Durerà l'accordo russo-ucraino?
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Durerà l'accordo russo-ucraino?
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Durerà l'accordo russo-ucraino?

Nonostante il cessate il fuoco nell’est dell’Ucraina la tensione resta alta. Intanto Bruxelles oggi decide se emanare nuove sanzioni contro la Russia

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Il cessate il fuoco proclamato tra Kiev e i ribelli filorussi stenta ad entrare pienamente in vigore. Lo scrive oggi Ital Intermedia . Il 6 settembre l’artiglieria governativa ha nuovamente bombardato la città costiera di Marjupol, mentre da parte dei ribelli sono partite raffiche di armi auomatiche. Il 7 settembre altri scontri a Marjupol con la morte di una donna e tre civili feriti. Pare che i reparti governativi abbiamo lanciato altre bombe anche su Donetsk mai i presidenti Putin e Poroshenko in una nuova telefonata si sono detti “soddisfatti” per la tenuta complessiva dell’accordo.

 

Anche se dunque le forze in campo devono ancora essere pienamente controllate, la partita torna a essere giocata sul piano diplomatico dove adesso le prossime mosse spettano all’Occidente: in primo luogo all’Unione Europea, che in queste ore sta decidendo se imporre o meno nuove sanzioni a Mosca con l’opposizione aperta di Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e un altro gruppo di Paesi fortemente scettici. In questa situazione l’Italia da presidente di turno cerca di interpretare ancora un ruolo di mediazione. Poi si tratterà di valutare le mosse della NATO e le reazioni moscovite.

 

Il protocollo sui risultati delle consultazioni di Minsk del Gruppo di contatto sono stati pubblicati sul sito web dell’OSCE: l’accordo comporta elezioni in tempi brevi nell’est dell’Ucraina, l’adozione da parte del governo di Kiev di una legge sullo stato giuridico speciale nelle regioni orientali di Donetsk e Luhansk ed elezioni anticipate. Una delle disposizioni concordate stabilisce di “decentrare il potere, anche attraverso l’adozione da parte dell’Ucraina di procedure provvisorie per eleggere il governo locale in alcune parti delle regioni del Donetsk e del Luhansk”. Si apre dunque la via a una condizione autonoma delle aree filorusse e forse al progetto di una federazione. Le parti hanno inoltre convenuto di monitoraggio internazionale dell’attuazione della tregua, lo scambio di tutti i prigionieri e l’apertura di corridoi umanitari.

 

La tensione diplomatica comunque resta altissima sulla linea Mosca-Bruxelles, da dove oggi arriveranno nuove decisioni. “Se dovesse entrare in vigore una nuova lista di sanzioni della Ue – ha avvertito il ministero degli esteri russo, Sergei Lavrov – ci sarà sicuramente una reazione da parte nostra”. E finora le controsanzioni decise da Mosca hanno seminato il disastro nelle economie occidentali. Soltanto alle aziende italiane il blocco dei mercati russi costa 200 milioni di euro al settore agroalimentare: lo ha detto il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, in un’audizione di fronte alla commissione agricoltura del Parlamento europeo. Quindi, o l’Unione si attrezza in fretta per lavorare su nuovi mercati, o si rischia il disastro.

 

Fino a un anno fa l’Italia vantava 22 accordi bilaterali e 7 intese per attirare investimenti russi e finora è stato il secondo più importante partner commerciale della Federazione dopo la Germania e il quarto cliente, soprattutto di energia (gas e petrolio), con il 6,6% delle forniture complessive. Adesso le stime più pessimistiche dicono che il nostro export complessivo potrebbe perdere 2,4 miliardi di euro all’anno.

 

Il medesimo allarme si espande tra le imprese agricole e di trasformazione francesi, tedesche, ungheresi, slovacche. Anche la Polonia, che pure è tra i più intransigenti riguardo allo storico nemico russo, l’anno scorso ha esportato in Russia 700mila tonnellate di prodotti freschi. Se dunque l’UE vorrà continuare lungo il vicolo cieco delle sanzioni, deve prepararsi a concedere aiuti per molte centinaia di milioni a industrie dell’intero continente.

 

Se questa per il momento è la guerra finanziaria e commerciale che si rifletterà subito sulle condizioni economiche di tutta l’Europa, ve n’è un’altra che si sviluppa con tempi più lunghi ma potrebbe sfociare in scenari sempre più rischiosi: la NATO continua nella sua politica di accerchiamento della Russia, e Mosca in risposta a questo atteggiamento fa sapere di aver già “rivisto la propria politica militare”. Questo significa caccia aperta a nuove basi e ad armamenti sempre più potenti. Il progetto peraltro va avanti da prima che l’Ucraina fornisse un alibi alle strategie a lungo termine: gli Stati Uniti hanno iniziato il trasferimento di nuovo materiale bellico in Norvegia fino dalla metà di agosto cercando di posizionarsi in punti strategici. Sono in funzione da tempo tre grandi depositi, ovvero gigantesche caverne che ospitano dalle munizioni ai mezzi. Le installazioni si trovano nella regione di Tromsdal, dove oltre a tre grandi caverne per le forze terrestri dovrebbero essere operativi altri centri per l’aviazione.

 

Nello stesso tempo, Mosca ha annunciato nella giornata di sabato la partenza di una task force per l’Artico. Sei navi della Flotta del Nord muovono verso le isole della Nuova Siberia, dove quella di Kotelny aveva ospitato fino al 1993 un base militare che adesso viene riaperta. Della flotta fa parte il sottomarino Admiral Levchenko, le navi da sbarco Pobedonosets e Kondopoga, la petroliera Sergei Osipov, il rimorchiatore d’altura Pamir e un’unità per la logistica, la Aleksandr Pushkin.

 

La Russia intende inoltre costituire un comando nella regione dell’Artico che tuteli “vie marittime, risorse energetiche e pesca”. A questo fine dovrebbe essere ammodernata la Flotta del Nord con l’entrata in servizio di nuovi sottomarini “invisibili”.

 

La tregua che ha congelato almeno per ora la situazione in Ucraina ha insegnato tre cose. La prima: Poroshenko non dispone di un esercito affidabile e può solo ricorrere a bombardamenti poco mirati che spesso rischiano di coivolgere civili. La seconda: il gioco delle sanzioni provoca all’Occidente molti più danni di quanti ne crei alla Russia. La terza: i “wargames” che si continuano a svolgere ai confini del più grande paese d’Europa continuano a farsi sempre più pericolosi. Le prossime ore diranno se l’Unione Europea è in grado di prendere atto della realtà o se intende continuare la corsa che rischia di condurla al disastro.

 

(Articolo pubblicato su Ital Intermedia)

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