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Carlo De Benedetti, l'anguilla

Più volte processato e mai condannato in via definitiva. Ecco come l'Ingegnere l'ha sempre scampata

"Questa sentenza è manifestamente infondata e palesemente illegittima". Parole di Silvio Berlusconi? No, di Carlo De Benedetti: affidate a uno stizzito comunicato il 24 maggio 2012, il giorno in cui la Commissione tributaria regionale di Roma ha condannato la sua Cir a pagare una multa da circa 225 milioni di euro, o se vogliamo essere precisi da 454,7 miliardi di lire. Non se n’è accorto quasi nessuno, perché 16 mesi fa i giornali hanno seminascosto la notizia (il Corriere della sera, per esempio, l’ha relegata a pagina 37), ma così parla proprio il De Benedetti editore della Repubblica: lo stesso quotidiano che attacca ossessivamente Berlusconi perché osa lamentarsi delle sue condanne, rimproverandogli a ogni piè sospinto che «in democrazia le sentenze non si discutono, si accettano». Per doppio paradosso, a De Benedetti il fisco con quei 225 milioni di euro oggi chiede conto proprio delle ricche plusvalenze realizzate in lire del 1991 (e apparentemente non dichiarate) sulla spartizione della Mondadori tra Cir e Fininvest: esattamente la stessa vicenda per cui l’Ingegnere, per via giudiziaria, ha appena incassato da Berlusconi uno storico risarcimento di 541 milioni di euro, pur essendosi detto 22 anni fa «più che soddisfatto» di quanto aveva ottenuto. Ma nessuna paura. Perché mentre con il Cavaliere la giustizia, soprattutto negli ultimi tempi, ha avuto la mano pesante e va a razzo (vedi la sentenza sulla frode fiscale Mediaset), per l’Ingegnere il tribunale penale ha già dichiarato «insussistenti» i fatti contestati.

Insomma, per i 225 milioni De Benedetti comunque non rischia la galera.

E anche il sopravvissuto procedimento fiscale viaggia con il freno a mano tirato: se la megaevasione risale a 22 anni fa, infatti, l’accertamento è partito soltanto nel 1995. Il 19 luglio scorso, poi, la multa è stata sospesa e prima che si pronunci la Cassazione passerà qualche altro annetto.

E' un incontrovertibile dato di fatto: in tribunale non c'è mai alcuna fretta, quando di mezzo c'è l'Ingegnere.

È così fin dalla sua prima volta, quando viene coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi per un clamoroso mordi-e-fuggi: l’8 novembre 1981 De Benedetti acquista per 44 miliardi di lire il 2 per cento del Banco e ne diventa vicepresidente; esce dopo appena 65 giorni, il 22 gennaio 1982, incassando una siderale plusvalenza di 40 miliardi di lire.

Quando poi nel maggio 1982 Calvi viene arrestato e l’Ambrosiano crolla sotto un crac da 1.000 miliardi, il pubblico ministero milanese Pier Luigi Dell’Osso cerca di processare anche De Benedetti, ipotizzando l’estorsione e la bancarotta fraudolenta. Il pm è convinto che l’Ingegnere, compresa al volo la drammatica situazione del Banco, abbia costretto Calvi a versargli l’esorbitante buonuscita. Nei 65 misteriosi giorni della sua avventura da banchiere, del resto, l’Ingegnere ha avuto al suo fianco anche i giornali del gruppo Espresso. Non ne è ancora l’editore, però è già legato a filo doppio con l’editore, Carlo Caracciolo, e con il direttore-azionista Eugenio Scalfari; in più, con la sua Manzoni, cura la raccolta pubblicitaria del gruppo. E all’inizio L’Espresso e La Repubblica hanno esaltato il «brillante matrimonio», poi con un incredibile voltafaccia hanno brutalmente aggredito Calvi.

Il processo contro l’Ingegnere incontra però mille ostacoli. Nell’aprile 1989 i giudici rigettano l’ultima richiesta di rinvio a giudizio di Dell’Osso. A quel punto succede il fattaccio: perché la procura si oppone al proscioglimento per l’estorsione, ma non a quello per la bancarotta. In mezzo, nell’ottobre 1989, entra in vigore la riforma del Codice di procedura penale che sposta le competenze, modifica i percorsi degli atti.

Si arriva così al 1990, quando ormai dal crac sono trascorsi 8 anni.

E la Corte d’appello di Milano, cui è passato il caso, rinvia a giudizio l’Ingegnere per bancarotta aggravata. Il processo finalmente parte, ma al rallentatore. Nell’aprile 1992 l’imputato viene condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi di reclusione. Perché si conoscano le motivazioni della condanna (dove in realtà riaffiora l’ombra dell’estorsione: «De Benedetti» scrive il giudice Giuseppe Gamacchio «era riuscito a imporre a Calvi un patto in ragione della debolezza di quest’ultimo e tentò d’indurre all’adempimento la controparte con una pressione notevolissima e tambureggiante») bisogna aspettare altri due anni e mezzo, il 10 ottobre 1994: è un record assoluto, imbattuto nella storia della giustizia italiana e forse mondiale.

Viene da pensare a una parallela e opposta anomalia giudiziaria: quella che il 26 ottobre 2012, alla fine del processo di primo grado contro Berlusconi per frode fiscale sui diritti tv Mediaset, fa leggere al giudice Edoardo D’Avossa il dispositivo insieme con le motivazioni della condanna a 4 anni di reclusione. Per non parlare dell’accelerazione successiva: condanna d’appello l’8 maggio 2013, condanna definitiva il 1° agosto 2013.

Ma torniamo all’Ingegnere. Nel giugno 1996 anche la sua condanna viene confermata in appello, però la pena cala a 4 anni e 6 mesi. Il processo si conclude nell’aprile 1998, otto anni dopo il rinvio a giudizio e addirittura 16 dopo il crac dell’Ambrosiano. Con una sorpresa: la Cassazione stabilisce che l’imputato debba essere prosciolto e che ogni precedente sentenza vada annullata perché contro di lui era «precluso l’esercizio dell’azione penale in relazione al reato di bancarotta fraudolenta», in quanto nel 1989 era già stato definitivamente prosciolto dalla corte d’appello e nessuno aveva fatto ricorso.

In definitiva De Benedetti è salvo grazie a una questione procedurale.

Anche in questo caso è curioso il parallelo con il Berlusconi della recente condanna per il caso Mediaset: perché nel maggio 2012 e nel marzo 2013 altri due collegi della stessa Cassazione che lo scorso agosto ha ritenuto colpevole l’ex premier lo avevano già assolto in due procedimenti paralleli per frode fiscale sui diritti tv Mediatrade, basati entrambi sulle stesse identiche prove d’accusa del caso Mediaset. Per lui il principio della «preclusione dell’azione penale» sullo stesso reato, insomma, non ha funzionato.

Allo stesso modo, De Benedetti esce indenne anche da Tangen- topoli. Nella primavera 1993 la Procura di Milano è intenzionata ad accusarlo di corruzione sulle commesse dell’Olivetti alle Poste. L’In- gegnere viene in qualche modo informato dell’indagine. Il 15 maggio si presenta «spontaneamente» ad Antonio Di Pietro e gli consegna un memoriale-confessione: ammette di avere pagato tangenti per oltre 10 miliardi di lire dal 1987 al 1991, allo scopo di vendere alle Poste alcune partite di telescriventi ormai rese obsolete dai telefax. Ma scarica ogni colpa sui dirigenti dell’azienda («Non mi sono mai occupato personalmente delle questioni soprariportate») e soprattutto si dice vittima, concusso dal sistema dei partiti.

Di Pietro, che ha già sbattuto in galera decine di imprenditori che hanno tentato la stessa facile via difensiva, per una volta accetta la spiegazione. «Negli ultimi 15 anni» dichiara l’Ingegnere uscito dall’interrogatorio «c’è stato un regime politico che ha prevaricato e taglieggiato l’economia. Grazie all’opera di pulizia fatta dai giudici è diventato possibile sconfiggere la tangentocrazia». Pochi giorni dopo, intervistato dall’Espresso, cambia le carte in tavola: «Fino a oggi sono l’unico presidente di un gruppo italiano che si sia assunto personalmente la responsabilità di un numero di casi circoscritti e limitati, e non di una prassi aziendale».

Strana storia davvero, quella delle tangenti Olivetti. A Roma, dove intanto le indagini vanno avanti, si scopre che hanno riguardato non solo le commesse delle Poste, ma anche quelle delle Ferrovie.

Nel primo caso l’azienda, dal 1989 al 1991, ha pagato ai dirigenti ministeriali e ai partiti una bustarella del 6 per cento sui 168 miliardi di lire incassati per una lunga serie di forniture: in totale 11 mila telescriventi e quasi 9 mila stampanti di cui non c’era praticamente bisogno (oltre 3 mila in quel momento sono ancora imballate).

Passano quindi sei mesi e alla fine di ottobre la Procura di Roma chiede l’arresto dell’Ingegnere: De Benedetti, irreperibile per 24 ore, il 2 novembre si fa interrogare dal pm Maria Cordova nella stanza dei colloqui del carcere di Regina Coeli. Fino a tarda sera anche con lei tenta di usare le giustificazioni adottate con Di Pietro. Non gli va altrettanto bene, soltanto per un soffio evita l’onta di una cella e in extremis riesce a ottenere gli arresti domiciliari nella sua bella casa romana di via di Monserrato. Quella settimana L’Espresso mette la notizia in copertina, sintetizzandola in quattro parole singolarmente ermetiche: «De Benedetti a Roma».

E La Repubblica? Scalfari inverte la prua del giornale, da due anni posseduto dall’Ingegnere e da tempo trasformatosi nel tetragono sostenitore di ogni minima attività giudiziaria di Mani pulite: «Questa volta» scrive «noi avvertiamo una vivissima preoccupazione, come cittadini, per il modo di procedere della Procura di Roma». Quindi conclude, un filo minaccioso: «Stiano con gli occhi ben aperti, i procuratori, perché il rischio che eseguano senza saperlo vendette su commissione incombe pesante sul loro operato».

Sulla doppia inchiesta si scatena una specie di sabba giornalistico. Il procuratore romano, Vittorio Mele, è il primo a farne le spese perché incautamente rivela a Scalfari di non essere stato «nemmeno informato dell’inchiesta» dal suo sostituto Cordova.

Intanto, com’è nella migliore tradizione debenedettiana, l’indagine s’inabissa e scompare per 10 lunghi anni.

Per l’esattezza fino al 25 febbraio 2003, quando riemerge dal nulla e l’indagato viene elegantemente prosciolto: il giudice Roberta Palmisano stabilisce che alcuni episodi contestati non costituiscono reato; altri, inevitabilmente, sono ormai prescritti.

Nel frattempo, il 16 settembre 1996, la Procura d’Ivrea ha acceso un faro sui bilanci della ormai disastrata Olivetti. Il pm Lorenzo Fornace iscrive nel registro degli indagati De Benedetti e il suo top management, con l’accusa di avere manipolato i conti. Il 17 la notizia esce a malapena su qualche giornale locale, dove si parla anche d’insider trading, poi scompare: perfino nella perenne memoria di internet non ce n’è più traccia. E anche questa è una delle tipiche caratteristiche delle vicende giudiziarie dell’Ingegnere: spariscono, svaniscono, evaporano come acqua nel deserto.

Oggi Fornace ricorda soltanto che «quel procedimento si è definito con una sentenza di patteggiamento il 14 ottobre 1999». La multa è poca cosa, circa 50 milioni di lire. Ma ovviamente anche quella sentenza viene revocata già quattro anni dopo, nel 2003. E perché? Perché dall’aprile 2002 il falso in bilancio non è più un reato. Per paradosso, proprio grazie al governo Berlusconi e a una delle cosiddette «leggi ad personam» che i giornali debenedettiani hanno più aspramente criticato.

Passano due anni e la finanza viene messa a rumore dalla notizia del secolo: il 28 luglio 2005 De Benedetti annuncia un’improvvisa, sorprendente alleanza con Berlusconi. L’operazione vuole trasformare la Cdb Web Tech, una delle società della galassia dell’Ingegnere, in un fondo salvaimprese che si chiamerà Management & capitali. Il 29 c’è anche un incontro pubblico tra i due, a Palazzo Chigi. Nel mese precedente il titolo della Cdb Web Tech ha messo a segno un sospetto aumento del 68 per cento; dopo l’annuncio cresce di un altro 33. Il 1° agosto, improvvisamente, De Benedetti vende oltre 1 milione di azioni e il Wall Street Journal calcola che incassi una plusvalenza di 3,5 milioni di euro. Poi, altrettanto improvvisa, si accende una polemica rovente sulle pagine della Repubblica, che rimprovera al suo editore la scelta, improvvida, di allearsi col nemico di sempre. Il 6 agosto, in una lettera al suo giornale, De Benedetti rivela di averci ripensato. Parla anche di speculazioni, ma riletta oggi la sua frase pare quasi uno sfottò. Scrive l’Ingegnere: «Avendo constatato i malintesi e soprattutto le speculazioni che si sono fatte sull’episodio, ribadisco il mio assoluto impegno a considerare come prioritario il mio ruolo di editore».

Faticosamente, la Consob apre un’indagine per insider trading. La chiude soltanto cinque anni più tardi, il 24 agosto 2010, multando complessivamente per 3,5 milioni di euro non l’Ingegnere, ma sua moglie Silvia Monti e tre parenti acquisiti: tutti sono accusati di «avere utilizzato abusivamente dal 13 al 28 luglio 2005 informazioni privilegiate», per acquistare titoli Cdb Web Tech e poi rivenderli con plusvalenze di varia entità dopo che la notizia fu di pubblico dominio. Solo uno di loro ha pagato la multa, gli altri hanno fatto ricorso, ora sono in Cassazione. Si vedrà come andrà a finire.

E Carlo De Benedetti? Lui, ancora una volta, ne esce senza colpo ferire. Con un patteggiamento e con il pagamento di 130 mila euro, infine, il 22 gennaio 2009 si conclude a Milano un’inchiesta aperta quattro anni prima dal pubblico ministero Alfredo Robledo, che ha indagato l’Ingegnere per evasione dell’Iva su alcuni gioielli acquistati a Sankt Moritz (un valore complessivo di 600 mila euro) e importati in Italia sul suo aereo privato: è finora l’unica macchia sull’immagine del finanziere. All’imputato va comunque bene, perché almeno viene assolto dall’accusa di contrabbando. De Benedetti peraltro non si esime dal protestare contro quel processo indebito in quanto, spiega, lui non ha mai avuto «l’intenzione di frodare l’Iva».

Perché in democrazia, si sa, le sentenze non si devono mai criticare. I processi alle intenzioni, invece...

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