Luca Sciortino

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Foto di Luca Sciortino e Michal Huniewicz

Da Beirut

Beirut è multipla, plurale, multiforme. La sua anima non è in nessuno ed è in tutti i quartieri che la compongono, ognuno con la sua storia, la sua religione, le sue tragedie da dimenticare. Negli anni ’90, Simon Peres, due volte primo ministro di Israele, disse che Beirut era una città in balia dei venti, preda di mille intrighi e abitata da comunità sciite, maronite e druse con interessi contrastanti. Oggi, a sei anni dallo scoppio della guerra in Siria, questa definizione è vera più che mai: colpita dalla crisi economica e una fortissima immigrazione siriana, la capitale libanese si regge su un equilibrio sempre più precario. 

Una linea immaginaria, un tempo la famosa “green line” durante la guerra civile, separa ancora i quartieri musulmani di Beirut ovest da quelli cristiani della parte est. Ma chi si addentra nei meandri della città, a est o a ovest, a sud o a nord, riconosce altri contrasti non meno marcati. Da un quartiere all’altro, Beirut mostra dicotomie stridenti: gli uomini d’affari e i mendicanti, la borghesia libanese e i profughi siriani, i palestinesi e gli armeni, la speculazione edilizia e i ruderi della guerra, le guardie Hezbolah e i soldati libanesi, gli sciiti e i sunniti

A sud, i quartieri di Sabra e Shatila, originariamente campi allestiti per accogliere i rifugiati palestinesi, ora accolgono anche profughi siriani. Altri esseri umani a popolare quelle strade inondate da rifiuti, sovrastate da grovigli di cavi elettrici, attraversate da rigagnoli di fognatura. Shatila offre scene da inferno: disabili che strisciano per terra perché privi di sedie a rotelle, bambini impiegati in lavori pesanti, volti distrutti dalla sofferenza. 

Ufficialmente, i profughi siriani sul suolo libanese censiti dall’Unhcr, l’agenzia rifugiati dell’Onu, erano un milione e centomila circa nel luglio 2016, dei quali il 54 per cento minorenni. Di fatto, si stima che i profughi siriani siano oltre un milione e mezzo, pari a poco meno della metà della popolazione del Libano. È come se l’Italia accogliesse circa venticinque milioni di profughi. Marco Perini, coordinatore dell’attività in Libano dell’Avsi, una Ong che realizza progetti di difesa della dignità della persona, dice che solo un ristretto numero di siriani benestanti vive in condizioni decenti, il resto si arrangia in condizioni di estrema povertà. Abitano in molti in una stanza, fanno lavori saltuari sottopagati e hanno consumato quei pochi risparmi che avevano al momento della loro fuga dalla Siria. Il costo della manodopera del Paese è così diminuito: si preferisce assumere un siriano disposto a lavorare a basso prezzo piuttosto che un professionista libanese. 

I siriani registrati come “rifugiati” ricevono alcune centinaia di dollari al mese dall’Unhcr, a seconda del numero dei familiari a loro carico. Con questa cifra ci si può arrangiare per appena venti giorni: soltanto il 41 per cento dei fondi richiesti (circa due miliardi di dollari) sono coperti dall’agenzia dell’Onu. Queste difficoltà economiche stanno già spingendo molti rifugiati a imbarcarsi per l’Europa, specialmente dalle città di Tripoli e Sidone.

Più a sud, nella zona di Dahieh, Beirut svela un’altra delle sue facce. Se a Shatila i muri dei vicoli tappezzati di ritratti di membri dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) rivelano la presenza palestinese, a Dahieh uomini armati e fortificazioni sono il marchio inconfondibile dell’organizzazione paramilitare Hezbollah. Fondata nel 1982 per combattere le forze israeliane che avevano invaso il Libano e oggi anche un partito politico sciita, svolge funzioni di polizia, finanzia scuole, ospedali e servizi sociali nel quartiere. Così, chi entra a Dahieh, come in altri quartieri in cui l’organizzazione è influente, ha l’impressione di visitare un altro stato all’interno del territorio libanese. 

Marina Calculli, ricercatrice presso l’Institute for Middle Eastern Studies della George Washington University, conferma che il ruolo di Hezbollah in Libano è complementare a quella dello stesso governo. Ciò è in contrasto con l’idea stessa che noi europei abbiamo dello Stato, ma trova la sua giustificazione storica nel fatto che Hezbollah ha da sempre interpretato il ruolo di baluardo a difesa del Libano del Sud, invaso più volte da Israele. La sua debolezza politica attuale è tuttavia un altro fattore di cambiamento da non sottovalutare. Da quando Hezbollah ha schierato le sue brigate in Siria a fianco di Assad, ha dovuto destinare un’ingente percentuale della sua ricchezza agli armamenti e alle paghe dei soldati. Come conseguenza, è stato costretta a tagliare gli investimenti in welfare, che sono uno strumento cruciale per guadagnare consenso. 

Nella via centrale di Hamra, il quartiere turistico e commerciale di Beirut, i bambini siriani che lustrano le scarpe a uomini d’affari arabi in cambio di pochi spiccioli sono una scena ricorrente. Karem Chehayeb, blogger e analista, osserva che questo è uno dei quartieri che fece guadagnare alla città la fama di Parigi del Medio Oriente. Ora però ha perso il suo smalto ed è in condizioni peggiori di quartieri cristiani come Achrafieh. A suo dire, comunque, il contrasto più stridente è quello tra il quartiere di Khandaq Al-Ghamiq e il cosiddetto «downtown» di Beirut, completamente ricostruito.

Armeni, maroniti, greci ortodossi, sunniti e sciiti sopravvivono a stento negli appartamenti privi di acqua potabile ed elettricità di Khandaq Al-Ghamiq e loro vite si consumano passando da un lavoro mal retribuito a un altro. Pochi isolati più in là, gli edifici feriti dalle pallottole della guerra civile lasciano il posto a nuovi edifici, lussuosissimi ma disabitati, il frutto del riciclaggio del denaro sporco. Sono in pochissimi coloro i quali possono permettersi di vivere in quelle abitazioni prestigiose. Ovunque, il mercato edilizio in tutta Beirut è sopravvalutato: un affitto supera metà di uno stipendio medio. 

A ridosso della città, l’area di Burj Hammoud ospita ora un enorme numero di rifugiati siriani che si sono aggiunti ai moltissimi armeni e curdi già presenti. Le condizioni di vita in quell’area sono difficilissime non solo per il sovraffollamento, l’alta criminalità e la carenza di infrastrutture, ma anche per i cumuli di immondizia accumulati nelle strade. Il problema dello smaltimento dei rifiuti affligge tutta Beirut da quando è stata chiusa la discarica di Naameh, nelle montagne a sud della città. Il ritardo nel decidere di aprire le nuove discariche di di Burj Hammoud e Costa Brava è stato frutto dei disaccordi tra politici a livello regionale e locale. Ciò dà la misura di come la politica libanese sia internamente divisa.

Con i suoi contrasti Beirut è una città dal fascino irresistibile e l’immagine emblematica dell’intero Libano, un Paese da sempre alla ricerca di un equilibrio precario tra opposti interessi di differenti gruppi religiosi, politici ed economici. La crisi economica e umanitaria sta però avendo effetti pesanti. L’economia del Libano beneficia dei capitali provenienti dal Golfo, dalla Nigeria e da Gibuti che arrivano nelle sue banche. Queste ultime hanno oggi meno liquidità di un tempo per la diminuzione del prezzo del petrolio e lo sviluppo di Dubai.

La guerra siriana ha poi indebolito economicamente e politicamente Hezbollah che ha meno risorse da investire per le famiglie delle vittime della lotta contro Israele, le infrastrutture e i servizi sociali. Infine, la massiccia immigrazione siriana ha, tra le altre cose, fatto abbassare il costo del lavoro e minaccia di creare nuovi conflitti. Prima del conflitto in Siria, cristiani, sunniti e sciiti erano ciascuno circa un terzo della popolazione. L’arrivo dei profughi siriani sunniti rischia ora di ridurre in minoranza i cristiani con gravi ripercussioni politiche. 

Il futuro di Beirut, come quello dell’intero Libano, è quindi più che mai incerto. Il fragile equilibrio sul quale si regge è una minaccia per l’intera Europa, già sotto pressione per un flusso migratorio senza precedenti. 

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