Nel 2004, quando i K-drama erano ancora un fenomeno quasi esclusivamente asiatico, Netflix non aveva trasformato Seoul in una delle capitali mondiali dell’intrattenimento e la parola Hallyu diceva pochissimo al pubblico italiano, una troupe sudcoreana arrivò nel Vicentino per girare una storia romantica destinata alla televisione SBS. La serie si chiamava Only You, sarebbe andata in onda l’anno successivo e raccontava di una giovane donna coreana che parte per l’Italia inseguendo il sogno di diventare chef, ma dentro quella trama sentimentale c’era già, in forma quasi embrionale, una dinamica che oggi appare molto più importante: l’Italia entrava nell’immaginario audiovisivo coreano come luogo immediatamente riconoscibile, capace di evocare cucina, bellezza, romanticismo e una certa idea dell’Europa.
Le telecamere si spostarono tra Vicenza, con Piazzale della Vittoria e Ponte San Michele, Marostica, Bassano e Montecchio Maggiore, trasformando per qualche settimana una parte del Veneto nel set di una produzione coreana quando ancora nessuno avrebbe parlato di screen tourism, soft power o economia della Hallyu. Ventidue anni dopo, il 7 settembre 2026, quell’incontro apparentemente marginale tra due industrie è diventato politica culturale: a Saint-Paul-de-Vence, a margine del Sommet Lumière, il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il ministro sudcoreano della Cultura, dello Sport e del Turismo Chae Hwi-young hanno firmato il primo accordo bilaterale in materia di coproduzione cinematografica tra Italia e Repubblica di Corea.
La firma non significa che da un giorno all’altro Italia e Corea possano cominciare a fare insieme qualcosa che prima fosse vietato, perché collaborazioni produttive erano già possibili attraverso altri strumenti e alcuni precedenti esistono, ma introduce un cambiamento più strutturale: quando l’accordo entrerà effettivamente in vigore, le coproduzioni riconosciute potranno muoversi all’interno di un quadro bilaterale stabile, con regole condivise e con la possibilità di essere equiparate alle opere nazionali nei due Paesi, secondo le rispettive normative.
Ed è proprio qui che si trova il primo dettaglio da non perdere. Il trattato è stato firmato, ma non è ancora operativo: la Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura precisa che sono tuttora in corso le procedure necessarie alla sua entrata in vigore. Inoltre, almeno per il momento, riguarda il cinema e non l’intero comparto audiovisivo; nel database ufficiale degli accordi internazionali l’estensione all’audiovisivo è indicata come “NO” e la stessa sottosegretaria Lucia Borgonzoni, presente alla firma, ha spiegato che il passo successivo sarà lavorare proprio in quella direzione.
La distinzione può sembrare burocratica, ma non lo è affatto, perché se oggi si parla di Corea del Sud nel mondo dell’intrattenimento il pensiero corre molto più rapidamente alle serie che ai film, e proprio i K-drama rappresentano uno dei terreni sui quali Italia e Corea si sono già incontrate più volte.
Prima della Hallyu globale c’era già il Veneto
Se Only You era arrivato nel 2004 quasi in punta di piedi, pochi anni dopo il rapporto con il territorio italiano era già diventato più ambizioso. Nel luglio 2010 la coreana Taewon Entertainment scelse nuovamente Vicenza e il Veneto per Athena: Goddess of War, spin-off della fortunata serie action Iris, portando il set tra Vicenza, Bassano, Marostica, Montecchio Maggiore, il Padovano e il Bellunese.
Questa volta l’Italia non rappresentava soltanto una parentesi romantica o gastronomica, ma il terreno ideale per una grande spy story internazionale, e il caso è particolarmente interessante perché già allora le istituzioni locali avevano intuito il potenziale turistico di quelle produzioni: Vicenza Film Commission raccontava di una collaborazione con Hana Tour e della realizzazione di materiale promozionale in lingua coreana destinato a indirizzare i visitatori verso il Veneto. In altre parole, prima ancora che lo screen tourism diventasse una delle parole chiave del rapporto tra luoghi e contenuti, una serie coreana stava già producendo un effetto che andava ben oltre il set.
Negli anni successivi anche la geografia italiana utilizzata dai drama si è allargata. Nel 2017 Saimdang, Light’s Diary, con Lee Young-ae e Song Seung-heon, portò parte della propria storia in Toscana, intrecciando il presente della protagonista con la figura storica della pittrice e poetessa Shin Saimdang attraverso dipinti, manoscritti e un mistero che trovava proprio in Italia uno dei suoi snodi. Il portale ufficiale Korea.net descrive espressamente la serie come una storia che “si estende fino alla Toscana”, dove la protagonista entra in possesso di una delle opere d’arte fittizie centrali nel racconto.
È un passaggio interessante perché mostra come l’Italia, dentro la narrazione coreana, abbia progressivamente smesso di essere soltanto un fondale bello da vedere per diventare un luogo utile a costruire la storia stessa, un ambiente che porta con sé un patrimonio culturale e simbolico immediatamente leggibile anche da un pubblico asiatico.
Dalla Corea a Netflix, la Toscana diventa un set globale
Il salto di scala arriva con l’internazionalizzazione definitiva dell’industria coreana e con le piattaforme globali, perché una serie che oggi viene girata in Italia non è più necessariamente un prodotto destinato prima di tutto al pubblico domestico coreano, ma può entrare contemporaneamente nei cataloghi di decine di Paesi.
È ciò che è successo con Can This Love Be Translated?, distribuito in Italia come Come si dice “amore”?, scritto dalle Hong Sisters e interpretato da Kim Seon-ho e Go Youn-jung. La produzione ha girato in Toscana tra novembre e dicembre 2024, con una settimana di riprese tra Siena, Montalcino e Firenze, prima dell’uscita globale su Netflix il 16 gennaio 2026.
La differenza rispetto a Only You è enorme e racconta da sola l’evoluzione della Hallyu: vent’anni fa una fiction coreana portava Vicenza sugli schermi della SBS, mentre oggi una produzione coreana girata in Toscana viene messa nello stesso momento davanti a un pubblico potenzialmente mondiale. L’Italia, in questo quadro, non è soltanto una location capace di attirare turisti coreani, ma entra nella filiera globale dell’intrattenimento sudcoreano, con tutto ciò che questo significa in termini di professionalità locali, servizi di produzione, film commission e visibilità internazionale.
Firenze è diventata uno dei punti più evidenti di questa relazione. Nel 2025 il regista Lee Chang-yeol vi ha girato Florence Knockin’ On You, titolo originale Firenze, con Kim Min-jong e Ye Ji-won, trasformando Piazzale Michelangelo, il Duomo, Piazza Santo Spirito, Piazza San Lorenzo, Santa Maria Novella, Via dei Servi e Ponte Santa Trinita nella geografia emotiva di un uomo che torna nella città della propria giovinezza dopo aver perso il lavoro e con esso una parte della propria direzione. Il film è uscito in Corea il 7 gennaio 2026 e, pochi mesi più tardi, è tornato nella città in cui era stato girato per essere presentato al Florence Korea Film Fest.
Qui il meccanismo diventa quasi rovesciato: non è più Firenze ad apparire dentro una produzione coreana come semplice segnale visivo di italianità, ma è la città stessa a sostenere l’identità del film, a diventare memoria, cura, passato e possibilità di ricominciare.
Ma Italia e Corea avevano già provato a produrre insieme
Proprio per questo il nuovo accordo non va raccontato come l’inizio assoluto di una collaborazione, perché qualche tentativo di costruire progetti condivisi esiste già e uno dei casi più interessanti è Twenty Again, film di Park Heung-sik che il Korean Film Council classifica ufficialmente come produzione di Corea del Sud e Italia e come coproduzione.
Il film, uscito nel 2016, parte con un incontro su un volo diretto a Milano, passa attraverso Torino e la Toscana e vede tra gli executive producer anche l’italiano Antonio Tozzi. KOFIC indica esplicitamente “South Korea, Italy” alla voce Paese e “Co-Production: Y”, un precedente che dimostra in maniera molto concreta che l’assenza di un accordo bilaterale non impediva in assoluto collaborazioni tra i due sistemi produttivi, ma obbligava a costruirle attraverso modalità diverse e caso per caso.
Esiste persino un precedente nella direzione inversa, molto più piccolo ma simbolicamente interessante: Good News, cortometraggio del regista italiano Giovanni Fumu, ambientato nella periferia di Seoul, viene classificato dallo stesso Korean Film Council come produzione Corea del Sud-Italia e coproduzione internazionale.
La firma del 2026 serve quindi soprattutto a trasformare esperienze episodiche come queste in una possibilità strutturata, inserendole in un quadro giuridico riconoscibile per produttori, investitori e istituzioni.
Quando l’Italia non è il set, ma il soggetto del programma
C’è poi una parte della relazione che passa dall’intrattenimento televisivo, dove negli ultimi anni l’Italia è diventata quasi un laboratorio per programmi coreani costruiti intorno al confronto culturale.
Nel 2023 tvN ha portato a Napoli The Genius Paik, programma nel quale il celebre imprenditore della ristorazione Baek Jong-won tenta di far funzionare un ristorante coreano all’estero, trasformando la città italiana in una prova particolarmente significativa proprio per la forza della sua identità gastronomica. Napoli, in quel contesto, non serviva come cartolina, ma come antagonista culturale perfetto: mettere la cucina coreana alla prova in una città che possiede una delle tradizioni culinarie più riconoscibili del mondo significava costruire il programma intorno all’incontro, e inevitabilmente allo scontro, tra due idee fortissime di cibo e identità.
Nel 2024 tvN è tornata invece in Italia con Europe Outside Your Tent – Romantic Italy, con Ra Mi-ran, Kwak Sun-young, Lee Joo-bin e Lee Se-young, cercando deliberatamente un Paese diverso dalla solita sequenza Roma-Firenze-Venezia e attraversando località meno scontate, da Polignano a Mare alle Dolomiti.
È un cambiamento sottile ma significativo, perché una televisione straniera può permettersi di cercare una seconda Italia soltanto quando la prima è già sufficientemente familiare al proprio pubblico. Se Roma, Venezia e Firenze non hanno più bisogno di essere spiegate, si può cominciare a vendere la Puglia, le montagne, le città minori e una geografia italiana più complessa.
E intanto l’Italia ha cominciato a guardare verso Seoul
Il movimento non è mai stato soltanto a senso unico.
Nel 2020 Pechino Express – Le stagioni dell’Oriente portò la fase conclusiva della gara in Corea del Sud, con una nona tappa da Busan a Namwon fino a Taekwondowon e la finale da Suwon a Seoul, al termine di un viaggio di circa settemila chilometri attraverso Thailandia, Cina e Corea. Per una parte del pubblico generalista italiano, che ancora non consumava abitualmente K-drama e K-pop, fu una delle prime occasioni di vedere il Paese occupare a lungo lo spazio di un grande programma Rai.
Nel 2026 anche Little Big Italy ha inserito Seoul nel proprio itinerario. La nuova stagione, partita il 7 settembre sul Nove, tocca la capitale sudcoreana insieme a Tokyo, Manila, Taipei, Formentera, Barcellona e Strasburgo, e Francesco Panella l’ha descritta come una «New York 5.0», sottolineandone soprattutto il carattere tecnologico e contemporaneo.
Il contrasto è quasi perfetto: quando la televisione coreana guarda all’Italia continua spesso a cercare storia, gastronomia, paesaggio e romanticismo, mentre quando una parte della televisione italiana arriva in Corea ciò che vede immediatamente è il futuro. In mezzo ci sono due Paesi che si sono progressivamente trasformati, l’uno per l’altro, da destinazioni lontane in luoghi narrativamente familiari.
Perfetti sconosciuti, ma soltanto fino a un certo punto
La relazione più interessante, però, non richiede necessariamente di spostare una troupe da una parte all’altra del mondo, perché a viaggiare possono essere direttamente le storie.
Nel 2018 Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese è diventato in Corea del Sud Intimate Strangers, diretto da Lee Jae-kyoo. Il meccanismo di partenza rimane quello che ha reso il film italiano uno dei titoli più adattati al mondo: un gruppo di amici si ritrova a cena e decide di mettere i telefoni sul tavolo, rendendo pubblici messaggi e chiamate, fino a scoprire quanto poco conosca davvero le persone che considera più vicine.
La versione coreana, tuttavia, non si è limitata a tradurre il copione, perché un adattamento funziona soltanto quando riesce a cambiare abbastanza da sembrare nato nel Paese che lo accoglie. Il risultato fu un enorme successo: secondo il Korean Film Council, Intimate Strangers ha totalizzato 5.294.154 spettatori nelle sale sudcoreane.
È uno degli esempi più chiari di ciò che può significare oggi la circolazione della proprietà intellettuale tra i due Paesi: un’idea italiana può essere riscritta, ricodificata e trasformata in un prodotto profondamente coreano, senza perdere la forza del meccanismo narrativo originale.
E il percorso funziona anche al contrario. Nel 2017 Rai2 mandò in onda Meglio tardi che mai, con Lando Buzzanca, Claudio Lippi, Adriano Panatta ed Edoardo Vianello accompagnati da Fabrizio Biggio, adattamento italiano del format tvN Grandpas Over Flowers: CJ ENM conferma che il format coreano fu venduto in Italia e che la prima puntata raccolse 1,63 milioni di spettatori.
Pochi anni dopo, un altro format nato in Corea sarebbe diventato familiarissimo anche al pubblico italiano: Il Cantante Mascherato di Milly Carlucci, trasmesso su Rai1, è ufficialmente basato su The King of Mask Singer, format creato da MBC Korea.
Ed è proprio questa circolazione di storie, format, location e professionalità a rendere il nuovo accordo qualcosa di più di una firma diplomatica.
Il vero salto è industriale
Quando entrerà in vigore, l’accordo darà alle coproduzioni cinematografiche riconosciute un quadro condiviso entro cui essere trattate come opere nazionali dei due Paesi e accedere ai relativi strumenti previsti dalle legislazioni italiana e coreana. Nel frattempo, l’Italia ha già stanziato per il 2026 cinque milioni di euro per il bando dedicato alle coproduzioni o compartecipazioni internazionali minoritarie, con un contributo massimo di 300 mila euro per progetto.
La Corea del Sud, quasi nello stesso momento, ha creato per la prima volta il KoCo Fund, il nuovo fondo del Korean Film Council destinato alle coproduzioni internazionali, con una dotazione complessiva di tre miliardi di won e contributi fino a 500 milioni di won per progetto.
La coincidenza racconta molto più di qualsiasi dichiarazione istituzionale: entrambi i Paesi stanno cercando di internazionalizzare le proprie produzioni proprio mentre le piattaforme hanno reso il mercato audiovisivo sempre più globale e mentre la Corea, dopo anni trascorsi a esportare soprattutto prodotti finiti, ha bisogno di consolidare relazioni produttive e finanziarie più profonde con altri sistemi cinematografici.
L’Italia, dall’altra parte, possiede location, maestranze, incentivi, una tradizione cinematografica fortissima e una riconoscibilità culturale che in Corea non ha mai avuto bisogno di essere costruita da zero; quello che finora mancava era un’infrastruttura bilaterale capace di trasformare quella familiarità in una relazione industriale stabile.
E la vera partita, forse, comincerà con le serie
Per questo la parte più interessante del nuovo accordo potrebbe essere ciò che ancora non contiene.
L’intesa firmata il 7 settembre riguarda il cinema e non è estesa all’audiovisivo, mentre proprio le serie televisive sono il terreno sul quale la Corea ha costruito una parte decisiva della propria influenza culturale internazionale. Borgonzoni ha già dichiarato che l’obiettivo è lavorare affinché il protocollo venga esteso anche a quel settore e, se accadrà, la questione sarà inevitabilmente molto più grande, perché significherà aprire un quadro strutturato anche ai K-drama, alle produzioni per le piattaforme e a quella serialità che oggi rappresenta uno dei principali motori globali della Hallyu.
Non sarebbe, neppure in quel caso, l’inizio di una relazione, perché le serie coreane hanno già attraversato l’Italia da Vicenza alla Toscana e le produzioni italiane hanno già cominciato a guardare Seoul con un interesse impensabile soltanto pochi anni fa; sarebbe piuttosto il momento in cui una lunga frequentazione smette definitivamente di essere fatta soltanto di episodi.
A Firenze, questa storia era cominciata persino prima che diventasse evidente. Il Florence Korea Film Fest esiste dal 2003 e dal 2007 promuove non soltanto il cinema coreano in Italia, ma anche quello italiano in Corea del Sud, collaborando con festival come Jeonju e Busan. Prima che i ministeri costruissero un accordo, insomma, festival, produttori, film commission e autori avevano già creato un corridoio culturale tra i due Paesi.
Ed è forse proprio questo il modo migliore di leggere ciò che è successo il 7 settembre: non come il giorno in cui Italia e Corea del Sud hanno cominciato a fare cinema insieme, ma come il momento in cui hanno deciso di dare una struttura a qualcosa che stavano già facendo da più di vent’anni.
Finora si sono scambiate soprattutto paesaggi, idee, remake, format e immaginari; l’Italia è entrata nei K-drama come promessa di bellezza e memoria, mentre la Corea è arrivata sugli schermi italiani prima come destinazione lontana e poi come uno dei centri più osservati dell’intrattenimento mondiale. Il passo successivo è molto più ambizioso, perché significa sedersi allo stesso tavolo prima ancora che una storia venga girata, dividendo investimenti, rischio, professionalità, diritti e distribuzione.
Dopo più di vent’anni passati a comparire l’una nelle storie dell’altra, Italia e Corea stanno provando a fare qualcosa di diverso: cominciare a comparire insieme nei titoli di testa.
