La leva tecnologica spinge la crescita
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La leva tecnologica spinge la crescita
Economia

La leva tecnologica spinge la crescita

Politica, burocrazia, tasse: non mancano i pesi che zavorrano lo sviluppo del nostro tessuto produttivo. Eppure molte imprese ogni giorno si adoperano per produrre beni e servizi destinati ai mercati di tutto il mondo. Per loro, l’innovazione fa la differenza.

Nicola Ciniero è presidente e amministratore delegato Ibm Italia

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Capita spesso di sentire affermare che le imprese di questo Paese, abbandonate a se stesse, non sono in grado di crescere e prosperare. Ci sono invece buone ragioni per essere convinti del contrario, nonostante una classe politica che dimostra poca attenzione, una burocrazia farraginosa, un sistema di tassazione insostenibile e una politica del lavoro non ancora chiara.

L’Agenda digitale e l’Expo sono da tempo ai blocchi di partenza: lo sviluppo della prima inciderebbe per l’1,5 per cento sul pil, mentre il secondo – a dirlo è la Bocconi – può valere 10 miliardi di euro in cinque anni. L’Italia, insomma, evoca l’immagine di una splendida Ferrari lasciata in garage perché priva di benzina e di un pilota che sappia condurla in modo adeguato. Eppure il paese sa esprimere anche un’altra dimensione, quella di un tessuto produttivo che non aspetta, che ripone fiducia nella propria creatività e nella cultura industriale, che ogni giorno si adopera per produrre beni e servizi destinati a tutto il mondo. È l’espressione della nostra vocazione imprenditoriale, l’universo delle medie aziende, il manifatturiero – secondo in Europa solo alla Germania – che, tra il 2006 e il 2011, quindi in piena crisi, ha incrementato il giro d’affari del 12 per cento, con un balzo di 21 punti all’estero. La ricetta di tale vitalità annovera elementi come la determinazione a competere su scala globale, l’orientamento ai servizi senza tradire il core business, un’equilibrata gestione finanziaria, la capacità di fare rete e l’uso della leva tecnologica.

Da una nostra recente indagine sull’azienda del futuro, condotta con 4 mila interviste, emerge che le organizzazioni italiane hanno compreso quanto importante sia il ruolo della tecnologia come elemento in grado di abilitare l’innovazione, aumentare l’efficienza e la produttività, sostenere la crescita. C’è quindi una diffusa consapevolezza sia sul fatto che gli scenari e le dinamiche dei mercati vanno complicandosi, sia sull’esigenza di doverli affrontare trasformandosi. Prendiamo il fenomeno dei dati, i big data, la nuova risorsa naturale in un mondo sempre più digitale: è un mercato da quasi 200 miliardi di euro a livello mondiale – 3 in Italia – con crescite che superano il 20 per cento.

Le imprese che qui hanno investito presentano performance migliori delle altre. Il Mit parla di aumenti di produttività del 5 per cento. I dati trasformeranno il modo di fare impresa, di generare servizi per i cittadini e richiederanno lo sviluppo di nuove competenze. Il data scientist sarà la sesta figura professionale più richiesta. Ma il nostro Paese ha bisogno di un acceleratore che aiuti a recuperare velocemente il gap di produttività, trainando le piccole e medie imprese. Il cloud, come infrastruttura abilitante in grado di aggregare a livello di territorio, può portare le aziende alla stessa capacità innovativa. E non parliamo più di tecnologia complessa ad appannaggio dei grandi, ma di soluzioni e servizi da configurare in pochi minuti e pagare per l’uso. Senza dimenticare che il cloud è determinante nel processo di innovazione della Pubblica amministrazione, per portare a consolidamento migliaia di data center distribuiti, creare efficienza e liberare risorse da investire altrove. Le cose stanno cambiando e i mercati non aspettano le nostre discontinuità politiche. Saranno i big data, il cloud con il mobile e il social a trasformare il mercato It. Io però continuo a credere che l’aspetto essenziale resti la leadership di chi guida un’organizzazione, la sua visione, la capacità di coniugare il giorno per giorno di questa fase economica con obiettivi di lungo periodo. E soprattutto l’abilità nel guidare il cambiamento. È la cultura dell’innovazione che fa la differenza e il suo consolidamento e sviluppo risulteranno tanto più efficaci quanto più ampio sarà il ricorso alla leva tecnologica.

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