Cina: Panama Papers e la crescita dell’offshore in Asia

Dal dossier spuntano i nomi di familiari di alcuni importanti dirigenti del Pcc. Pechino è il fulcro dei movimenti dei capitali asiatici

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Il Presidente Xi Jinping e il Primo Ministro Li Keqiang all'apertura dei lavori dell'Assemblea Nazionale del Popolo – Credits: Lintao Zhang/Getty Images

Priscilla Inzerilli

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Per Lookout news

Lo scandalo finanziario globale dei Panama Papers, l’inchiesta sui conti segreti offshore realizzata dall’International consortium of investigative journalists (ICIJ), ha interessato anche gli alti vertici di Pechino. Il dossier, realizzato con l’analisi di 11,5 milioni di documenti confidenziali fuoriusciti dai database dello studio legale panamense Mossack Fonseca, contiene infatti anche alcuni nomi molto vicini agli attuali membri e ad alcuni ex-membri del Comitato permanente del Politburo del Partito Comunista Cinese.

 Tra i clienti dello studio panamense figurano personaggi come il cognato del presidente Xi Jinping, Deng Jiagui, azionista di ben tre società offshore, che hanno però avuto vita breve. La Supreme Victory Enterprises Ltd, fondata nel 2004, è stata chiusa nel 2007. Mentre la Best Effect Enterprises Ltd e la Wealth Ming International Ltd, entrambe situate nelle Isole Vergini Britanniche, hanno terminato la loro attività dopo appena un anno e mezzo.

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Tra gli altri nomi illustri emerge quello di Chen Dongsheng, genero del Grande Timoniere e Padre della Patria Mao Zedong; Li Xiaolin, figlia dell’ex premier Li Peng; Jasmine Li, nipote di un ex membro del Politburo; alcuni familiari del capo della propaganda, Liu Yunshan, e del vicepremier Zhang Gaoli.

 

Le reazioni di Pechino
Difficile prevedere se lo scandalo Panama Papers sarà in grado effettivamente di scuotere le fondamenta politiche del Paese. Il governo cinese, all’indomani della pubblicazione del dossier, ha immediatamente messo in moto la macchina della censura, oscurando il termine “Banama” (ovvero Panama nella pronuncia cinese) dalle ricerche effettuate attraverso Weibo e Baidu, rispettivamente il Twitter e il Google cinesi.

 Mentre il tabloid cinese Global Times, vicino alle posizioni del governo, ha commentato la vicenda dei Panama Papers affermando che nella divulgazione di documenti di questo genere vi sarebbero “forze potenti”, alludendo a una “particolare influenza” da parte di Washington nell’esercitare un controllo sulla diffusione di determinate informazioni.

Il governo cinese, all’indomani della pubblicazione del dossier, ha immediatamente messo in moto la macchina della censura, oscurando il termine “Banama” (ovvero Panama nella pronuncia cinese) dalle ricerche effettuate su internet

I precedenti
L’élite politica cinese non è nuova a questo genere di scandali. Già nel 2012, un’indagine giornalistica realizzata da Bloomberg aveva rivelato un consistente giro d’affari delle famiglie dell’attuale presidente Xi Jinping e dell’ex premier Wen Jiabao. Nel 2014 era poi stato sempre l’ICIJ a indagare sulla “fuga di capitali cinesi”, divulgando i nomi di circa 37.000 cittadini residenti nella Repubblica Popolare, Hong Kong e Taiwan, in un’inchiesta di più ampio respiro conosciuta come Chinaleaks che vide coinvolti, tra gli altri, anche alcuni importanti istituti bancari internazionali.

I canali dell’offshore in Asia
Da un rapporto pubblicato nel 2013, intitolato Offshore 2020. Perception and Reality: Forces driving the offshore industry Report, emerge che il trend di crescita del settore dell’offshore si deve soprattutto al movimento di capitali asiatici, in particolar modo quelli cinesi. In linea teorica, il trasferimento di capitali in conti bancari all’estero è del tutto lecito se effettuato nel rispetto delle leggi. È compito degli enti intermediari, come lo studio Mossack Fonseca, accertarsi che i propri clienti, per la maggior parte cittadini della Repubblica Popolare Cinese e di Hong Kong, non siano coinvolti in attività di evasione fiscale o di riciclaggio di denaro.

La vicenda dei Panama Papers non gioverà certo all’immagine del presidente Xi Jinping, che ha fatto della lotta alla corruzione interna il suo cavallo di battaglia politico sin dall’inizio del suo mandato

Eppure, lo scorso anno, più della metà dei circa mille miliardi di dollari usciti dalla Cina non sono stati sottoposti ad alcun genere di ispezione. Lo stesso dicasi per l’identità di molti clienti, la cui parentela con i più importanti membri del Partito Comunista Cinese pare essere sfuggita ai controlli dello studio Mossack Fonseca.

 

Quali conseguenze per il presidente Xi Jinping?
La vicenda dei Panama Papers non gioverà certo all’immagine del presidente Xi Jinping, che ha fatto della lotta alla corruzione interna il suo cavallo di battaglia politico sin dall’inizio del suo mandato. Esattamente come la scelta di alcuni personaggi facoltosi della Cina di mettere “al sicuro” le proprie ricchezze all’estero non rappresenta una buona pubblicità per l’economia di Pechino, già fiaccata dal rallentamento – anche se per alcuni è più corretto definirla “stabilizzazione” – e dalla crisi borsistica dello scorso anno.

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