Qui ci vuole un "para-taxi"
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Economia

Qui ci vuole un "para-taxi"

Come la forza contrattuale dei tassisti impedisce la vera liberalizzazione

I regolamenti, per lo più locali, sul servizio dei taxi e delle auto con conducente in Italia sono talmente numerosi e contorti che non sarà difficile, per chi ha interesse a mantenere lo status quo, trovare un cavillo e bollare come «illegale» qualunque tentativo di innovazione del servizio. Persino una  semplice app (in ciò consiste il servizio Uber) che permetta di chiamare un’auto tramite smartphone: ai conducenti che utilizzano questo servizio i tassisti tradizionali contestano, per esempio, di violare l’«obbligo di rientrare in rimessa dopo ogni corsa» e il «divieto di aspettare le chiamate stazionando in strada». Contestazioni che illustrano meglio di tanti discorsi come in Italia i servizi locali (anzitutto quello dei taxi) siano ingessati, chiusi all’innovazione e alla concorrenza.

La forza contrattuale dei tassisti, soprattutto nelle grandi città, ha impedito che le liberalizzazioni dei taxi, a partire da quelle di Pier Luigi Bersani del 2006, producessero risultati tangibili. Nessun nuovo operatore è apparso, neppure i tanto sbandierati taxi collettivi. Nel frattempo l’utente non ha possibilità di scegliere un tassista che parli inglese o che accetti la carta di credito, o che offra uno sconto. Come avvenuto con i farmaci (un esempio di liberalizzazione riuscita), la concorrenza e la qualità del servizio aumentano e i prezzi diminuiscono solo se nuovi operatori entrano nel mercato. Possiamo sperare che compaia sulla scena del trasporto locale la categoria dei «para-tassisti» con analoghi effetti positivi per gli utenti?

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