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Militari russi a Mariupol il 12 aprile 2022. Nel riquadro, il giornalista Franco Venturini (Ansa).
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Dal Mondo

Un primo passo per la pace in Ucraina

L'ambasciatore Umberto Vattani ricorda l'ammonimento del giornalista del Corriere della sera Franco Venturini, scomparso un mese fa.

Un mese fa scompariva Franco Venturini, uno dei più autorevoli commentatori di politica estera, e per anni corrispondente da Mosca del Corriere della Sera. Il Corriere lo ha definito in un suo comunicato «il principe dei commentatori». Franco ci ha lasciato, oltre al ricordo di una grande amicizia, un importante legato: l’imperativo di analizzare la situazione internazionale senza preconcetti e con il dovuto distacco per non perdere di vista l’individuazione di possibili vie d’uscita dalle crisi.

Ho davanti a me un articolo a sua firma apparso sul Corriere della Sera del 5 dicembre 2021, intitolato «Giochi pericolosi su Kiev. Dovremo forse morire per Kiev, come i nostri padri morirono per Danzica?» Dopo aver attirato l’attenzione sulla «partita a scacchi tra grandi potenze in atto sulla pelle dell’Ucraina che poteva sfuggire al controllo dei giocatori», Venturini ricordava le posizioni dei due leader.

L’America di Biden rimproverava alla Russia di Vladimir Putin di aver portato 90.000 uomini in assetto di combattimento a ridosso del confine orientale ucraino. Putin a sua volta accusava Washington di aver compiuto in novembre una esercitazione aerea di attacco nucleare alla Russia e ammoniva l’Occidente a non superare le «linee rosse» di Mosca che non avrebbe mai accettato l’ingresso dell’Ucraina nella Nato.

Già a dicembre dell’anno scorso, egli osservava preoccupato «dalla fine della Guerra fredda più di trent’anni fa, l’America e la Russia non sono mai state tanto vicino al burrone dello scontro diretto» e ammoniva: «Occorre raffreddare l’escalation prima che sia troppo tardi, in un’Europa…che rischia di tornare ad essere, come sempre è accaduto nelle grandi tragedie della storia, campo di battaglia». Purtroppo, le sue parole non sono state ascoltate.

Cosa fare oggi? Al momento attuale non sembrano esserci molti incentivi da parte americana per impegnarsi in una iniziativa diplomatica. Certo l’invasione dell’Ucraina ha ricompattato i Paesi europei, ha rivitalizzato la Nato e queste circostanze da sole non possono che indebolire Putin. Il mercato delle armi di grande rilievo economico in America non potrà non ricavarne un beneficio, soprattutto nel breve periodo.

Neppure la Russia di Putin, al punto in cui sono arrivate le operazioni militari, può avere interesse a una ripresa dei negoziati. Almeno finché non avrà raggiunto i suoi obiettivi nella regione del Donbass e nella striscia di territorio ucraino che si affaccia sul Mar Nero. Certamente un avvio serio di trattative dovrebbe provenire dall’Ucraina, la cui popolazione subisce giorno dopo giorno indicibili sofferenze e il cui territorio a Ovest e a Sud sta diventando un «no man’s land». Del resto, Volodymyr Zelensky, dimostrando qualità di realismo, aveva dichiarato pochi giorni dopo l’aggressione, che Kiev avrebbe perseguito l’obiettivo dell’ingresso nell’Ue, ma era pronta a rinunciare all’adesione all’Alleanza Atlantica. Questi propositi apparivano accettabili al Cremlino.

Analogamente dovrebbe essere manifestato un interesse a far cessare il conflitto da parte dei Paesi europei per l’esigenza morale di impedire anzitutto la prosecuzione delle sofferenze umane, materiali ed economiche del popolo ucraino. Inoltre, va tenuto presente che il teatro di svolgimento della guerra è il continente europeo ed è quindi su di esso che si corrono rischi di ulteriori escalation dall’esito imprevisto. Non sono poi da dimenticare le sicure, pesanti conseguenze di recessione economica che deriveranno dal protrarsi della situazione bellica.

Nonostante i martellanti servizi dei media l’opinione pubblica sembra sempre meno convinta che non vi siano alternative alla guerra. Ma come procedere? Iniziative diplomatiche convincenti non sono certo i viaggi mediatici ai quali abbiamo assistito. Occorrerebbe aprire canali di comunicazione riservati e avviare un dialogo serrato e senza sosta: un’azione di mediazione per essere efficace deve essere accuratamente preparata.

Ora, vista la problematicità di una azione di tutta l’Ue (vedasi le posizioni estreme come quelle dei Baltici e della Polonia nei riguardi della Russia) si potrebbe immaginare un’iniziativa congiunta dei tre maggiori Paesi che ricoprono importanti responsabilità nell’Ue e nella Nato, ma anche nel Consiglio di Sicurezza, nel G7 e G20: Francia, Germania, Italia. Questa iniziativa potrebbe saldarsi con l’attività di mediazione già portata avanti dalla Turchia, importante attore del quadrante europeo e membro della Nato.

L’apertura di una conferenza sarebbe un primo passo, cioè la predisposizione di un tavolo, lontano dai riflettori, intorno al quale costringere le due parti interessate a sedersi. La presenza dei tre mediatori dovrebbe agevolare il raggiungimento di una intesa suscettibile di essere presentata, da parte dell’uno e dell’altro contendente, come un esito soddisfacente.

È chiaro che una iniziativa di questo tipo, data l’autorevolezza dei proponenti, potrebbe essere valutata come un processo praticabile anche da parte americana per verificare le reali intenzioni della Russia di addivenire a una soluzione per un assetto stabile dell’Est europeo. Né Zelensky Putin possono immaginare di uscire da questa guerra con una vittoria su tutta la linea.

In politica quasi sempre l’alternativa è tra una soluzione non del tutto soddisfacente e una soluzione catastrofica. Come ha fatto notare uno storico russo, Andrey Kortunov, più a lungo il conflitto andrà avanti, più i costi aumenteranno e sempre di più ci avvicineremo a una possibile catastrofe. Per questo motivo, tra un’opzione cattiva e un’opzione disastrosa, è meglio scegliere la prima.

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