Economia

Manchester United a Wall Street: la partita più difficile ora è in Borsa

Scatta oggi la quotazione dei Red Devils a Wall Street. Obiettivo: rilanciare il marchio e ridurre l'indebitamento. Ma il prezzo di collocamento è già stato rivisto al ribasso e gli analisti rimangono perplessi.

Era una delle quotazioni più attese dell’anno, ma partirà senza botto e con molte voci critiche. Scatta oggi l’Ipo (initial public offering, cioè offerta pubblica iniziale) attraverso la quale il Manchester United , una delle squadre di calcio più famose del mondo, debutta a Wall street dove collocherà inizialmente il 10% delle proprie azioni, fino a oggi detenute come il resto del capitale dalla famiglia statunitense Glazer.

Nonostante qualche perplessità di analisti e tifosi legata al luogo scelto per la quotazione (perché la Borsa di New York invece del London Stock Exchange, più avvezzo ad accogliere investimenti e listing pallonari?), le aspettative della piazza finanziaria erano alte. Quello del Manchester, al di là dei risultati sportivi un po’ zopppicanti degli ultimi anni, è un brand fortissimo, non solo in patria ma anche sui mercati emergenti, e la crescita esponenziale di ricavi televisivi e da merchandising ha fatto salire i ricavi del 12% nella stagione calcistica 2011/2012 e di ben il 77% negli ultimi tre anni: oggi sono pari a 331 milioni di sterline.

Per il collocamento , la famiglia Glazer aveva inizialmente stabilito una forchetta iniziale di prezzo compresa tra i 16 e i 20 dollari per ogni titolo. Ciò vuol dire che in caso di stime sui massimi, l’Ipo avrebbe fruttato 334 milioni all’attuale azionista di maggioranza, con una conseguente valutazione della società pari a 3,34 miliardi.

I listini, però, sono un altro campo da gioco. Dove dribbling, telecamere e magliette contano assai meno delle fredde cifre. E le fredde cifre contenute nel prospetto ufficiale della quotazione hanno fatto ipotizzare agli analisti che il premio di collocamento fosse eccessivo per la famiglia Glazer, che pagò il team 1,5 miliardi nel 2005 ma da allora ha fatto quasi raddoppiare il suo indebitamento netto (oggi pari a oltre 660 milioni di dollari).

Così, dopo un rapido consulto, nella giornata di ieri gli advisor finanziari dei Glazer (JP Morgan, Jefferies, Merril Lynch, Rbs, Deursche Bank e Crédite Suisse Usa) hanno stabilito un nuovo prezzo di collocamento pari a 14 dollari, ben due al di sotto del minimo stabilito. Specificando che la metà dei capitali raccolti non finirà nelle tasche di chi vende, ma sarà utilizzata per abbattere il debito, in attesa di una possibile rinegoziazione dei tassi d'interesse tra qualche mese.

Nonostante il ribasso, con una valutazione di 2,28 miliardi, il Manchester United diventerà la società sportiva a più alta capitalizzazione del mondo, superando di un soffio la squadra di baseball degli L.A. Dodgers, quotata sempre al Nyse e valutata, ai corsi di oggi, circa 2,1 miliardi.

Le perplessità degli analisti, comunque, rimangono. Ecco cosa scrive ad esempio nel suo Ipo report di pochi giorni fa Saxo Bank: "Il prezzo d’ingresso è molto costoso per un’azienda che non ha mostrato una crescita degli incassi negli ultimi anni e che utilizza il modello di business di un club di football. La valutazione non ha senso".

Sono tre, secondo l’operatore danese, i segnali che dovrebbero invitare gli investitori alla cautela. Il primo è il rapporto tra rendite in calo e costi fissi in aumento: "I profitti totali del 2012 saranno tra il 3,5 e il 5% più bassi rispetto allo scorso anno. Allo stesso tempo, le spese per i giocatori e lo staff sono salite del 4-5%". Il secondo è che il bilancio di quest’anno è arricchito da alcuni benefit, come una ricca detrazione fiscale da 27 milioni, non più ripetibili in futuro. Terzo e ultimo sintomo: gli stipendi troppo alti, che però non sono di per sé garanzia automatica di una miglior resa sul campo.

E visto che – come notano molti altri analisti – le performance sportive sono l’unico viatico per alimentare le altre voci di ricavo, i rischi dell’operazione rimangono alti. Nella stagione scorsa, per esempio, i guadagni di casa Old Trafford sono stati fortemente influenzati dal fatto che il club non sia riuscito a qualificarsi per le fasi avanzate della Champions’ League, perdendo svariati milioni in diritti televisivi ulteriori ma mantenendo invariato il monte ingaggi.

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