Guerra secessionista sulla corrida in Spagna

La sentenza contro il divieto alla tauromachia approvato dalla Catalogna è solo l'ultimo capitolo del braccio di ferro tra Madrid e Barcellona

 

È, a ben vedere, solo un altro capitolo della lunga guerra fra la Generalitat catalana e il governo di Madrid. Questa volta, però, il terreno di scontro non sono questione direttamente politiche. Sono i tori, o meglio le corride, sulle quali il parlamento regionale catalano aveva posto un veto che la Corte costituzionale spagnola (otto giudici a favore, tre i contrari) ha giudicato contrario alle leggi dello Stato. In particolare, a quella normativa ad hoc approvata dalle Cortes nel 2013, quando il Pp aveva la maggioranza assoluta, che aveva dichiarato la tauromachia «patrimonio culturale immateriale meritevole di tutela».

Il fatto, in questa battaglia simbolica e culturale, è che la Generalitat - come già accaduto in passato con altre sentenze giudicate «centraliste» - ritiene di avere tutti i mezzi, anche giuridici, per aggirare la sentenza e continuare a vantarsi di essere corrida-free. «Posso garantire che ci metteremo a lavorare perché non abbia alcun effetto pratico» ha dichiarato Carles Puigdemont, il presidente del parlamento catalano eletto nel 2016 grazie a un'alleanza indipendentista tra l'ex Convergencia y Union (centrista) e il cartello della sinistra antagonista di sinistra favorevole alla secessione.

LA STRATEGIA DELLA GENERALITAT
La strategia per disarticolare una sentenza che di fatto esalta la tradizione iberica della «fiesta» passa attraverso la competenza esclusiva regionale - che la Generalitat intende arrogarsi - nella difesa dei diritti degli animali maltrattati. Una linea sulla quale si trova d'accordo anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, eletta tra le fila dei movimentisti vicini a Podemos. Una linea sulla quale, anche al di fuori della Catalogna, si è attestata la neosindaca di Madrid, Manuela Carmena, giudice emerita della Corte Suprema di Spagna eletta con la lista Ahora Madrid (vicino a Podemos) il 13 giugno 2015.

DECLINO DELLA FIESTA
I cambiamenti del costume che hanno investito la Spagna dopo la fine del franchismo hanno avuto un peso importante nel declino della cosiddetta  «fiesta nacional». Secondo il Times, negli ultimi dieci anni, il numero delle corride è diminuito del 46% in tutto il Paese, con i risultato che i tori - che per gareggiare devono essere compresi tra i 4 e i 7 anni - finiscono più facilmente al macello che nell'arena. Gli stessi sondaggi realizzati dagli istituti di ricerca negli ultimi anni fotografano il declino di questa tradizione secolare:  tra gli under 30 quasi quattro intervistati su cinque manifestano disinteresse, quando non fastidio, per la tauromachia. Ma quello che è stupefacente è la decadenza di questa tradizione anche tra le fasce più maturo: quasi uno spagnolo su due - a seconda dei sondaggi -  si mostra disinteressato alle corride.

QUALCHE DATO SULLE CORRIDE
Delle oltre 400 Plaza de Toros ancora presenti nel Paese sono insomma qualche decina quelle operative, spesso nei comuni più piccoli, in occasione della festa del santo patrono. I sostenitori della corrida ne apprezzano la storia, la tradizione, la simbologia e raccontano la sfida tra matador ed toro come un confronto mitico dove anche il torero deve dimostrare coraggio. E spesso muore: ogni anno, in Spagna, vengono uccisi 30 mila tori mentre 40 sono i toreri e i picadores morti nell'ultimo secolo. L'ultimo a luglio, quando un toro di oltre 500 chili infilzò ripetutamente a morte  Victor Barrio, matador di 29 anni. Una delle classiche affermazioni dei sostenitori della corrida è una domanda: è più crudele, per un toro, morire durante la pugna in una corrida o in un macello? 

 

LUGLIO 2016: L'ULTIMO TORERO UCCISO
© Riproduzione Riservata

Commenti