Brexit, perché Theresa May adesso potrebbe essere più forte

Anche se rischia la rivolta di una parte del suo partito, il primo ministro compatta il governo e può gestire meglio le trattative per una versione soft dell'uscita dalla Ue

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Luigi Gavazzi

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Mancano meno di nove mesi alla vera Brexit, l'uscita, programmata per marzo 2019, del Regno Unito dall’Unione europea. E il governo di Theresa May che deve guidare il processo è nel caos. Ha perso due ministri in tre giorni, David Davis, ministro per la Brexit, e Boris Johnson, ministro degli esteri.

COSA SUCCEDE?

Il fatto è che nella riunione del governo di venerdì 6 luglio, May ha esortato i suoi ministri a lavorare lealmente per la sua versione della Brexit.

May vuole la cosiddetta "soft Brexit", una uscita senza strappi e che mantenga dei legami forti con Bruxelles. Una versione della Brexit, che, come ci ricorda il "Financial Times", è quella che piace agli imprenditori britannici, ed è meglio digeribile da Londra, la città-mondo, vero motore del paese, da sempre per restare nell'Unione.
Davis e Johnson invece avevano in mente una hard-Brexit, più ideologica, più radicale nel recidere le relazioni con l'Unione.

CRISI DI GOVERNO?

Il rischio però per Theresa May è una rivolta interna al Partito conservatore. Alcuni dei parlamentari pro-Brexit leggono le dimissioni dei due ministri come il segnale di una crisi definitiva del governo May e il preludio a una sostituzione del primo ministro con una figura davvero pro-Brexit (May durante la campagna per il referendum del 2016 fu dalla parte di chi voleva restare nell’Unione).

Per spodestare Theresa May servirebbe prima di tutto la richiesta di almeno 48 parlamentare conservatori per arrivare a un voto di fiducia. Tuttavia, i dissidenti non sembrano tra loro compatti e su posizioni davvero unitarie.

Lo stesso Davis si è meravigliato per le dimissioni di Johnson, e ha osservato che quest'ultimo, quale titolare degli esteri, c'entrava poco con le questioni relative alla Brexit.

Un'eventuale richiesta di una fiducia avrebbe necessità poi di 159 voti - i Tory alla Camera bassa sono 316 - per far cadere Theresa May, e per i conservatori pro-Brexit c'è una evidente difficoltà nel convergere su un nome alternativo.

Johnson, fino a qualche mese fa considerato il vero sfidante di Theresa May per la leadership, sembra sempre meno credibile e incapace di raccogliere i 159 voti necessari per far saltare la poltrona del primo ministro.

IL VOTO SULLA BREXIT

May però è tutt'altro che al sicuro. Il rischio è dietro l'angolo. C'è infatti sempre la possibilità che gli oppositori votino contro l'accordo definitivo di uscita dalla Ue che il governo dovrà sottoporre al voto del Parlamento.

A quel punto, se il Labour, i liberal-democratici e i nazionalisti scozzesi votassero contro, basterebbero una decina di voti conservatori dissidenti ai Commons per far saltare l'accordo con Bruxelles.

Un'uscita dalla Ue senza accordo, secondo tutti, sarebbe un disastro per il Regno Unito e a May non resterebbe che provare con nuove elezioni generali, per ottenere una maggioranza più malleabile e favorevole a una soft-Brexit.

GOVERNO PIÙ COMPATTO

L'uscita di scena di Johnson e Davis però potrebbe aver compattato il governo May, come ha scritto in un'opinion sul "Guardian", Malcolm Rifkind, ex parlamentare conservatore e ex ministro degli esteri. Davis e Johnson sono "tigri di carta" e la maggior parte dei conservatori in parlamento non li sostiene, nota Rifkind,  che si dimostra ottimista sulle capacità del governo di gestire le trattative con l'Unione europee nel modo migliore e coerente con gli interessi del Regno Unito. Soft Brexit, dunque.

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