Esteri

La guerra Usa-Cina su Taiwan

La vendita di armi statunitensi a Taipei per oltre 2 miliardi di dollari rialza la tensione tra le due superpotenze

Taipei-Taiwan

Stefano Graziosi

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Il Dipartimento di Stato Usa ha approvato, pochi giorni fa, una cospicua vendita di armi a Taiwan per un valore complessivo di 2,2 miliardi di dollari. In particolare, l’accordo commerciale riguarda centootto carri armati M1A2T Abrams e duecentocinquanta missili Stinger: si tratta di materiale bellico richiesto dalla stessa Taipei. La Cina, neanche a dirlo, non ha preso bene la notizia. Non a caso, il ministero della Difesa cinese ha dichiarato che Pechino sia “fermamente contraria alle vendite di armi americane a Taiwan e ai contatti militari statunitensi con Taiwan”.

Insomma, questa vendita sta facendo salire la tensione nei rapporti tra Washington e la Repubblica Popolare. Un elemento tanto più significativo, se letto alla luce della guerra sui dazi attualmente in corso tra le due superpotenze. A prima vista, questo schiaffo americano alla Cina potrebbe apparire come paradossale. Non dimentichiamo infatti che, dopo alcuni mesi di escalation commerciale, Washington e Pechino sembravano aver siglato una sorta di tregua in occasione del G20, tenutosi ad Osaka lo scorso giugno. I due rivali avevano infatti congelato le ritorsioni tariffarie, riprendendo la strada dei negoziati per cercare di arrivare finalmente a un accordo. Che si respirasse un clima di timido rasserenamento sembrava testimoniato anche dal fatto che gli Stati Uniti avessero deciso di ammorbidire il bando emesso contro il colosso cinese Huawei. Ciononostante la situazione si è rivelata alla fine meno idilliaca di quanto apparisse.

Giovedì scorso, Donald Trump ha attaccato la Cina, accusandola di non rispettare i termini dell’intesa, raggiunta ad Osaka. Secondo il presidente americano, Pechino si sarebbe infatti impegnata ad acquistare rilevanti quantità di prodotti agricoli statunitensi. Una promessa che per Trump sarebbe stata tuttavia disattesa. Del resto, si tratta di una questione che sta particolarmente a cuore all’inquilino della Casa Bianca. Non bisogna infatti trascurare che, negli Stati Uniti, a fare le spese maggiori della guerra dei dazi contro Pechino sia stata proprio la classe agricola. Nella fattispecie, l’export statunitense di soia è crollato, creando non pochi problemi a un presidente che proprio negli agricoltori aveva trovato un fondamentale sostegno politico nel corso delle elezioni presidenziali del 2016. Per cercare di ovviare a questo problema, Trump ha stanziato nei mesi scorsi significativi sussidi pubblici a favore dei contadini: una mossa che gli era tuttavia costata la critica di svariati senatori repubblicani, restii ad ammettere intromissioni del governo federale in ambito economico. In questo senso, è abbastanza chiaro che si registri qualche turbolenza tra Washington e Pechino. E non sarà allora forse un caso che la Casa Bianca si stia giocando adesso la carta di Taiwan. In altre parole, è come se Trump stesse adottando la classica politica americana nei rapporti con Taipei, declinandola tuttavia nell’inedito contesto della guerra tariffaria con la Repubblica Popolare.

Dopo la storica apertura di Richard Nixon alla Cina di Mao Zedong, Jimmy Carter decise di adottare alla fine degli anni ‘70 la cosiddetta politica di una sola Cina, normalizzando le relazioni con Pechino e rompendo conseguentemente quelle con Taipei. La mossa non fu particolarmente apprezzata da ampi settori dell’establishment di Washington. Tanto che il Congresso – su input dell’allora senatore repubblicano dell’Arizona, Barry Goldwater – approvò il Taiwan Relations Act: un provvedimento, finalizzato a tenere in piedi rapporti ufficiosi con l’isola. È nel solco di questa norma che, nei decenni successivi, gli Stati Uniti hanno spesso rifornito di armi il governo di Taipei. Si pensi solo che, dal 2010, Washington abbia annunciato oltre quindici miliardi di dollari in vendite belliche a Taiwan. Inoltre, più in generale, questa legge ha di fatto consentito alle varie amministrazioni americane di destreggiarsi – talvolta un po’ ambiguamente – tra Pechino e Taipei, a seconda dei contesti e della convenienza. Tra i vari esempi, si può citare quello di Ronald Reagan che – con non poca spregiudicatezza – riuscì a condurre una politica di efficace oscillazione tra i due nemici in Estremo Oriente, perseguendo contemporaneamente due obiettivi ossimorici. Da una parte, Reagan aveva bisogno della Cina per arginare l’influenza geopolitica dell’Unione Sovietica, dall’altra non ebbe tuttavia alcuna intenzione di abbandonare un alleato storico come Taiwan. Ecco: nonostante uno scenario internazionale profondamente mutato, non è affatto escluso che Trump stia cercando di imitare questo tipo di approccio.

Ai tempi della campagna elettorale del 2016, il magnate newyorchese si contraddistinse per una durissima retorica contro la Cina (sotto questo aspetto era, del resto, profondamente influenzato dal suo consigliere al Commercio, Peter Navarro). Fu in quel contesto che, poche settimane dopo la conquista della Casa Bianca, ricevette una telefonata di congratulazioni dalla presidentessa di Taiwan, Tsai Ing-wen: una telefonata che ebbe un deciso risvolto mediatico, tanto da far ipotizzare alcuni commentatori che il nuovo presidente americano volesse abbandonare la politica di una sola Cina. Altri, più machiavellicamente, ritennero invece che quella conversazione volesse essere una forma di avvertimento minaccioso nei confronti di Pechino. D’altronde, è noto che la tecnica negoziale di Trump sia caratterizzata da un perenne altalenamento tra durezza e rasserenamenti. Anche per questo, probabilmente, il dossier taiwanese non ha costantemente rappresentato il centro delle preoccupazioni geopolitiche del presidente americano nei suoi primi anni di governo, per quanto siano state adottate alcune misure particolarmente incisive. Nel marzo del 2018, per esempio, Trump ha siglato il Taiwan Traval Act: una norma, approvata dal Congresso, che consente ai funzionari a tutti i livelli del governo degli Stati Uniti di recarsi a Taiwan per incontrare le loro controparti. Si è trattato di un passo particolarmente significativo sul versante diplomatico. Un passo che ha suscitato, non a caso, le dure reazioni di Pechino. In questo contesto, non va poi trascurato che, lo scorso maggio, la Camera dei Rappresentanti abbia approvato il Taiwan Assurance Act, con cui gli Stati Uniti si impegnano a fornire a Taipei una serie di importanti appoggi sul fronte internazionale.

Trump sta, insomma, ricorrendo a Taiwan come strumento di pressione sulla Cina nella guerra dei dazi. Una strategia che mira, tra l’altro, a controbilanciare il recente iperattivismo geopolitico di Pechino. Negli ultimi mesi, la Repubblica Popolare ha rinsaldato i propri rapporti politici ed economici con la Russia e la Corea del Nord, perseguendo un duplice obiettivo: aumentare il proprio potere contrattuale nelle trattative commerciali con Washington e cercare di alleviare il peso delle tariffe americane. L’escalation commerciale con lo Zio Sam si sta infatti rivelando non poco dannosa per la Repubblica Popolare: non sarà un caso che, secondo dati diffusi questo mese, la crescita economica cinese sia scesa al suo livello più basso in quasi tre decenni. In questo senso, la pressione cui Trump sta cercando di sottoporre la Cina è duplice. Sul fronte commerciale, ci sono i dazi; su quello geopolitico, la sponda di Taiwan e del Giappone. L’inquilino della Casa Bianca deve quindi muoversi abilmente su una linea sottile, che gli consenta di mantenere questa pressione sulla Cina, alternando momenti di aggressività a periodi distensivi (e cercando, per questo, talvolta di placare l’eccesso di zelo dei componenti maggiormente filo-taiwanesi del Congresso). Una strategia ambiziosa ma impellente, per un presidente americano che – sulla guerra dei dazi con Pechino – si giocherà probabilmente molto in vista delle presidenziali del 2020.

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