Joe Biden
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Il crollo di Joe Biden

Il discorso alla nazione del presidente dopo l'attentato a Kabul ed i marines uccisi esemplifica tutti i limiti strutturali della sua gestione del dossier afghano

Se ti mostri debole, te la faranno pagare. È a questo elementare principio che, sul dossier afghano, Joe Biden ha pericolosamente derogato, innescando una spirale di caos, culminata con i sanguinosi attentati islamisti di ieri. Attentati che hanno spinto il presidente americano a tenere un nuovo discorso alla nazione. Il suo discorso più drammatico, secondo molti. Biden è apparso fortemente provato, pallido, con la voce rotta dal pianto. Affaticato e duramente investito dalla tragedia di Kabul. "Le vite che abbiamo perso oggi erano vite date al servizio della libertà, al servizio della sicurezza, al servizio degli altri, al servizio dell'America", ha dichiarato il presidente.

Il punto è che, al di là della sacrosanta celebrazione delle vittime, il discorso di ieri ha esemplificato drammaticamente le ragioni strutturali della disfatta americana in Afghanistan. Il rocambolesco ritiro, organizzato in maniera assurdamente dilettantesca, ha generato una situazione di caos, in cui i miliziani dell'Isis sono riusciti ad inserirsi e a compiere i loro sanguinosi attacchi. Un caos che, in questi ultimi giorni, è stato aggravato dallo stato di profonda debolezza che la Casa Bianca ha lasciato trasparire. Prima c'è stato il discorso del 16 agosto, in cui Biden ha con fare surreale giustificato il ritiro, dichiarando che l'obiettivo del conflitto afghano non fosse quello del nation building: un'affermazione smentita dai fatti e gravemente offensiva nei confronti degli alleati europei. Poi abbiamo assistito al parapiglia nella stessa amministrazione americana, con un indecoroso scaricabarile tra i servizi segreti e il Pentagono, mentre è emerso che l'ambasciata di Kabul avesse avvertito già a metà luglio il segretario di Stato, Tony Blinken, di un imminente collasso del governo afghano. Infine, si è consumato il progressivo deteriorarsi delle relazioni transatlantiche, con un Biden che – sotto esplicita minaccia dei talebani – non ne ha voluto sapere di prorogare il ritiro oltre la deadline del 31 agosto. Una scelta che ha appunto irritato fortemente le capitali europee e che era stata giustificata per mettere in sicurezza i soldati americani presenti a Kabul. Una messa in sicurezza che la giornata di ieri ha tuttavia tragicamente sconfessato.

Se ti mostri debole, te la faranno pagare. Ed un'estrema debolezza ha per l'appunto manifestato la Casa Bianca in tutte queste occasioni. Una debolezza che non è servita soltanto a ingrassare la propaganda dei talebani (e dei loro alleati), ma anche a spronare i jihadisti dell'Isis all'azione. Una debolezza emersa, in tutta la sua evidenza, proprio nel discorso che il presidente ha tenuto ieri. È pur vero che Biden abbia promesso delle ritorsioni, dichiarando: "A coloro che hanno compiuto questo attacco, così come a chiunque voglia far del male all'America, sappiate questo: non perdoneremo. Non dimenticheremo. Vi daremo la caccia e ve la faremo pagare. Difenderò i nostri interessi e il nostro popolo con ogni misura a mia disposizione". Eppure, al di là delle parole, non è chiaro con quale credibilità il presidente speri di passare, sotto questo punto di vista, ai fatti concreti. Perché, nel complessivo caos della crisi afghana, da parte sua è sempre mancato quello che avrebbe dovuto essere l'elemento più importante: l'esercizio della deterrenza nei confronti dei nemici. Di tutti i nemici. Quella che invece è alla fine apparsa, al di là del disastro operativo delle evacuazioni, è stata una resa incondizionata. Una disordinata fuga a ogni costo. E adesso se ne cominciano a vedere le tristi conseguenze.

Se ti mostri debole, te la faranno pagare. E gli Stati Uniti, in un momento tanto drammatico della loro storia, non potevano permettersi un comandante in capo che, parlando al popolo, apparisse snervato e piangente. Nei momenti di forte difficoltà, la nazione non ha bisogno di presidenti empatici. Non ha bisogno di presidenti che non riescano a trattenere la (pur di per sé naturale) commozione. Ha bisogno di presidenti energici, che prendano in mano le redini della politica e delle forze militari. Di presidenti che riconoscano, sì, i problemi in atto. Ma che trasmettano anche la capacità, la grinta e l'insaziabile desiderio di risolverli: costi quel che costi. E questo non ha a che fare soltanto con le parole o con la comunicazione. Ma anche – se non soprattutto – con i fatti. Bush non versò una lacrima quando parlò alla nazione l'11 settembre. Trump reagì implacabilmente agli attacchi contro l'ambasciata americana di Baghdad avvenuti alla fine del 2019. Reagan, pur affranto, parlò con vigore subito dopo l'attentato di Beirut del 1983. No: non è di un anziano e stanco presidente ciò di cui l'America ha oggi bisogno. Né – va detto – di una classe dirigente che, non senza vergogna, scarica direttamente sulle sue fragili spalle il proprio conclamato fallimento. Perché la politica – quella vera – non è slogan, comunicazione social, inoffensive battaglie politically correct e ostentazione della fragilità a favor di telecamera. La leadership richiede fermezza: una fermezza che funzioni come rassicurazione agli amici e monito severo ai nemici. Perché se ti mostri debole, te la faranno pagare. E, a causa della debolezza di Biden, gli Stati Uniti stanno pagando oggi un prezzo altissimo.

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