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Chi è Abiy Ahmed, Nobel per la pace a 43 anni

Il premio Nobel per la pace 2019 è andato al Gorbaciov africano. Ritratto del primo ministro dell'Etiopia, un rivoluzionario diventato riformista

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Redazione

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Tutto avrebbe immaginato sua madre Tezeta Wolde, quando da bambino gli ripeteva che sarebbe diventato il re dell'Etiopia, tranne che avrebbe ricevuto il Nobel per la pace. Invece Abiy Ahmed, diventato primo ministro a 41 anni, a 43 ha ricevuto l'ambitissimo riconoscimento.  
L'11 ottobre 2019 il comitato norvegese dei Nobel ha assegnato il premio per la pace al premier etiopico Abiy Ahmed Ali, artefice di una spettacolare riconciliazione del suo Paese con l'Eritrea. Berit Reiss-Andersen, a capo del comitato, ha auspicato che il premio lo rafforzi «nel suo importante lavoro per la pace e la riconciliazione».
E pensare che il suo nome per intero – Abiyot – in amarico significa «rivoluzione». Quando il 17 agosto 1976 nasce a Beshasha, da padre musulmano e madre cristiana, è un nome comune: l'imperatore Hailé Selassié è appena stato deposto e Mènghistu Hailé Mariàm, detto il Negus rosso, sta per prendere il potere.  
Abiy, che è il diminutivo di Abiyot, cresce fra i campi di caffé e di té nello Stato dell'Oromia. Il suo gruppo etnico, quello degli oromo, rappresenta il 32 per cento della popolazione etiopica, ma si è sempre sentito discriminato. Sua madre invece è un'amhara, il gruppo etnico dominante.
Da ragazzo Abiy recita il Corano. «Ma, come accade spesso in Etiopia», ha scritto il settimanale Jeune Afrique quando gli ha dedicato un approfondito ritratto, «la sua era una famiglia aperta ad altre religioni». La conversione di Abiy Ahmend al protestantesimo evangelico arriverà molto più tardi.
Fedele al suo nome, a 15 anni Abiy entra nella lotta armata, unendosi a un gruppo vicino al rivoluzionario Meles Zenawi, che è sul punto di rovesciare il regime marxista-leninista di Menghistu. Dopo la vittoria, nel 1991, il giovane rivoluzionario inizia una carriera militare.
Quattro anni dopo, viene mandato in Ruanda come casco blu dell'Unamir, la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite. A soli 19 anni, il futuro primo ministro tocca con mano gli effetti dell'odio etnico che ha provocato il peggior genocidio dopo l'Olocausto. Una «lezione imparata» che gli tornerà utile anni dopo, quando dovrà fare i conti con la violenza intercomunitaria che insanguina il secondo Paese più popoloso dell'Africa: 105 milioni di abitanti nel 2017, con 80 gruppi etnici.
Mentre serve nelle forze armate, brucia le tappe accademiche. Si laurea in informatica, poi prende un master in Leadership trasformazionale e uno in Business administration e per finire un dottorato. Nel frattempo si è sposato con Zinash Tayachew, una donna sempre sorridente del gruppo etnico amhara, con cui ha messo al mondo tre figlie (recentemente hanno anche adottato un bambino).   
Appassionato di nuove tecnologie, nel 2008 fonda con un generale la Ethiopian Information Network Security Agency (INSA).
Due anni dopo lascia le forze armate con il grado di tenente colonnello e si candida alle elezioni con l'Oromo democratic party. Giovane, palestrato, attento all'aspetto fisico (si taglia i capelli due volte alla settimana), è il candidato perfetto: al primo tentativo viene eletto alla Camera. In quel periodo si verificano scontri, anche violenti, fra musulmani e cristiani. Abiy interviene come facilitatore e, con l'abilità che lo contraddistingue, ne approfitta per farci il dottorato. La tesi si intitola: «Capitale sociale e il suo ruolo nella risoluzione dei conflitti tradizionale in Etiopia: il caso del conflitto interreligioso dello Stato della zona Jimma».      
Le sue origini, il suo percorso professionale e la sua prestanza fisica gli spianano la strada: nel territorio oromo diventa popolarissimo. Nel 2015 diventa ministro della Scienza e della tecnologia, nel 2017 capo del Segretariato del partito. L'occasione d'oro gli si presenta quando, il 15 febbraio 2018, il premier Hailemariam Desalegn rassegna le dimissioni. E il 2 aprile 2018 Abiy Ahmed presta giuramento come primo ministro dell'Etiopia.   
A quel punto, non lo ferma più nessuno. A maggio libera migliaia di detenuti politici. A giugno revoca lo stato d'emergenza. A luglio firma con il presidente eritreo Isaias Afwerki una dichiarazione che pone fine allo «stato di guerra» fra i due Paesi. A settembre riapre le frontiere con l'Eritrea. A ottobre affida alla guida di una donna metà dei ministeri. A novembre nomina un ex leader dell'opposizione capo della Commissione elettorale....
Il suo frenetico riformismo gli vale l'appellativo di Gorbociov africano. Quando, lo scorso 28 febbraio, Jeune Afrique pubblica il suo ritratto intitolato «Abiy Ahmed, l'uomo che cambierà l'Etiopia», scrive che il premier è «determinato a lasciare una traccia nella Storia». Ma neanche l'autorevolissimo settimanale africano si spinge a immaginare che sette mesi dopo prenderà il Nobel per la pace.


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