Libertà: l'Ue condanna l'Italia
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Libertà: l'Ue condanna l'Italia

No al carcere per la diffamazione: la sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo contro l'Italia

Abolire la pena del carcere per i giornalisti. Lo chiede a chiare lettere l’ultima sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che il 24 settembre ha condannato lo Stato italiano a risarcire Maurizio Belpietro con 15 mila euro, tra danni morali e spese. Nel 2009 l’ex direttore del Giornale (oggi direttore di Libero) era stato condannato dal Tribunale di Milano a 4 mesi di carcere (sospesi con la condizionale) e 110 mila euro di danni per omesso controllo su un articolo pubblicato nel 2004 a firma R.I. (Raffaele Iannuzzi) e intitolato «Mafia, tredici anni di scontri tra pm e carabinieri».

L’articolo era stato giudicato diffamatorio dei procuratori Guido Lo Forte e Gian Carlo Caselli. Iannuzzi era stato assolto perché senatore, ma Belpietro era stato condannato in Cassazione nel 2010. A tre anni di distanza si pronuncia la seconda sezione della Corte di Strasburgo, presieduta dal giudice italiano Guido Raimondi, che su ricorso di Belpietro giudica inammissibile la pena del carcere per un giornalista.
Per i giudici europei l’articolo di Iannuzzi conteneva affermazioni diffamatorie he andavano al di là dell’esercizio della
libertà di espressione. Pertanto la condanna di Belpietro per omesso controllo sarebbe legittima. Ma ciò che viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ratificata dall’Italia nel 1955, è la previsione del carcere come sanzione penale. Per la Corte di Strasburgo «infliggere la pena del carcere» a un giornalista può provocare un pericoloso «effetto dissuasivo» sull’esercizio della libertà di informazione. Inoltre, per quanto riguarda il mancato controllo del direttore su un articolo diffamatorio, «una sanzione severa» come il carcere non è «giustificata da alcuna circostanza eccezionale».

Il rischio della detenzione, concludono i giudici europei, produce «un’ingerenza nel diritto alla libertà di espressione che non è proporzionata al perseguimento degli scopi legittimi» della tutela della reputazione altrui. Per questo lo Stato italiano è
stato condannato a risarcire Belpietro. Ora il governo ha tre mesi di tempo per decidere se ricorrere in appello alla «Camera grande», cioè la Corte europea in seduta plenaria, o se accettare la sentenza. In ogni caso questa decisione non mancherà di avere effetti sulla discussione alla Camera dei deputati per la riforma della diffamazione, che prevede l’abolizione del carcere.

A metà settembre la Corte ha condannato anche il Portogallo per le sanzioni penali inflitte ai due giornalisti Afonso Joaquim Sampaio e Paiva de Melo. In quell’occasione i giudici europei avevano sottolineato che «l’esistenza stessa d’una sanzione penale provoca un effetto dissuasivo del contributo della stampa ai dibattiti d’interesse generale».

L’obiettivo di queste sentenze, spiegano alla Corte, è quello di eliminare il «chilling effect» (letteralmente: l’effetto raffreddamento) prodotto dalla legge penale sul diritto di cronaca e di critica. Ma altre sorprese sono in arrivo: a giorni è attesa anche la sentenza su Antonio Ricci, ideatore di Striscia la notizia, che ha fatto ricorso contro un’altra condanna.

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