repubblica ceca elezioni guerra ucraina russia alleanze europa
(Getty Images)
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Dal Mondo

Il futuro della Repubblica ceca all'insegna di Pavel e dell'Ucraina

Domenica prossima il ballottaggio per la presidenza che dovrebbe premiare la linea dell'ex generale amato dai giovani e forte sostenitore di Kiev

Qui a Praga c’è un modo di dire, «gettare il fucile nella segale», che corrisponde un po’ al nostro «gettare la spugna». È ciò che l’entourage del miliardario populista Andrej Babis teme per il proprio candidato, in vista del ballottaggio per la presidenza ceca del 27-28 gennaio.

Secondo gli ultimi sondaggi prima del secondo e decisivo turno per conquistare il Castello di Praga (dove ha sede la presidenza), il generale in pensione Petr Pavel è infatti in forte vantaggio sull’ex premier ceco. Colui che viene considerato «l’uomo nuovo» della Repubblica Ceca, ha infatti già vinto (anche se di stretta misura) il primo turno lo scorso 13-14 gennaio, agganciando l’avversario a quota 34% e oltre. Oggi, però, il suo vantaggio pare ampliarsi. Almeno a giudicare dalla gran folla che si assiepa a ogni suo comizio, non solo nella capitale. L’ultimo dei quali, improvvisato da un predellino di berlusconiana memoria, è diventato virale sui social grazie ai suoi giovani supporter, che hanno reso i video di Pavel famosi in tutto il Paese e il suo volto sempre più conosciuto.

Chioma bianca come la neve che qui scende copiosa e barba scolpita ad arte su mascelle volitive, il suo volto è ormai onnipresente: nella cartellonistica, nei telegiornali e appunto nei social media. Ma la cosa più importante è che la sua eventuale vittoria non va letta solo in chiave interna, ma rappresenta un chiaro messaggio rivolto a Mosca da parte dell’Unione Europea e, in particolare, degli ex Paesi satellite dell’Urss: «Noi siamo con Kiev, sino alla fine».

Capo di Stato maggiore dell’esercito in pensione ed ex presidente del Comando militare della Nato, la posizione sul conflitto ucraino di Petr Pavel non potrebbe essere più vicina a quella dei colleghi finlandesi, estoni, lituani, lettoni, polacchi e rumeni. E, anche per questo, la sua candidatura è stata appoggiata e sostenuta da ben quattro degli altri sette candidati presidenziali eliminati, tra cui Danuse Nerudova, Pavel Fischer, Marek Hilšer e Josef Stredula. Nessuno ha invece appoggiato il suo avversario.

Anche se Andrej Babis può ancora contare su una base storica che si concentra nelle aree rurali del Paese, la capitale Praga e le altre città sono ormai un feudo conquistato dal generale. Pavel è stato aiutato inoltre da un’enorme gaffe di Babis, avvenuta in un dibattito alla TV ceca lo scorso 22 gennaio, quando il conduttore gli ha chiesto più volte se avrebbe inviato truppe ceche per difendere la Polonia o gli Stati baltici in caso di invasione russa. Babis ha risposto che non lo avrebbe fatto: «Voglio la pace, non voglio la guerra. Non manderei mai i nostri figli e i figli delle nostre donne in guerra», e la cosa ha scontentato tutti (tranne Mosca, ovviamente).

Da qui le accuse di essere un filorusso, anche in ragione del suo passato: entrambi i candidati alla presidenza ceca hanno in realtà un passato comunista, su cui Mosca ha provato a fare leva. Sia Pavel che Babis, infatti, sono stati membri del Partito comunista cecoslovacco fino al 1989, ma Babis è stato registrato anche come informatore della polizia segreta StB. Un fatto che non è passato sotto silenzio e che ora mina la sua credibilità di «indipendente», nonostante le televisioni che possiede abbiano tentato in ogni modo di divulgare le sue scuse e presentarlo come onesto difensore degli interessi del popolo ceco.

La posizione del generale Nato, invece, è oltremodo chiara. Commentando l’intervento pubblico di Babis, Pavel ha affermato: «Con la sua dichiarazione che non invierebbe di certo i nostri soldati in Polonia o nei Paesi baltici se venissero attaccati, Babis ha ignorato i nostri impegni di alleanza e ha minacciato in modo significativo la nostra credibilità e sicurezza. Le sue scuse non cambiano nulla».

I commenti intempestivi di Babis - Pavel non sperava in un assist in suo favore così eclatante – non solo hanno scatenato una tempesta di critiche, ma cadono nel momento in cui si avvicina la pericolosa campagna di primavera in Ucraina, da cui dipenderanno le sorti dell’intera Europa.

Da qui i pronti distinguo del governo in carica: «Siamo membri della Nato, che si basa sul principio “uno per tutti, tutti per uno”. Il governo lo sa, la maggioranza della società che sostiene l’appartenenza All’alleanza lo sa», ha voluto sottolineare il Ministro della Difesa Jana Cernochova, affossando indirettamente l’ex premier.

In un tentativo estremo di difendersi, Babis ha accusato l’ex generale Nato di essere «un guerrafondaio», ma il suo messaggio è diventato un boomerang: ha infatti rafforzato il convincimento la una campagna di disinformazione russa – particolarmente pervasiva in Repubblica Ceca – abbia trovato in lui un alleato. Come ha ricordato da Praga Menachem Margolin, il rabbino che presiede l’European Jewish Association – che ha promosso la visita al ghetto ebraico di Terezin, cuore delle più spudorate fabbricazioni di fake news in epoca nazista, per una delegazione di parlamentari europei (tra i quali la deputata italiana Valentina Grippo, in quota Azione) – «oggi, nel contesto della guerra in Ucraina i metodi di diffamazione si sono moltiplicati, e la polarizzazione in politica contribuisce alla diffusione di fake news e dell’antisemitismo».

Mosca sa bene di cosa parla il rabbino, la cui associazione con base a Bruxelles si spende da anni per i diritti e la democrazia. La disinformazione che il Cremlino ha scatenato nell’Est europeo per giustificare l’invasione (vedi la «de-nazificazione» dell’Ucraina, qualsiasi cosa significhi), non meno della corruzione e del finanziamento occulto ai partiti politici che ne è seguita, ne sono la riprova.

Di fronte a tutto ciò, Washington e la Nato, nell’ottica di «serrare le fila» in vista della campagna primaverile, hanno richiamato all’ordine i governi europei e «tirato le orecchie» a quello tedesco. Berlino ha opposto fiera resistenza sull’invio dei carri armati Leopard nel teatro di guerra ucraino, considerati l’arma in più per respingere i russi; ma la susseguente sostituzione del discusso ministro della Difesa tedesco, Christine Lambrecht, accusata di reticenze nel sostegno a Kiev, e l’accordo con la Polonia per l’invio dei primi cingolati, sono la riprova che il cancelliere Scholz ha capito l’antifona.

Da Ramstein, base Nato più grande d’Europa, la scorsa settimana il comando generale dell’Alleanza aveva lanciato l’appello a tutti i Paesi membri a essere più attivi e incisivi nel sostenere la campagna di primavera che incombe sulle vite dei cittadini dell’Est Europa, le cui conseguenze impredicibili sono foriere di futuri scontri interni e possibili nuovi cambi di governo. E gli alleati si sono adeguati.

Di certo, se ci sarà la vittoria del generale Petr Pavel il prossimo weekend, sarà il segno che l’Europa (e gli europei) sono sempre più schierati a Occidente, e che la politica è in prima linea nel farsi interprete di un’esigenza – quella di sostenere Kiev a ogni costo – che travalica gli interessi nazionali. In tal senso, l’annuncio del Wall Street Journal dell’accordo raggiunto tra Berlino e Washington per l’invio dei Leopard contestuale ai micidiali Abrams di fabbricazione americana preludono a una nuova fase del conflitto, il cui esito porterà a una ridefinizione degli assetti geopolitici dell’Eurasia.

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