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Ecco perché la stampa indiana chiede la pena di morte per i marò

Per il governo di New Delhi questo rischio non esiste, ma l'attuale impasse si è consolidata per il modo confuso e a tratti goffo in cui l'Italia ha gestito il problema

Pare che nessuno abbia ancora capito che sarebbe meglio parlare il meno possibile parlare di quello che succede ai due fucilieri di Marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, detenuti in India da ormai 21 lunghissimi mesi. Che interpretare la politica, gli umori, e le inclinazioni della stampa indiana sia difficile è un dato di fatto, ma è altrettanto vero che quando l'Italia si indigna perché questo o quel giornale paventano la possibilità che ai due possa essere comminata la pena di morte forse peggiora la situazione anziché migliorarla.

Risale a poche ora fa l'annuncio dell'inviato del governo a New Delhi Staffan de Mistura (che ha seguito la vicenda sin dai primi giorni, in qualità di Sottosegretario agli Esteri) di una "iniziativa molto forte e decisa per uscire dall'impasse in cui è la situazione dei marò in India", una mossa con marcata valenza "giuridica e politica" che punta a mettere fine al "ritardo inaudito che le indagini ed il processo hanno accumulato sia l'inaccettabile e possibile utilizzazione del Sua Act (La legge indiana per la repressione della pirateria) che automaticamente implica l'utilizzazione della pena di morte".  

Dopo l'ennesima riunione straordinaria tra ministro dell'Interno indiano, Sushil Kumar Shinde, ministro degli Esteri, Salman Khurshid e Giustizia, Kapil Sibal, convocata per decidere come procedere contro i due fucilieri, vale a dire se applicate il Sua Act oppure no, anche l'Italia ha pensato fosse opportuno reagire. Palesando l'indignazione del Primo Ministro Letta, proponendo, tramite il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani, di bloccare i negoziati dell'accordo commerciale Ue-India nell'impossibilità di negoziare un accordo di libero scambio con un "paese che non rispetta i diritti umani", e con alcuni esponenti del M5S che si sono detti pronti a partire alla volta dell'India per "fare chiarezza", quasi come se volessero farsi giustizia da soli.

Se le parole degli indiani fossero state lette con maggiore attenzione, forse sarebbe stato possibile evitare tutto questo inutile e controproducente baccano. Da che mondo e mondo la vera diplomazia deve essere silenziosa per essere efficace. In Italia continua ad essere sottovalutato il fatto che l'India sia da mesi nel pieno della sua campagna elettorale, e in una fase storica in cui ogni occasione per screditare l'esecutivo di Manmohan Singh e Sonia Gandhi viene sfruttata al meglio dalla stampa e dall'opposizione, non è possibile dare credito a tutte le sciocchezze che i quotidiani del Subcontinente scrivono sui marò e sul loro tragico destino, perché nessuno avrai mai il coraggio di prendersi la responsabilità di condannarli a morte. Anche perché, sarebbe forse il caso di sottolinearlo per l'ennesima volta, il Sua Act è l'applicazione indiana di una convenzione internazionale che venne adottata per dare strumenti forti nella lotta al terrorismo. La formulazione della convenzione è quindi quella della legge indiana, sono ambigue, ma per quanto nelle nebbie della giurisdizione indiana queste norme lascino molta libertà di interpretazione e di utilizzo, è evidente che i nostri soldati non sono terroristi

Che la stampa indiana contribuisca a mettere benzina sul fuoco ogni volta che ha l'occasione per farlo è normale, quindi è ovvio che telegiornali, approfondimenti e quotidiani non facciano altro che ripetere che Latorre e Girone rischiano la pena di morte, per i motivi più disparati. Ma il punto è che se la nostra diplomazia sta al loro gioco i problemi per i nostri fucilieri aumentano. O meglio, in realtà è più che realistico immaginare che a prescindere dalle mosse che farà l'Italia i due fanti resteranno in India quanto meno fino alla fine delle elezioni previste per la prossima primavera (inoltrata). Un periodo che, in fin dei conti, corrisponde alla pena minima prevista dal codice penale indiano per il reato che hanno commesso. Il governo (indiano) non ha mai preso seriamente in considerazione l'ipotesi della pena di morte, e crisi dopo crisi continua a confermare di non aver cambiato idea. 

In realtà, fonti del governo di New Delhi hanno spiegato a Panorama.it che questo grande pasticcio è stato sì creato per l'ingenuità italiana di accettare la richiesta delle autorità del Kerala di far avvicinare l'Enrica Lexie alla costa, in maniera che finisse inequivocabilmente nelle acque territoriali del Subcontinente, ma lo stallo attuale dipende dal modo confuso e a tratti goffo con cui la vicenda è stata successivamente gestita. Quando i marò sono stati autorizzati a rientrare in India, nel Natale del 2013, l'intero paese si aspettava che non sarebbero mai rientrati. E parecchi analisti avevano già commentato la lungimiranza di Sonia Gandhi nel concedere ai fucilieri di rientrare in Patria, mostrandosi quindi disponibile a negoziare con il suo paese d'origine che, invece, per motivi di interesse nazionale l'avrebbe poi tradita. Tuttavia, lo abbiamo già detto, la diplomazia per essere efficace deve agire silenziosamente. Quindi comunicare la decisione di voler trattenere Latorre e Girone a poche ore dalla partenza concordata, nel cuore della notte, urlandolo su Twitter, buttando giù dal letto i funzionari del Ministero degli Esteri indiano, e inevitabilmente stuzzicando la stampa ha di fatto chiuso le porte a qualsiasi negoziato. E le conseguenze di queste mosse sfacciatamente affrettata le stiamo ancora pagando.

Oggi come allora, la stampa indiana annuncia come sempre più prossima la sentenza di morte contro i fucilieri, ma il governo si astiene dal fare commenti. In Italia, invece, succede il contrario. Speriamo che così facendo la posizione di Latorre e Girone non finisca col peggiorare ulteriormente...

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