xi jinping
(Ansa)
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Il sesto plenum del Pcc consolida il potere sconfinato di Xi Jinping

Pronta una risoluzione sulla storia del partito, mentre Xi si avvia a inaugurare un terzo mandato l'anno prossimo

E' iniziato oggi il senso plenum del Partito comunista cinese. Stando a quanto si apprende, il consesso presenterà una risoluzione sulla storia del partito: si tratta delle terza volta che avviene una cosa del genere. La prima si ebbe con Mao Zedong nel 1945, la seconda con Deng Xiaoping nel 1981. "La risoluzione del 1945 ha affermato la leadership di Mao nel Pcc, e la risoluzione del 1981 riguardava il superamento del caos distruttivo decennale della Rivoluzione Culturale, creata da Mao", ha dichiarato al Guardian Dali Yang, un esperto di Cina presso l'Università di Chicago. "La risoluzione di quest'anno starà da qualche parte nel mezzo: il passato del partito e il futuro di Xi", ha aggiunto. Secondo quanto riferito dal Global Times (organo del Partito comunista cinese), "il documento è impostato per guardare indietro agli eventi chiave nei cento anni di storia del partito, rafforzare l'unità tra il partito e rafforzare l'autorità e la leadership del Comitato centrale del Pcc con Xi al suo centro, nonché per determinare la direzione del partito per i prossimi decenni".

Ricordiamo del resto che proprio quest'anno sia stato celebrato il centenario della nascita del partito: il che conferisce a questa risoluzione un significato ancora più forte. Tuttavia il tema delle rievocazioni storiche va ben oltre il mero simbolismo. In primo luogo, il regime cinese mira a un compattamento interno anche per far fronte ai problemi che si sta trovando ad affrontare (a partire dalla crisi energetica). In secondo luogo, è chiaro che questa mossa sia finalizzata a consolidare il potere di Xi Jinping, che –con ogni probabilità– otterrà l'anno prossimo un inedito terzo mandato presidenziale: uno scenario apertosi nel 2018, quando il presidente riuscì ad abolire il limite dei due mandati (che era stato introdotto nel 1982). Non è d'altronde un mistero che Xi abbia ripreso in questi anni svariati elementi del maoismo: tanto che, durante la cerimonia per i cent'anni del partito a luglio, si presentò indossando la divisa grigia tipica del "Grande Timoniere".

Questo sesto plenum si incaricherà dunque di rendere la figura di Xi ancora più centrale nel sistema politico cinese, conferendogli un potere che si sta progressivamente ampliando. Un discorso, questo, che non vale soltanto in termini di rapporti di forza in seno al partito. Nel corso di questi anni, abbiamo infatti assistito alla repressione degli uiguri nello Xinjiang, alla distruzione della libertà ad Hong Kong e a un significativo aumento della tensione su Taiwan. Tutto questo, senza dimenticare la Belt and Road Initiative: progetto infrastrutturale con cui Pechino sta notevolmente incrementando la proprio influenza politica su ampie aree del globo.

In un certo senso, la leadership di Xi ha messo definitivamente in chiaro come l'auspicio di Bill Clinton si sia rivelato del tutto inconsistente: era il marzo del 2000, quando l'allora presidente americano sostenne infatti che l'ingresso del Dragone nel WTO avrebbe favorito una riforma del sistema cinese in senso liberale. Oggi sappiamo che non è così. Non solo la Repubblica Popolare porta avanti politiche commerciali aggressive e scorrette, ma –come abbiamo visto– detiene un'agenda geopolitica controversa e si macchia di violazione dei diritti umani. Senza poi trascurare il problematico peso che riveste in seno alle Nazioni Unite (a partire dall'Organizzazione mondiale della sanità). E il sesto plenum, iniziato oggi, non sembra promettere mutamenti positivi per il futuro. Anzi, tutt'altro. Sarebbe forse il caso che quegli esponenti politici italiani un po' troppo morbidi con Pechino ne tenessero conto.

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