Emmanuel Macron deve fare presto per trovare un nuovo primo ministro e Olaf Scholz sta per perdere il posto. L’asse franco-tedesco vacilla come un pugile suonato e l’Italia non è più la cenerentola d’Europa, anzi. Al momento il governo Meloni è l’unico a poter ostentare stabilità e proprio ieri lo spread tra Btp e Bund è sceso sotto quota 110 punti, ripiegando in prossimità dei minimi degli ultimi tre anni.
Con questo scenario di fondo, e soprattutto di fronte alle difficoltà anche finanziarie che oggi devono gestire i politici francesi, come possono cambiare gli equilibri in termini di influenza su alcuni dei nodi economici che ci stanno a cuore?
Partiamo dal più urgente, ovvero la crisi dell’automotive e la necessaria inversione di marcia che la Commissione Ue dovrebbe avere il coraggio di prendere sulla transizione ecologica e in particolare su due scadenze: quella del 2035 sullo stop ai motori endotermici (almeno anticipando il check sulle regole «ecologiche» previsto nel 2026), ma soprattutto quella del 2025 per il rispetto dei limiti alle emissioni di CO2. Urge, su questo, una rapida revisione per evitare di dare il colpo di grazia al settore che rischia oltre 15 miliardi di sanzioni. Senza dimenticare la necessità di valorizzare il ruolo dei carburanti alternativi, come e-fuel, biocarburanti e carburanti rinnovabili o sintetici, e di puntare in modo deciso sui veicoli ibridi plug-in (Phev), che sembrano oggi avere più mercato.
Sul piano italiano, ripreso dal Ppe, che vuol ridurre i vincoli alle emissioni e le multe del 2025, c’è ampio consenso con un blocco di 15 Paesi. Berlino non firma, ma il prossimo governo che nascerà dopo le elezioni anticipate di febbraio potrebbe cambiare atteggiamento sulle politiche green anche per rispondere alle forti proteste degli operai della Volkswagen e di altre case tedesche. Parigi è già tentata dall’adesione e il successore di Barnier potrebbe seguire la strada del pragmatismo tracciata da Roma e dai popolari.
Non dimentichiamoci, inoltre, che tra i principali azionisti di Stellantis, oltre alla Exor degli Elkann (14% e 23% dei diritti di voto) e la famiglia Peugeot (7% e 11% dei diritti di voto), c’è lo Stato francese attraverso Bpi (6,1% e 9,6% dei diritti di voto). All’Eliseo si ritrovano con una forza negoziale indebolita proprio mentre l’azionista di controllo – italiano – deve invertire la rotta per ricucire i rapporti strappati da Carlo Tavares con sindacati, concessionari, fornitori e anche governi.
Dalle auto agli sportelli. Banchieri d’affari, gestori, analisti avranno sicuramente letto l’editorial board del Wall Street Journal di qualche giorno fa, dal titolo, assai eloquente: «La Francia è ora la Grecia sulla Senna?». Gli investitori, viene sottolineato, temono che la Francia possa essere sul punto di innescare una nuova crisi dell’eurozona, e la cosa sorprendente è che ci sia voluto così tanto tempo perché tutti si accorgessero che le finanze pubbliche del Paese e la sua economia sono un disastro. Tutto questo accade proprio mentre i riflettori del risiko – non solo bancario, ma anche quello del risparmio gestito – si sono accesi sull’Italia. Con la doppia mossa dell’ad di Unicredit, Andrea Orcel: prima l’offensiva lanciata sulla tedesca Commerzbank e poi l’Ops sul Banco Bpm. Forse già prima di Natale il banchiere romano volerà a Parigi per incontrare i vertici del Crédit Agricole, primo socio di Piazza Meda con in mano il 9,2% del capitale, nonché azionista di controllo del colosso del risparmio gestito Amundi, che con Unicredit ha un accordo di distribuzione commerciale in scadenza nel 2017. Il successo dell’operazione sul Banco, per Orcel, passerà anche attraverso le decisioni dei francesi della Banque Verte, che sono comunque sensibili alle difficoltà politiche e finanziarie del governo in patria.
Gli analisti temono che la Francia entri in una crisi a fuoco lento che potrebbe portare a un deterioramento dell’affidabilità creditizia sovrana e a una minore crescita economica. L’incertezza è il nemico numero uno del mercato, innervosisce gli investitori che guardano anche al rischio di un ulteriore ampliamento degli spread tra l’Oat francese e il Bund tedesco. Ciò significa che il governo francese dovrà pagare di più agli investitori per farsi acquistare i titoli di debito che emette per finanziarsi. Un aumento del premio di rischio avrebbe diverse conseguenze come, per esempio, una nuova volatilità per le azioni francesi, in particolare per le banche e le assicurazioni, che sono i principali acquirenti del debito francese. È dunque probabile che, piuttosto che vendere il debito francese, gli investitori internazionali non ne acquisteranno. E si sposteranno su altri mercati al momento più stabili, più appetibili e più sicuri.
Sullo sfondo, la crisi francese può avere un effetto anche sulla realizzazione dell’unione bancaria. Alla fine dello scorso febbraio, il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, si era presentato alla riunione informale dell’Ecofin lanciando un appello: «Se è impossibile partire a Ventisette, iniziamo subito con una supervisione europea volontaria, prodotti di risparmio volontari, e titoli volontari per gli Stati e le banche che lo vogliono», aveva detto. Dalla tasca aveva poi tirato fuori alcune proposte per mettere il cappello della Francia sull’unione monetaria, cercando lo «strappo» di un gruppo di Stati che possano staccarsi dal resto e integrare maggiormente i propri mercati finanziari. Del resto, Parigi da tempo era in corsa per attirare i colossi finanziari che hanno lasciato Londra dopo la Brexit, con l’ambizione di diventare il nuovo epicentro finanziario in concorrenza con la piazza di Francoforte. E in questa sfida ha cercato la sponda de «les amis italiens». Tanto che il dossier dell’unione bancaria è finito nel Trattato del Quirinale firmato con il nostro Paese. La fuga in avanti di Le Maire aveva raccolto le prime reazioni, a dire il vero, piuttosto fredde. Anche a Berlino erano rimasti spiazzati dal fatto che il francese avesse giocato d’anticipo e l’allora ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, gli aveva ribattuto di non volere un’Unione dei mercati capitali a più velocità, ma «un’Unione alla massima velocità in cui si procede insieme». Poi Lindner è stato licenziato da Scholz a novembre aprendo la strada alle elezioni anticipate.
Quale modello di unione bancaria verrà portato avanti? Vedremo. Di certo, il risiko bancario europeo avrà degli effetti anche sugli equilibri geofinanziari.