Elezioni in Turchia: Erdogan supera la prova
Elezioni in Turchia: Erdogan supera la prova
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Elezioni in Turchia: Erdogan supera la prova

Il partito del premier turco conferma la propria leadership alle elezioni amministrative. Quale sarà adesso la prossima mossa del premier?

 

Se il gioco in Turchia si fa duro, Recep Tayyip Erdogan di certo non è tipo da lasciarsi intimidire. Come già fatto altre volte in passato, da quando dal 2003 è alla guida del Paese, il premier turco è riuscito ancora una volta a reggere l’urto di un’ondata di accuse e scandali con cui i suoi oppositori hanno provato a travolgerlo in queste tirate settimane di campagna elettorale per il voto amministrativo.

 

E alla fine il suo partito, la formazione islamica AKP (Partito Giustizia e Sviluppo), ha confermato la propria leadership schiacciando con oltre il 46% dei consensi la principale forza di opposizione, il partito repubblicano CHP di Kemal Kilicdaroglu, fermo al 28%, mentre il resto se lo sono spartito i nazionalisti del MHP (14%) e i curdi del BDP (5%).

 

Le sfide più importanti di questa tornata amministrativa si sono giocate nella capitale Ankara e a Istanbul. Ad Ankara l’islamico Melih Gokcek, il sindaco uscente, ha superato di un solo punto il candidato del CHP Mansur Yavas. Mentre a Istanbul - città che ha battezzato l’ascesa politica di Erdogan, che ne è stato primo cittadino tra il 1994 e il 1998 - l’uscente Akp Kadir Topbas ha un buon vantaggio nei risultati parziali sul candidato dell’opposizione Mustafà Sarigul. L’AKP si è confermato inoltre nell’Anatolia e nelle altre vastissime aree centrali del Paese, concedendo al CHP solo l’europea Smirne, ai curdi le grandi città del Kurdistan e ai nazionalisti del MHP l’area del Mar Nero.  

 

 

La lotta all’interno dell’AKP
Con questa vittoria la vera risposta che Erdogan dà è però principalmente all’interno del suo stesso partito, minato da diversi mesi da una faida che per lunghi tratti ha visto i “dissidenti” guidati dall’ideologo Fehtullah Gülen rifugiato negli USA e a capo della potente confraternita islamica Ceemat - sembrare a tratti sul punto di poter conquistare la leadership dell’AKP.

 

Il premier ha però schivato ogni tentativo di destabilizzazione, sporcandosi le mani con metodi poco ortodossi nel momento in cui ve n’è stato bisogno. Lo ha fatto per disinnescare le accuse per corruzione mosse contro il suo esecutivo, un caso che dalla metà del dicembre 2013 ha portato alle dimissioni di diversi ministri, al siluramento di ufficiali della polizia e magistrati e a una corposa riforma della magistratura. E lo ha fatto anche pochi giorni fa, quando per smontare una nuova campagna d’accuse nei suoi confronti - condita da intercettazioni in cui è stato tirato in ballo anche suo figlio e video bollenti sinora però non apparsi in rete - non ha esitato a imporre un’accelerata a una legge restrittiva sull’utilizzo di internet bloccando i profili Twitter di milioni di utenti turchi e oscurando il canale You Tube.

 

Decisioni indubbiamente forti, che gli hanno attirato critiche di autoritarismo da parte dei media nazionali e soprattutto esteri ma che, stando a quanto emerso dalle urne, non hanno influito sulla tenuta del suo partito, che perde 5 punti rispetto alle politiche del 2011 guadagnandone però 6 rispetto alle amministrative del 2009.

 

 

Il futuro di Erdogan

Con questo risultato, l’AKP mette a segno la sesta vittoria consecutiva alle urne da quando Erdogan è al potere. In questi anni il premier è riuscito a mantenersi stabilmente al governo con una ricetta piuttosto elementare. Erdogan ha infatti pensato principalmente a raccogliere e consolidare attorno a sé il consenso delle due piattaforme elettorali più significative del Paese, vale a dire la classe dei lavoratori e quella religiosa. Sommati, i voti di queste due parti sociali superano nettamente quelli della élite laica, liberale ed europeista.

 

In quest’ultima tornata elettorale, la sua corsa è stata inoltre facilitata dall’assenza di un progetto organico da parte delle opposizioni, che non sono riuscite a unirsi in un unico movimento antigovernativo, mostrandosi incapaci anche di agganciare il dissenso diffuso tra i manifestanti di Gezi Park. E dopo aver fallito le prese di Ankara e Istanbul, adesso gli oppositori di Erdogan dovranno temere la dura reazione annunciata dal premier questa notte, poco dopo la pubblicazione dei primi risultati.

 

Oltre che su questa resa dei conti, gli occhi della Turchia sono puntati anche sul futuro del primo ministro. Tutti si chiedono quale sarà adesso la sua mossa. Sceglierà di correre per la carica di presidente ad agosto, quando per la prima volta i turchi si esprimeranno con un voto diretto? Oppure proverà a fare leva su questo risultato per riscrivere le regole della Costituzione e candidarsi per un quarto mandato alle elezioni del 2015? “Dall’avanzamento ulteriore del processo di pace, capace di disinnescare il potenziale conflittuale delle differenze etniche, dipendono in ogni caso le chances di Erdogan di proseguire la sua carriera politica”, racconta da Istanbul il corrispondente di “Loookout News” Giuseppe Mancini. “A partire dalle presidenziali di agosto, in cui è probabile la sua candidatura, ma anche dalla ripresa del processo riformistico, con un’iniziativa forte, in tempi brevi, che sembra indispensabile per scongiurare nuove tensioni e magari nuove proteste di piazza. Che al di là della sua effettiva elezione (a suffragio universale), potrebbero minare la sua capacità di continuare a governare la Turchia. Ma è inevitabile la resa dei conti coi gülenisti: che sicuramente non resteranno a guardare, e che potrebbero avere qualche brutta sorpresa in serbo”.

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