Dolce & Gabbana e il fisco: perché l'assoluzione
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Dolce & Gabbana e il fisco: perché l'assoluzione
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Dolce & Gabbana e il fisco: perché l'assoluzione

"Un risultato giusto e innovativo". Parlano gli avvocati dei due stilisti, Massimo Dinoia e Armando Simbari

Era partito male fin dall'inizio, il processo contro Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Il 22 ottobre 2007, già alla prima iscrizione al registro degli indagati, era stato annotato il nome di «Stefano Dolce»: un errore formale, com'è ovvio, che era stato corretto soltanto alcuni mesi dopo. Ma ci sono poi voluti sette anni esatti perché il processo finisse con un'assoluzione piena in Cassazione, lo scorso 24 ottobre.

Nel corso del tempo l'inchiesta contro i due stilisti si è trasformnata in un tormentone mediatico, con mille ricadute polemiche. Il procedimento, del resto, ha ipotizzato reati gravi: la truffa ai danni dello Stato e l'omessa dichiarazione dei redditi, cioè l'evasione fiscale. Accuse imbarazzanti, per due imprenditori della moda tanto esposti a livello internazionale. Ora sono tutte cadute, hanno stabilito i giudici, "perché il fatto non sussiste".

A brindare, oltre a Dolce & Gabbana, sono stati i loro due avvocati: Massimo Dinoia e Armando Simbari. "Un ottimo risultato" sorride Dinoia "perché abbiamo stravinto e dell'accusa non è rimasto in piedi proprio nulla. Però è stato un lavoro infernale". La Procura di Milano all'inizio sosteneva la truffa, ipotizzando che la creazione di una società in Lussemburgo, la Gado (GAbbana & DOlce), fosse fittizia. I due stilisti, insomma, avrebbero creato uno schermo apparente cui cedere i marchi del gruppo (per 360 milioni di euro) e il contratto di licenza, al solo scopo di evadere le tasse.

Poi quell'acusa era già caduta in Cassazione, nell'ottobre 2010, e allora il procedimento aveva preso una strada diversa: l'omessa dichiarazione dei redditi. A Dolce & Gabbana veniva imputato che la cessione dei marchi dovesse avvenire a un prezzo diverso: 1,19 miliardi di euro. E su quella cifra andavano pagate le tasse della plusvalenza. "Non mi era mai capitato" dice Dinoia “che si rivendicassero tasse su redditi mai incassati".

Tutto il dibattimento, in primo e in secondo grado, si è svolto sul tema cruciale dell'esterovestizione della Gado, cioè sulla realtà del suo essere davvero società estera, oppure soltanto uno "schermo" fiscale. Ma alla fine la Cassazione ha dato ragione alla difesa dei due stilisti. Un risultato che farà giurisprudenza per molte altre vicende giudiziarie aperte sulla materia.

Al defunto processo penale, però, sopravvivono altri procedimenti contro Dolce & Gabbana. Indipendentemente dall'assoluzione in Cassazione, infatti, la giustizia tributaria continua a pretendere dai due imprenditori il pagamento di 343 milioni per le plusvalenze sulla cessione dei marchi, più altri 43 milioni di tasse che la loro Gado non avrebbe versato al fisco. Che cosa accadrà? Mistero: la giustizia tributaria segue una logica tutta sua...




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