influenza da parte del potere, mi sono difeso da solo e insieme ai miei avvocati».

 Ha parlato con suo zio, il presidente Essebsi? Che opinione ha della vicenda?

«Non gli ho mai parlato della vicenda in tutti questi anni, perché lui ha altre e ben più importanti responsabilità, e problemi veri di cui occuparsi. Ma so per certo che se gli dovessi parlare, per lui sarei un cittadino come gli altri. Non ci sarebbero preferenze, lui ci ha abituato così, tutta la nostra famiglia ci ha abituato così. Per il presidente lo Stato viene prima di tutto. Mentre ogni membro della famiglia deve assumersi individualmente la responsabilità dei propri atti».

 

Quando tornerà in Italia?
«Tornerò presto per lavorare, credo nella giustizia del vostro paese, che amo e rispetto (la famiglia Essebsi è di origine italiana, ndr). In Italia ho la residenza e da lì svolgo il mio lavoro, cioè di export Italia-estero e viceversa per il settore industriale ed energetico, soprattutto dai paesi arabi, ma non dalla Tunisia».

 

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