Esteri

Myanmar, i dati che dimostrano che Facebook ha fomentato l'odio verso i Rohingya

Sul social network si è diffusa una vera e propria una campagna diffamatoria, con post "militarizzati" scritti da nazionalisti contro la minaccia islamica

Confine tra Myanmar e Bangladesh

Simona Santoni

-

Gli esperti delle Nazioni Uniti lo avevo segnalato. Lo studio di un analista digitale lo conferma. Facebook ha svolto un ruolo determinante nella crisi in Myanmar (ex Birmania), lasciando che si diffondessero incitamenti all'odio e alla violenza contro i Rohingya, la minoranza musulmana perseguitata e fuggita in Bangladesh. 

"Non so come Zuckerberg e soci dormano di notte", dice lo studioso. Ecco i dettagli.

I dati che inchiodono Facebook

Il ricercatore e analista digitale Raymond Serrato ha esaminato circa 15.000 post pubblicati su Facebook dai sostenitori del movimenta nazionalista birmano Ma Ba Tha (Associazione Patriottica del Myanmar). I primi post risalgono a giugno 2016; sono aumentati il ​​24 e il 25 agosto 2017, quando i militanti Rohingya dell'Arsa hanno attaccato le truppe governative, inducendole all'operazione di epurazione che ha spinto centinaia di migliaia di Rohingya oltre il confine. Secondo l'analisi di Serrato l'attività Facebook del gruppo anti-Rohingya, che conta 55.000 membri, è esplosa con post che registrano un aumento delle interazioni del 200%.

Alan Davis, un analista dell'Institute for War and Peace Reporting, ha condotto uno studio di due anni sull'incitamento all'odio in Myanmar. Al Guardian ha detto che già prima di agosto i post su Facebook sono diventati "più organizzati e pieni d'odi, più militarizzati". Sul social network si è diffusa una vera e propria una campagna diffamatoria contro i musulmani. Sono circolate anche storie inventate, che sostenevano che "le moschee a Yangon stanno accumulando armi nel tentativo di far saltare in aria varie pagode buddiste e la pagoda di Shwedagon", il sito buddista più sacro di Yangon. Inoltre ai Rohingya sono stati affibbiati termini dispregiativi come "terroristi bengalesi". Le immagini che segnalano le aree "senza musulmani" sono state condivise più di 11mila volte.

Perché i Rohingya sono perseguitati

Indesiderati a tutti, apolidi, i Rohingya sono una minoranza musulmana birmana oppressa e privata dei diritti di cittadinanza. Dall'agosto 2017, terrorizzati dalla campagna di sterminio dell'esercito birmano, ben 650 mila Rohingya sono stati costretti all'esilio in Bangladesh.

I Rohingya sono vessati perché in Birmania sono considerati una minaccia al dominio buddista

Nell'immaginario collettivo il buddismo, religione faro dell'Asia, è sinonimo di quiete dell'animo e tolleranza. Ma in Paesi come il Myanmar, o anche in Sri Lanka e Thailandia, è crescente l'influenza di monaci nazionalisti che con i loro sermoni aggressivi scatenano l'odio, ansiosi di preservare il predominio della loro religione nel loro Paese, soprattutto contro la minaccia dell'Islam. A inizio marzo, ad esempio, folle buddiste hanno causato rivolte anti-musulmane che hanno ucciso almeno tre persone in Sri Lanka. 

Quale ruolo avrebbe Facebook nella campagna d'odio

A margine di una sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, lunedì 12 marzo, Marzuki Darusman, ex ministro indonesiano, presidente della missione internazionale incaricata dall'Onu di indagare sulle violazioni dei diritti umani in Birmania, ha denunciato la responsabilità di Facebook. A suo dire i social network, in particolare Facebook, "hanno sostanzialmente contribuito al livello di animosità, dissenso e conflitto" diffondendo un "incitamento all'odio".

Yanghee Lee, relatrice per la situazione dei diritti umani in Birmania, ha affermato che Facebook ha svolto un ruolo importante nella diffusione delle informazioni nel Paese. Ha ricordato che il governo stesso lo usa a questo scopo: "In Birmania tutto è fatto su Facebook": avrebbe aiutato lo sviluppo del Paese, ma è stato anche molto utilizzato per diffondere l'incitamento all'odio.

Un esempio è il caso del monaco birmano Wirathu, che è diventato il sommo sacerdote dell'ipotetico complotto musulmano per sradicare il buddismo. Ha adottato discorsi così accesi che la sua pagina di Facebook è stata chiusa. Il suo movimento Ma Ba Tha (Associazione Patriottica del Myanmar) ha una forte influenza politica e ha portato all'introduzione di una legge che limita il matrimonio interreligioso e il cambio di religione. 

La risposta di Facebook

Dal canto suo Facebook, ora travolto dallo scandalo Cambridge Analytica, ha assicurato di affrontare il problema con "estrema serietà". La società si è detta al lavoro per rimuovere dalla piattaforma post di incitamento all'odio o contenuti che promuovano la violenza. 

Facebook ha detto a Le Monde di aver "investito in modo significativo" nelle tecnologie di moderazione, specialmente nella lingua locale, collaborando con esperti in Birmania. Ha anche allestito uno spazio sul suo sito web che spiega le regole di utilizzo per la popolazione birmana.

Ha assicurato che la società sta intensificando gli sforzi per rimuovere i contenuti di odio e le persone che violano ripetutamente le politiche di incitamento all'odio.

Secondo Davis il danno ormai è stato fatto: "Non so davvero come Zuckerberg & co. dormano di notte. Se avessero avuto qualsiasi tipo di coscienza, avrebbero riversato una buona percentuale delle loro fortune per invertire il caos che hanno creato".

Facebook unica fonte di informazione on line in Myanmar

Tra i 53 milioni di residenti del Myanmar, meno dell'1% ha avuto accesso a internet nel 2014. Nel 2016, l'ex Birmania sembrava avere più utenti di Facebook di qualsiasi altro paese dell'Asia meridionale. Oggi più di 14 milioni di birmani usano Facebook.

Un rapporto 2016 GSMA, associazione che rappresenta gli interessi degli operatori mobili, ha rilevato che in Myanmar molte persone considerano Facebook l'unico punto di accesso per le informazioni on line e che molti ritengono i post come notizie.


Per saperne di più:

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Myanmar, Aung San Suu Kyi e i Rohingya: ecco cosa ha detto

Parlando di "musulmani", ha affermato che la situazione non è "così tragica" pur manifestando "preoccupazione" nei confronti "di chi soffre"

Aung San Suu Kyi a Roma, tutti i dubbi

La Signora ha incontrato Papa Francesco e Gentiloni. Leader birmana, simbolo dei diritti umani, su di lei l'ombra delle violenze alla minoranza musulmana rohingya

La persecuzione dei musulmani nella Birmania del Nobel Aung San Suu Kyi

La nostra inviata racconta le operazioni di presunta pulizia etnica nei confronti delle minoranze religiose Rohingya

Commenti