Joseph Biden (Ansa)
Dal Mondo

Le incoerenze di Biden sull'economia

Il piano «Made in all of America» del candidato dem contraddice le sue storiche posizioni su globalizzazione e Cina

Quanto è credibile Joe Biden sull’economia? Giovedì scorso, il candidato democratico in pectore ha presentato un ambizioso piano per la ripresa economica. L’idea è quella di investire 400 miliardi di dollari per stimolare l’acquisto di prodotti americani da parte del governo federale (Buy American), ricorrendo ad ulteriori 300 miliardi da impiegare in ricerca e sviluppo di nuove tecnologie (Innovate in America). Secondo il piano, bisognerebbe «resistere agli abusi del governo cinese, insistere sul commercio equo ed estendere le opportunità a tutti gli americani, molti dei prodotti che vengono realizzati all'estero potrebbero essere realizzati [negli Stati Uniti] oggi». Nel suo programma, Biden attacca duramente Donald Trump, dichiarando che l’attuale presidente «non ha fatto quasi nulla per frenare gli abusi commerciali del governo cinese che hanno danneggiato i lavoratori statunitensi». Il piano economico del candidato democratico era atteso. Anche perché, in questa campagna elettorale, l’economia ha sempre rappresentato il vero punto debole per Biden. Ed era quindi naturale che dovesse celermente pronunciarsi su questo fronte, per cercare di colpire dove Trump sembra più forte: non dimentichiamo infatti che – nonostante le difficoltà – i dati sull’occupazione di maggio e giugno siano stati ampiamente positivi e che – in molti sondaggi – l’attuale presidente venga preferito a Biden sulla gestione dei dossier economici. Con questo suo piano, il candidato democratico sfida quindi Trump «in casa». Il punto è tuttavia capire quanto le sue proposte possano definirsi effettivamente coerenti.

L’entourage dell’inquilino della Casa Bianca ha prontamente accusato di plagio l’ex vicepresidente, sostenendo che avrebbe nei fatti copiato la linea economica di Trump. Ora, che ci sia una fortissima somiglianza, è senz’altro vero. Ma il punto non è questo. La vera domanda a cui rispondere è: alla luce della sua storia politica, è autenticamente credibile Biden con questo piano economico? Probabilmente non troppo. In primo luogo, l’ex vicepresidente si è appropriato di uno storico cavallo di battaglia di Trump ai tempi della campagna elettorale del 2016: la difesa del «commercio equo» contro il dogma del «libero commercio». All’epoca, quando Trump avanzò quest’idea, fu da più parti accusato di essere un protezionista, vista la sua serrata critica ad alcuni trattati internazionali di libero scambio: trattati che – secondo l’allora candidato repubblicano – erano stati mal negoziati dalle amministrazioni precedenti. Una critica che vide, tra l’altro, Trump dalla stessa parte del senatore socialista, Bernie Sanders. Nel 2016, entrambi attaccarono a testa bassa il North America Free Trade Agreement (intesa commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico), da più parti accusata – non senza fondamento – di aver favorito la delocalizzazione della produzione industriale, con conseguenti effetti negativi sui posti di lavoro americani. Fu del resto esattamente in questo senso che, quell’anno, Trump e Sanders criticarono ferocemente anche la Trans Pacific Partnership (trattato di libero scambio tra Washington e altri undici Paesi del Pacifico). Ed è allora qui che si pone il problema della coerenza di Biden: un Biden che, da senatore del Delaware, votò a favore del North America Free Trade Agreement nel 1993 e che, da vicepresidente, appoggiò la firma della Trans Pacific Partnership nel 2016. Cambiare idea è legittimo, così come è comprensibile cercare di seguire il vento in campagna elettorale. Resta però difficile che uno storico fautore della globalizzazione come Biden possa oggi credibilmente presentarsi come il guaritore delle storture che quella stessa globalizzazione ha prodotto.

Sotto questo aspetto, la questione riguarda anche il rapporto con la Cina. Molti hanno sottolineato che, nel suo programma economico, il candidato democratico abbia assunto una posizione particolarmente dura verso Pechino. Del resto, lo abbiamo visto: ha accusato Trump di non aver fatto abbastanza per bloccare gli «abusi commerciali del governo cinese». Ora, che la guerra tariffaria dell’attuale presidente sia al momento finita in un limbo a causa del coronavirus, è vero. Così come è vero che non sia ancora ben chiaro se l’intesa commerciale parziale, raggiunta a gennaio scorso tra Washington e la Repubblica Popolare, darà i suoi frutti. Che Biden venga oggi tuttavia a proporsi come il paladino dei lavoratori americani contro gli abusi commerciali del Dragone, lascia un poco perplessi. A maggio del 2019, durante un evento elettorale in Iowa, l’ex vicepresidente sostenne che la Cina non costituisse un vero pericolo commerciale per gli Stati Uniti. Affermazione che gli attirò le aspre critiche della sinistra democratica (a partire da Sanders): critiche che lo costrinsero a fare presto marcia indietro. E attenzione: perché non si tratta di una presa di posizione estemporanea. Da senatore del Delaware, Biden appoggiò la politica dell’allora presidente democratico Bill Clinton, volta a coinvolgere Pechino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Fu in quest’ottica che – nel 2000 – Biden votò per estendere le permanent normal trade relations alla Cina: un passaggio fondamentale per favorire il successivo ingresso della Repubblica Popolare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (ingresso che sarebbe avvenuto nel dicembre del 2001). Ebbene, fu proprio la globalizzazione clintoniana della cosiddetta Chinamerica a far sì che molte aziende statunitensi delocalizzassero in Cina la propria produzione. Ed è all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che Pechino ha potuto usufruire di quelle tutele che le hanno nei fatti consentito di perseguire politiche commerciali scorrette verso gli Stati Uniti. Lascia in tal senso sorpresi il fatto che, nel suo piano economico, Biden sostenga: «Nel negoziare con il governo cinese, Trump ha speso più energia combattendo per le grandi corporation di quanto non abbia combattuto per i lavoratori americani». Peccato che a far felici le grandi corporation siano stati proprio coloro che hanno spinto per l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Pertanto, quando Biden oggi dice di voler contrastare la Cina e riportare i posti di lavoro americani in patria, sta nei fatti tacitamente sconfessando quella che fu la sua linea politica da senatore del Delaware.

Perché alla fine è proprio questo il problema. Un’eventuale presidenza Biden finirebbe prevedibilmente col rispolverare un approccio «clintoniano» alla Cina. Un approccio che non soltanto, con il tempo, ha creato danni strutturali all’economia americana, ma che non ha neanche sortito significativi effetti sul fronte politico. Nel marzo del 2000, Bill Clinton – da sempre attento alla questione dei diritti umani – affermò che l’adesione cinese all’Organizzazione Mondiale del Commercio avrebbe spinto gradualmente il sistema politico della Repubblica Popolare verso riforme di stampo liberale. Una previsione che soprattutto l’ascesa al potere di Xi Jinping nel 2013 si è incaricata seccamente di smentire. La ricetta clintoniana di combinare l’enfasi sui diritti umani con l’approccio soft sul piano commerciale ha fallito miseramente. E, nel momento in cui riuscisse a conquistare la Casa Bianca a novembre, Biden commetterebbe probabilmente di nuovo quell’errore. Perché, alla fine, è l’establishment del Partito Democratico a sposare ancora quella linea. È vero: i democratici hanno spesso criticato Pechino sul dossier Hong Kong e – lo scorso marzo – hanno votato a favore di una risoluzione bipartisan alla Camera per condannare la gestione opaca della pandemia da parte della Repubblica Popolare. Quando però si è trattato di passare alle questioni di fatto, le alte sfere dell’asinello non si sono mostrate granché agguerrite. In primo luogo, l’establishment democratico non è mai stato chiaro sulla possibilità di proseguire la linea dura di Trump in materia tariffaria. Nel suo piano Biden si limita genericamente a citare «misure commerciali aggressive», mentre è cosa nota che la sinistra dem (a partire da Sanders) abbia spesso sposato sui dazi idee non poi così dissimili da quelle dell’attuale presidente. In secondo luogo, è pur vero che Biden invochi uno «sforzo coordinato dei nostri alleati per fare pressione sul governo cinese»: il problema è che alcuni di quegli alleati a cui l’ex vicepresidente fa riferimento si stanno avvicinando da tempo sempre di più a Pechino (si pensi solo a molti Paesi dell’Unione europea). Del resto, quando poche settimane fa ha proposto di allargare il formato G7 a Paesi ostili verso la Repubblica Popolare (come India, Australia e Corea del Sud), Trump ha incassato il netto rifiuto di Berlino e Bruxelles. In terzo luogo, quando l’attuale presidente americano ha recentemente deciso di abbandonare l’Organizzazione Mondiale della Sanità, accusandola – non senza qualche evidenza – di essere troppo «incentrata sulla Cina», i democratici non lo hanno seguito e – anzi – lo hanno duramente criticato.

Insomma, nonostante una retorica roboante sui diritti umani, le alte sfere dell’asinello sul piano concreto non sembrano troppo intenzionate ad assumere una posizione autenticamente battagliera nei confronti della Cina. E lo stesso Biden riscontra, sotto questo aspetto, profondi problemi di coerenza: problemi che potrebbero costargli caro soprattutto con la frangia più a sinistra del suo stesso elettorato. Del resto, anche Hillary Clinton – pur di espugnare la Rust Belt – si spinse a rinnegare buona parte del proprio passato politico nel 2016. Ma oggi sappiamo che, così facendo, non è andata molto lontano.

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