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Elezioni in Austria: le 3 lezioni per l'Europa

La vittoria per 31 mila voti di Van Der Bellen dice che la destra non vince senza i moderati, i nazionalismi si rafforzano e la sinistra è inadeguata

Se non ci fosse stata l’apertura delle buste, oggi staremmo a commentare il trionfo del candidato nazionalista Norbert Hofer alla presidenza di quel civilissimo paese nel cuore dell’Europa che è l’Austria.

Se non ci fossero stati quei 31mila voti in più arrivati per posta dagli austriaci non residenti, avrebbe prevalso il 46enne alfiere di una destra che vuol chiudere le porte ai migranti e nel resto dell’Unione è generalmente accomunata a tutti gli altri “populismi”. Da Marine Le Pen in Francia a Matteo Salvini in Italia.

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Ma è fuorviante bollare l’avanzata delle destre in Europa come “contagio”, come una malattia che incredibilmente aggredisce le menti fragili di quanti per ignoranza, superficialità e istinti sconnessi dalla modernità pretendano di sbarrare il passo allo “straniero”.

Il paradosso del margine garantito dai “compatrioti all’estero” per far vincere Alexander Van der Bellen, verde e fuori dal sistema ma gradito ai moderati di destra e sinistra come baluardo contro il "Male", rischia di accecare gli eterni benpensanti.

Va detto chiaro e tondo che l’idea di chiudere le frontiere e di recuperare i valori nazionali e tradizionali, i capisaldi morali della vecchia borghesia europea, non è un’idea malata. Ci sarebbe molto da dire su come e cosa si debba definire “populismo”, perché dietro questa etichetta si nasconde la spocchia di qualche sedicente intellettuale che distingue ancora tra popolo buono (quello di sinistra) e popolo cattivo (quello di destra), senza capire che ormai non c’è più destra e sinistra (e soprattutto che il comunismo è morto). Forse non c’è più neppure un “popolo”, visto che sia i “proletari” sia i “borghesi” sono attratti dalla sirena dell’arroccamento nazionalista.

Da anni ormai la destra “populista” mira credibilmente al governo. In Austria è molto vicina anche alla cancelleria. Il tracollo della sinistra socialdemocratica in gran parte dell’Europa dimostra che la battaglia è ridotta da un lato ai “populisti”, dall’altro alla destra moderata o all’anti-politica. In Italia crescono i grillini e avanzano i leghisti. In Francia le due Le Pen hanno l’aplomb delle aspiranti all’Eliseo e al Congresso. E in molti “piccoli” Paesi dell’Unione, specie all’Est, la paura fa novanta e spinge verso la radicalizzazione.

Al sodo. La lezione del voto austriaco e della sconfitta per 31mila voti di Hofer è duplice, anzi triplice:
1.    La destra non vince (o fatica a vincere) se non è capace di parlare un linguaggio commestibile anche per i moderati, per la ponderata borghesia di mezzo (l’estremismo s’infrange su scogliere naturali).
2.    La destra nazionalista (ma esiste anche una destra nazionalista “europea”) è a un passo dal governo e tutte le analisi che finiscono col sottovalutarne la portata “ideale” sono minate da supponenza.
3.    La sinistra europea sembra incapace di offrire risposte adeguate alla domanda di rigore e pulizia della “maggioranza silenziosa”.

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