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(Ansa)
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Dal Mondo

Con la morte della Regina Elisabetta gli inglesi rischiano ansia e depressione

Da 70 anni Elisabetta era un punto di riferimento per tutta la società, una roccia che oggi viene a mancare

“La roccia su cui la moderna Gran Bretagna è stata costruita” è crollata. “The rock”, immagine fortissima e simbolica, il termine usato dal primo ministro Liz Truss nel discorso più difficile della storia, non poteva essere più evocativo. La morte, dopo 70 anni di regno, di Queen Elizabeth II, segna per il suo popolo un punto di non ritorno: senza le fondamenta, tutto crolla.

In una Londra sferzata dalla pioggia, i sudditi di Sua Maestà, non ancora del tutto pronti a questa notizia nonostante i 96 anni della regina e il suo aspetto sempre più fragile e sofferente –fino all’ultima foto con Truss risalente ad appena tre giorni addietro, molto dimagrita, le mani livide non coperte dai guanti- si trovano ora a fare i conti con uno dei periodi più difficili della loro storia.

Fosse solo perché la stragrande maggioranza degli inglesi, e cioè tutti gli under 70, non ha mai avuto altro re (o regina) al di fuori di Elizabeth, e ora è come se l’intera nazione abbia perso la nonna.

Una persona di famiglia, perché The Queen, seppur fisicamente quasi irraggiungibile, ha saputo entrare per 7 decadi nelle case di tutti: principessa e regina della comunicazione, è stata al fianco del suo popolo dai microfoni della BBC, da ragazzina sotto le bombe della seconda guerra mondiale e da nonna nei momenti più difficili della pandemia. “We we’ll meet again”, ci incontreremo ancora, disse il 5 aprile 2020 mentre il mondo era in lockdown.

ANSIA E DEPRESSIONE: RISCHI PER I BRITANNICI

Quali saranno dunque, adesso, le ripercussioni psicologici e sociali sul suo popolo? In un Regno segnato profondamente dalla Brexit (alla quale la regina si era mostrata contraria con mille segnali, pur dovendo rimanere neutrale), dalla pandemia, dalla crisi economica, dalla guerra e dal frettoloso passaggio di consegne tra Boris Johnson e Liz Truss?

“Quando viene meno un’icona leggendaria come Queen Elizabeth” spiega Umberto Longoni, sociologo, psicologo e autore di numerosi saggi “è inevitabile che si verifichino forti ripercussioni sociali, psicologiche e anche economiche. In questo momento per il popolo inglese è crollata una sicurezza, sono finite le certezze e molto di quanto accadrà dipenderà da come re Charles III saprà fronteggiare la situazione. Non credo che al momento possa dare la stessa idea di sicurezza e solidità della madre. La regina Elizabeth II sembrava immortale agli occhi della sua gente: ieri è quindi finita l’illusione di un sempre, l’idea di infinito che le persone coltivano, illusoriamente. Questo può portare a una sorta di depressione latente, corale, che non si sa come impatterà sulla psicologia del popolo britannico”.

Non si avranno mai, probabilmente, certezze o ricerche in questo ambito, ma è quindi possibile possano aumentare ansia e depressione, non tanto per la disperazione legata alla morte della regina ma proprio per il crollo di un’idea, soprattutto in persone già provate dagli avvenimenti tragici degli ultimi anni.

DA REGINA A ICONA

Ma al riguardo, proprio il simbolismo, il protocollo e la trasformazione in icona potrebbero dare una mano, psicologicamente, ai sudditi di Sua Maestà: “Nonostante la morte della regina rappresenti comunque una grande perdita” spiega Giuseppe Pantaleo, professore ordinario di psicologia sociale e direttore di UniSR-Social.Lab, il laboratorio di Psicologia Sociale dell'Università Vita-Salute San Raffaele “proprio le parole di Truss ci restituiscono una strategia ben precisa. La premier ha voluto proiettare la regina nel mondo dei simboli: perché è vero che Elizabeth II non c’è più fisicamente, e ora c’è re Charles III, ma proprio perché la regina non è più materialmente con il suo popolo, il suo valore simbolico è accresciuto. Se quindi c’era e c’è molto di positivo in questa figura, sia a livello umano che istituzionale, adesso ce ne sarà ancora di più: sarà quasi un’immagine sacra, e gli inglesi in questo modo continueranno ad avere quel punto di riferimento e a percepirlo addirittura come più forte e inamovibile”.

LA CONTINUITA’ CON RE CARLO III

Segnali molto chiari, dunque, e un ponte verso il futuro lanciato dalla nuova premier, appena insediatasi, con il riferimento finale nel suo discorso al nuovo re e a quel “God save the King” al quale nessuno mai è stato abituato, dato che per 70 anni l’inno è stato incentrato sulla figura femminile di “The Queen”: “Credo che l’intento delle istituzioni britanniche” continua Pantaleo “sia proprio quello di insistere sulla continuità con Re Charles: i britannici devono trovarsi uniti e riuniti in questo momento. Il protocollo serve proprio a questo scopo, e i funerali che dureranno ben dieci giorni sono pensati per dare modo che vengano svolti una serie di riti di passaggio che per noi umani sono fondamentali. La regina è stata la roccia, ora il mondo andrà avanti con il re, per preservare l’identità del suo popolo e dei popoli che vi si relazionano. Identità e simboli sono i termini centrali di questa narrazione”.

Ma c’è anche un’altra questione sottilmente sociologica, che lega la regina ormai defunta al suo popolo e che secondo diversi studiosi ha influito fortemente sulla tanto –ora- sbandierata parità di genere. Il fatto di avere avuto per 70 anni una regina ha permesso una diversa “normalità” e consuetudine sull’ascesa delle donne anche al ruolo di Prime Minister: ricordiamo che durante il regno di Elizabeth II sono state tre le donne a Downing Street, e cioè Margaret Thatcher, Theresa May e ora Liz Truss.

LE DONNE AL POTERE

Le cose cambieranno, con tre re (Charles, William e George) che da qui ai prossimi decenni si alterneranno sul trono? “Questa è una questione molto interessante” spiega ancora Longoni “Intanto c’è da dire che le ragazze e le bambine di oggi non vedranno mai più una regina sul trono, e questo le priva di un sogno. Ma ovviamente questo dato di fatto porta anche conseguenze più pratiche. Infatti, se durante il regno di Elizabeth ci sono state tre donne nel ruolo di primo ministro, è stato probabilmente anche perché il fatto di avere una regina rendeva più normale avere donne in altri ruoli di grande importanza: possiamo semplificare dicendo che c’era un canale aperto, una priorità femminile a cariche così importante. E meno male, oserei dire. Speriamo si continui su questa strada. Servirebbe anche nel nostro Paese”.

L’ERA POST-LADY DIANA

E dal punto di vista psicologico e psicosociale, un’altra indubbia “vittoria” dello stile “The Queen” è sicuramente stato il sapersi riprendere l’amore, il rispetto e la considerazione dei sudditi dopo gli anni difficilissimi seguiti alla tragica morte di lady Diana: anni in cui la regina era apparsa distaccata e poco sensibile nei riguardi di una principessa molto amata. Eppure, da quel periodo buio che aveva addirittura messo in forse la stessa esistenza futura della monarchia, Elizabeth era uscita, se possibile, anche rafforzata: “E’ proprio così” conclude Pantaleo “Con la costanza e la coerenza la regina ha fatto “dimenticare” gli errori del passato, soprattutto, appunto, gli anni di Diana. Ha lavorato sottotraccia, e ora noi se pensiamo alla regina pensiamo al sorriso, a una persona che si muove con grazia e delicatezza, pur essendo molto ferma nelle sue decisioni e convinzioni. La costanza di questa immagine che si ripete ha fatto sì che il popolo dimenticasse episodi molto divisivi e tragici, perché il tempo cura tutte le ferite. È chiaro che, ricordando quegli episodi, si creerebbe anche oggi una divisione, e si darebbe vita a un tumulto emotivo. Che però verrebbe ricomposto, penso, ancora a favore della regina: perché in questo momento storico i britannici -in primis- ma anche noi europei in senso ampio abbiamo bisogno, ancora, di raccontarci che il mondo ha un suo ordine intrinseco e che le cose vanno avanti comunque”.

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