Latte: le 4 ragioni della protesta degli allevatori
STEFANO SCARPIELLO / Imagoeconomica
Latte: le 4 ragioni della protesta degli allevatori
Economia

Latte: le 4 ragioni della protesta degli allevatori

Le contestazioni in tutta Italia contro le industrie che hanno deciso il taglio dei compensi: a rischio 35.000 aziende e 180.000 posti di lavoro

"Big Milk" ha deciso di distruggere il latte italiano. Ma gli allevatori di casa nostra non ci stanno e promettono guerriglia.

Da quattro giorni protestano in tutta Italia, con tanto di mucche e trattori al seguito, davanti ai supermercati, alle centrali del latte e ai grandi caseifici, occupando persino i terminal dei traghetti.

Una "guerra per il latte giusto", dicono.

Al loro fianco c'è la Coldiretti, l'associazione che rappresenta gli agricoltori e gli allevatori italiani, che per l'occasione ha presentato un dettagliato dossier sul settore: "L'attacco al latte italiano, fatti e misfatti".

L'iniziativa ha trovato l'appoggio anche delle principali associazioni dei consumatori: Codacons, Movimento consumatori, Federconsumatori e Adusbef.

Nel mirino la multinazionale francese Lactalis che ha comprato i grandi marchi nazionali Parmalat, Galbani, Invernizzi e Locatelli ed è il primo gruppo del settore in Italia.

La loro denuncia: ha tagliato i compensi e i costi di produzione sono diventati insostenibili per gli allevatori italiani. Ecco perché.

La scarsa trasparenza nell'etichetta

Coldiretti punta il dito contro l'industria casearia, che sostituisce il latte nostrano con latte di provenienza sconosciuta (e a basso costo) senza l'indicazione dell'origine in etichetta e senza trasparenza sugli ingredienti utilizzati.

Così il consumatore compra un formaggio che è italiano solo per metà, perché la materia prima proviene dall'estero.

Le industrie utilizzano semilavorati di latte (cagliate, caseine e caseinati) di provenienza straniera per produrre formaggi, yogurt e mozzarelle, spacciandoli poi per made in Italy.

Risultato: una mozzarella su due è prodotta con cagliate straniere e solo una busta di latte a lunga conservazione (UHT) su quattro contiene latte italiano.

Lo dimostrano anche i dati sul settore: la produzione complessiva di latte bovino in Italia ammonta a 11 milioni di tonnellate a fronte di 20 milioni di tonnellate consumate.

Detto altrimenti, l'Italia dipende dall'estero per quasi la metà del proprio fabbisogno in prodotti lattiero caseari.

Il prezzo alla stalla

Produrre latte in Italia sta diventando quasi impossibile, anche perché è pagato al di sotto dei costi di produzione, in media di almeno 5 centesimi, violando le norme vigenti.

Coldiretti ricorda che la legge 91 del luglio 2015 impone dei limiti al ribasso del prezzo del latte alla stalla: deve commisurarsi, infatti, ai costi medi di produzione, che vanno, secondo l'Ismea, dai 38 centesimi al litro per le aziende di pianura, con oltre 200 capi, ai 60 centesimi al litro per le aziende di montagna a conduzione familiare, con 20 – 50 capi.

Il taglio, deciso unilateralmente dall'industria, è di oltre il 20 per cento rispetto ai compensi dello scorso anno, portando il costo della materia prima a livelli inferiori addirittura di quello di venti anni fa.

Al consumo, però, i prezzi non calano. Anzi, si moltiplicano di ben quattro volte nel passaggio dalla stalla allo scaffale.

Così, a guadagnare sono le grandi multinazionali del settore, e le catene della Gdo.

Agli allevatori non rimangono neanche quei pochi centesimi necessari per dare da mangiare agli animali.

Le concorrenza "low cost" dell'Est Europa

La corsa alla materia prima a basso costo ha aperto le porte ai fornitori stranieri.

Dalle frontiere italiane passano ogni giorno 3,5 milioni di litri di latte sterile, ma anche concentrati, cagliate, semilavorati e polveri, pronti a essere imbustati o trasformati: diventano mozzarelle, formaggi o latte "italiani", all'insaputa dei consumatori.

Nell'ultimo anno le cagliate imprtate dall'estero hanno superato il milione di quintali: ora rappresentano circa 10 milioni di quintali equivalenti di latte, pari al 10 per cento dell'intera produzione italiana.

Arrivano in Italia soprattutto dall’Est Europa e consentono di produrre mozzarelle e formaggi di bassa qualità.

All'industria conviene: un chilogrammo di cagliata utilizzata per fare formaggio sostituisce circa dieci chili di latte. E la presenza non viene indicata in etichetta.

Gli effetti sull'economia italiana

I tagli ai compensi hanno fatto perdere agli allevatori italiani in un anno oltre 550 milioni di euro.

La situazione è critica e molti abbandonano il settore: nel 2015 hanno chiuso circa 1.000 stalle, oltre il 60 per cento delle quali si trovava in montagna.

E quelle che sono sopravvissute, circa 35.000, non possono continuare a lavorare in perdita a lungo.

"A rischio c’è un settore che rappresenta la voce più importante dell’agroalimentare italiano con un valore di 28 miliardi di euro e quasi 180.000 occupati nell’intera filiera" ha affermato Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti, che ha chiesto l'intervento dell'Antitrust.

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