Esteri

Cina, ombre sulla Via della Seta

La firma sul memorandum è solo l'ultimo passo del percorso di acquisizione di pezzi di Italia da parte della Cina

Xi Jinping Roma Giuseppe Conte Via della Seta

Mario Giordano

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Sulla fabbrica di Mel, in provincia di Belluno, adesso sventola bandiera rossa. Quella della Repubblica Popolare Cinese. Da una parte le cime delle Dolomiti, dall’altra i simboli del Dragone: questo era uno dei gioielli della Zanussi, poi diventato Electrolux, poi passato nel bagno infernale dei fondi d’investimento internazionali e dei loro rappresentanti italiani. Quindi «salvato» dal gruppo Wanbao, azienda pubblica della municipalità di Canton.
Salvato, si fa per dire: un tempo qui lavoravano 2 mila operai. Adesso poco più di 300. E i piani di esuberi si susseguono, uno dopo l’altro. Del resto, che cosa volete che gliene importi ai dirigenti che arrivano da Pechino? Si narra che uno di loro, il mitologico mister Wu, appena insediatosi a Mel, si mise in testa di infliggere punizioni corporali ai dipendenti. «Avete poco spirito di corpo, quindi tutti in cortile a fare le flessioni» ordinò. Un sindacalista si fece avanti timidamente: «Potrebbero almeno essere esentate le donne?». E lui, salendo in cattedra, impartì pure una lezione di diritti civili: «Non se ne parla nemmeno. Noi siamo per la parità dei sessi...».

Ma sì, pure la lezione di diritti civili. Che ci manca? Qualche numero intanto, mentre il presidente Xi Jinping arriva in Italia per propagandare le magnifiche sorti della nuova Via della Seta. Gli imprenditori cinesi in Italia, secondo i dati della Fondazione Leone Moressa, fra il 2003 e il 2017 sono aumentati del 219 per cento. Nello stesso periodo il numero degli imprenditori italiani è diminuito del 7,9 per cento. A fine 2017 (ultimi dati disponibili) battevano bandiera di Pechino 641 imprese italiane, con oltre 32 mila dipendenti e un fatturato di circa 18 miliardi l’anno. Fra loro alcuni gioielli del nostro Paese come gli yacht Ferretti, simbolo dell’italian style nella nautica; come la maison di moda Krizia; come i gioielli Buccellati, come Moto Morini di Pavia o come la Candy, la fabbrica di Brugherio che portò lavatrici e lavastoviglie nelle case degli italiani. Un gruppo cinese, Dalian Wanda, ha comprato anche la catena di cinema Odeon&Uci. Un film, lo diciamo sinceramente, che non avremmo mai voluto vedere.

Il Dragone, infatti, non si è accontentato di prendersi alcuni simboli della nostra storia imprenditoriale. Si è preso, direttamente, alcuni simboli del Paese. Oggi è gestita dai cinesi, per esempio, l’ex Zecca di Stato, cioè il Poligrafico nazionale, quello storico palazzo di Roma, già Regia Officina carte e valori, in cui si stampava la lira. Dovrebbe diventare un hotel extralusso con 200 camere, un centro congressi, piscina, spa e 50 appartamenti, il tutto a cura della New World China Land. È cinese uno dei più bei palazzi di Roma, con affaccio sulla scalinata di Trinità dei Monti; sono cinesi due monumenti di Venezia, come Palazzo Poerio e Ca’ Pisani, quella dove si svolge da sempre il Ballo del Doge; è cinese il palazzo di Ravenna, dove lavorava Raul Gardini; sono cinesi l’Admiral di Padova, la storica spiaggia Isola dei Bagni di Monfalcone, e due hotel di Milano da dove «si può toccare il Duomo con una mano», come dicono loro. Facendoci venire un dubbio: oddio, non è che oltre a toccarlo, vorranno comprarsi pure quello?

A Olbia i cinesi hanno fatto un progetto per ridisegnare la città con oltre un milione di metri cubi di cemento: per ora, per fortuna, è stato stoppato. In compenso a Prato, dove ormai il Dragone si è pappato tutto, hanno già piazzato la loro bandiera rossa in sette alberghi su 17, compreso il Luxury di Macrolotto, a forma di pagoda, e il Palace, a lungo passerella dei politici. Che problema c’è? «Negli alberghi di Prato i cinesi assumono italiani» si consolano alla Federalberghi. Si accontentano di poco, evidentemente. Forse anche di diventare Federcamerieri.

Ma l’impero di Pechino non si limita ad azioni più o meno dimostrative in territorio italiano. Non si limita a prendere le frequenze di Radio Cuore, Grandi Emozioni Italiane, per trasformarle nella prima radio italiana interamente in cinese, China Fm. Non si limita a comprare l’Inter e a far scendere in campo i calciatori con i nomi cinesi sulle spalle. Non si limita a prendersi i nostri terreni (ultima moda) per coltivarli con lavoro nero e fitofarmaci, facendo concorrenza sleale agli agricoltori italiani. Non si limita a occupare nel silenzio i paesini ai piedi del Monviso, Barge e Bagnolo Piemonte, mettendo fuori mercato i produttori di pietra italiana e creando la più vasta e invisibile Chinatown d’Europa. Non si limita ad aprire ad Agrate Brianza, alle porte di Milano, il più grande megastore d’Italia, 56 mila metri quadrati, oltre 400 spazi commerciali, per vendere «tarocchi» di prodotti made in Italy su scala industriale. Macché: l’impero di Pechino punta direttamente al cuore del nostro Paese. E infatti ha messo già un piede dentro le grande società dell’energia, da Snam a Terna, da Eni a Enel; è entrato in forze nella Pirelli; ha fatto capolino nella finanza che conta, da Unicredit a Montepaschi, da Mediobanca a Generali. E ora, come è noto, con la Via della Seta, punta ai porti: Genova, Trieste, Venezia. Così sarà più facile divorarci in un solo boccone.

Del resto siamo talmente deboli. Le nostre aziende sono fragili. I nostri imprenditori in difficoltà. Perché fare gli schizzinosi? Pecunia non olet, e pazienza se i cinesi applicano regole diverse, calpestano i diritti umani, non conoscono la democrazia. Chi se ne importa? Pazienza se non esiste reciprocità, se di fronte a una controversia giudiziaria noi non potremo mai rivolgerci a un tribunale di Pechino come a un tribunale di Milano. Pazienza se dallo scambio commerciale, alla faccia dei proclami, ci perdiamo in modo palese. Sono anni, da quando la Cina è entrata nel Wto, che ci raccontano che dall’apertura degli scambi avremmo tratto immensi benefici. Si è visto. I prodotti cinesi ci hanno invaso, i prodotti italiani in Cina invece stentano. Solo nell’ultimo anno le esportazioni cinesi in Italia sono cresciute del 14 per cento. Quelle italiane in Cina del 3 per cento. Eppure vorrete mica fermare l’avanzata del Dragone? Macché. Uno dopo l’altro, siamo destinati a cadere tutti a suoi piedi. Le nostre aziende rappresentano, in questo senso, l’avanguardia della capitolazione. Avete presente i trattori Goldoni? Hanno meccanizzato le nostre campagne, hanno segnato il passaggio dall’aratro al motore. Ebbene: ora quella storica azienda di Carpi (Modena) è diventata il quartier generale in Europa del mega gruppo cinese Lovol Arbos. Il quale, già che c’era, si è comprato anche un’azienda di seminatrici a San Vito al Tagliamento e un’altra azienda a Calderara di Reno (Bologna). Nel frattempo sono diventate cinesi anche la Esaote, società genovese leader nelle apparecchiature biomedicali; l’azienda di marmi Quarella; il legno Masterwood di Rimini; la Cmd, che produce motori marini turbodiesel in Campania, le società di ingegneria Geodata (specializzata in campo ambientale) e Blue engineering (specializzata nel settore ferroviario), oltre due piccoli gioielli del settore farmaceutico, Newchem e Effechem, che producono ormoni. Come se di ormoni il Dragone avesse ancora bisogno per crescere di più...

Qualcuno mi chiederà: embè, ma qual è il problema? Semplice: il problema è che stiamo perdendo il controllo delle nostre imprese. Comprese quelle dei nostri settori strategici. Se affideremo ai cinesi anche le nostre telecomunicazioni, con il 5G, il cappotto sarà completo. Tutti i nostri dati sensibili saranno nelle loro mani. Tutte le decisioni importanti verranno prese da loro. Oltre la Muraglia. E di certo non nel nostro interesse. Volete averne una dimostrazione pratica? Andate a chiederlo agli operai della Colgar di Cornaredo. Era una storia impresa lombarda, produceva macchine utensili dal 1945. Qualche anno fa è andata un po’ in difficoltà, come capita alle ditte familiari, alla morte del fondatore. Nel 2015 sono arrivati i cinesi della Zhejinag Rifa Precision Machinery Company. «Non preoccupatevi» hanno assicurato. «Ci pensiamo noi. Creeremo qui un grande polo tecnologico, punteremo alla crescita e allo sviluppo». Infatti nel dicembre 2017, pochi giorni prima di Natale, hanno annunciato la chiusura della fabbrica. Altro che crescita. Altro che sviluppo. Questi ci vogliono solo conquistare.

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